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Venerdì, 01 Marzo 2013 00:00

Vita comune a tutti

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Madre e sorella.

Mi è stato insegnato a leggere la Bibbia e contemporaneamente i giornali.

La Bibbia senza il giornale rende la parola di Dio astratta dalla quotidianità. Così parlare di cielo, dimenticando la terra e ciò che vi accade, tramuta in struzzi che nascondono la testa per non vedere ciò che avviene intorno.

Spesso si parla di cielo dove tutto sarà bello, pulito, giusto e in questo cielo viene ancora collocata Maria, dimenticando la sua storia di donna e di madre.

Ricordo, con una certa emozione, un canto a Maria che, da adolescente, mi commuoveva. Cantavamo:

“Andrò a vederla un dì, in cielo patria mia.

Andrò a veder Maria, mio gaudio e mio amor.

Al ciel, al ciel, al ciel. Andrò a vederla un dì”.

Si parli pure di cielo, ma attenzione a non trasformare Maria in una fata bellissima, vestita di azzurro, circondata da angeli festanti, dimenticando quale è stata la sua vita terrena. Oggi nel mondo vi sono centinaia di santuari dedicati a Lei e milioni di persone a Lei ricorrono per ottenere favori e miracoli, ma quanti sono coloro che desiderano imitarla in quello che è stato il suo calvario terreno, accettando, come Lei fece, la divina volontà?

Questo dovrebbe essere il miracolo dei miracoli da chiedere: fare la divina Volontà.

Il Concilio Vaticano II, pur non trascurando la sua gloria attuale, ricorda che “la Beata Vergine Maria oltre essere modello perfetto di vita spirituale e apostolica,.. viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro, era sempre intimamente unita al Figlio suo, e cooperava in modo del tutto singolare all'opera del Salvatore”.

Spesso si dimentica che Maria ha vissuto “una vita comune a tutti”. Si dimentica la vita che visse. L’essere ricolma di Grazia non le ha tolto la natura di donna ed essere donna al suo tempo non era semplice. È facile vedere Maria glorificata, è difficile vederla con un secchio pieno di acqua in testa, camminare frettolosa dal pozzo alla casa mentre tiene Gesù bambino per mano. Non si riesce immaginare il dialogo avuto con Giuseppe dopo l’annuncio angelico. L’adulterio di una donna, al suo tempo, non era soltanto severamente vietato ma, secondo la legge, veniva punito con la morte; Giuseppe crede all’incredibile notizia di un evento impossibile da capire da mente umana e non dubita dell’innocenza di Maria.

Si dimentica la profezia del vecchio Simeone che le aveva predetto: “A te una spada trafiggerà l’anima”(Lc 2,33-35).

Se viene proposto di guardare Maria come immagine della Chiesa, è necessario farla scendere tra noi ed imitarla nel difficile cammino che una madre possa fare; salire il Calvario dietro il figlio. Metterci in silenzio, con Lei, accanto alla Croce e sentire, come solo una mamma può, i colpi di disprezzo che vengono inflitti al Figlio. Avvertire che il dolore è più acuto quando non può alleggerire, né confortare coloro che amiamo. Maria è l’immagine di tutte le madri che hanno a cuore i propri figli. Dobbiamo imparare da Lei che il dolore non è una punizione di Dio, ma è una medicina senza la quale non si ha il senso delle cose.

A Lourdes Maria appare a Bernadette come un splendida signora. Non poteva essere diversamente. Di donne povere e malandate la pastorella ne vedeva tutti i giorni.

Sarebbe stato difficile per Bernadette capire se le fosse apparsa una donna povera, schiacciata dagli anni e dalla fatica. Per noi è difficile vedere Gesù uomo che piange, che soffre, che muore, mentre, al contrario, per i discepoli era difficile vedere la sua divinità. Analogamente per Maria, è più facile vederla nella gloria che nella sua umanità.

È bene vedere Maria Regina e dispensatrice di grazie, ma penso sia più consono al suo compito vederla una di noi, che a volte non capisce, ma conserva nel cuore.

Il concilio Vaticano II ha espresso con mirabile sintesi il mistero del cammino di fede di Maria, madre di Dio e della Chiesa, che ha conosciuto il grande patire umano: "Anche la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unio­ne col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette soffrendo profondamente col suo unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all'im­molazione della vittima da lei gene­rata" (LG 58). Maria partecipa con tutta se stessa al dolore del Figlio che si è fatto carico di tutti i pecca­ti, di tutte le sofferenze, di tutti i dolori dell'umanità. Gesù è "l'uomo dei dolori, che ben conosce il pati­re" (Is 53,3) e, parallelamente, sua madre è "la donna dei dolori". Ella esprime anche il modello della per­fetta unione con Gesù fino alla Croce. Il mistero della “mater dolo­rosa” letto in riferimento a Cristo e alla Chiesa, diventa esperienza vitale per il cristiano non solo riguardo alla conoscenza della storia salvifica, ma anche singolare fonte di consolazio­ne e di speranza per affrontare la vita quotidiana secondo il senso escatologico che Cristo ha dato al suo sacrificio pasquale, dalla passio­ne-morte alla gloriosa risurrezione, per la salvezza dell'intera umanità nella vita eterna in Dio Trinità.”

Se viene dimenticata la vita terrena di Maria, come quella di Gesù, avviene un assurdo. Rivolgersi al Crocifisso per chiedere una grazia, obbliga a riflettere su quale grazia gli si sta chiedendo e ciò vale anche per Maria. Se Maria e Gesù fossero stati dei maestri per insegnare agli uomini la strada per “farla franca” contro le avversità della vita, non avrebbero sofferto quello che hanno sofferto. Certo, per fare la volontà di Dio, ma concretamente per l’amore degli uomini e in questo amore per la terra hanno fatto la volontà di Dio che “ha tanto amato il mondo da perdere suo Figlio” (Gv.3,16 ).
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