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Sabato, 01 Giugno 2013 00:00

Il nostro pensare e il suo

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Il canto di Maria

 Nella grande lotta per la sopravvivenza avviene che il più forte vince sul più debole. E’ una legge pressoché universale che raggiunge il livello dell’ovvietà e che è smentita o confermata da qualche eccezione che, per la rarità dell’evento, gli uomini definiscono miracolosa. Solo per un esempio e un rimando a ciò che avviene: pensate alla cosiddetta forbice che si allarga tra poveri e ricchi in questi anni di crisi economica, politica e sociale. Nonostante il grido e la rabbia, l’impotenza in cui si trovano i poveri è tale che tutto il loro sforzo si consuma senza produrre alcun risultato.

Si pensa che un cambiamento della loro situazione potrebbe avvenire solo se ad un certo punto diventassero forti e capaci di vincere contro il “nemico” che li sta distruggendo.

La sapienza umana cerca il modo, la strada, per contrastare la debolezza, costruendo come meglio può una forza capace di vincere tutto ciò che minaccia la sua sussistenza. Non si può sputare contro vento. E l’uomo pian piano costruisce una gerarchia di ciò che è importante ed efficace in questa lotta e di ciò che non lo è. Capisce che un uomo sano è molto più forte di un uomo malato e ritiene che l’uomo debba essere sano e la malattia vada, se possibile, distrutta.

Tutto ciò non ha tempo né spazio. Avviene da sempre e in ogni luogo della terra e avverrà per sempre in ogni luogo della terra. Era così dunque anche due mila anni fa al tempo di Maria.

Certamente in questa lotta ci sta anche l’arma della fede, ci sta un Dio che si può presentare come sostegno del debole, capace di dargli forza così da essere vittorioso. Può essere un dio personale che sostiene l’individuo o può essere un dio riconosciuto da un popolo che diventa forte in mezzo agli altri popoli. Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, ad esempio, ha fatto di una piccola e fragile famiglia un grande e forte popolo. Per quanto sia più complesso da dimostrare, possiamo ritenere che dal niente di povera gente dispersa, il Cristo abbia fatto un popolo di cristiani che ora è forte e ben saldo sulla faccia della terra. Se poi i cristiani avessero un po’ più di fede, sarebbero anche un po’ più forti.

Se non l’avventura cristiana, ancora da avvenire, Maria aveva di certo l’esperienza dell’avvenuto Israele. Poteva, in poche parole, mettersi sulla scia della sapienza dell’uomo e ragionare come tutti si ragiona, poteva amare e disprezzare come tutti si ama e si disprezza. Il mondo in cui è vissuta è lo stesso mondo in cui vivono tutti gli uomini e, se Dio le aveva dato un briciolo di intelligenza, capiva come va il mondo.

Ma il vangelo di Luca mette sulla sua bocca un canto, il cosiddetto Magnificat, che dice una serie di cose in contrasto con la predetta naturale sapienza. Come se tutto quanto abbiamo detto finora non corrispondesse alla realtà, come se il mondo in cui lei è inserita fosse diverso, come se non si accorgesse di questa immane lotta per la sopravvivenza, non la vedesse, e fosse entrata in un altro mondo addirittura rovesciato: i deboli vincono e i forti perdono. Si sente parte, vede e parla di un qualcosa che non c’è.

La follia umana è tale che quanto lei dice non ci scandalizzerebbe se lei esprimesse un suo stato d’animo, dei pensieri che le sono passati per la testa. Quante stranezze vediamo nell’uomo, una in più o una in meno non fa differenza. Il problema è che lei fa affermazioni che vanno al di là di lei, che non riguardano solo se stessa e quello che sta vivendo, dice che così avviene nel mondo, ovunque e sempre. C’è da crederci?

Non pecca di una buona dose d’orgoglio, ritenendo una sua personale visione delle cose come la visione che deve essere di tutti?

“Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni,  ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati,  ha rimandato i ricchi a mani vuote.”

Dove ha visto queste cose? Forse le pensava per il futuro? Ancora non si vedevano, ma il suo Signore così avrebbe fatto da allora in poi. Sono passati duemila anni da allora e c’è qualcuno che vede che si sono realizzate?

Forse voleva dare una speranza ai poveri che al momento sono schiacciati, ma se dentro di loro pensano che diventeranno ricchi, sopportano meglio la loro condizione?

Forse pensava al paradiso? Qui sulla terra accade il contrario, ma in paradiso (quante volte ci è stato ricordato!) quelle parole si avvereranno. In paradiso i poveri staranno bene, mentre i ricchi staranno all’inferno.

Per quanto si voglia cercare di interpretare le affermazioni del Magnificat, esse sono così perentorie e così legate alla terra da rendere vaneggiamenti tutti i pensieri che tentino di riportarle alla nostra normale sapienza. Per lei il mondo è così fatto che gli umili sono innalzati, gli affamati sono saziati, mentre i potenti non sono nessuno e i ricchi hanno le mani vuote.

Vedere che l’affamato è sazio e che il sazio ha la pancia vuota si oppone in modo radicale alla realtà. E se fosse vero che le cose stanno così, l’uomo che cosa dovrebbe fare? Dovrebbe impegnarsi per essere un affamato, per essere umile, per essere povero?

E’ vero che Dio ha guardato la sua umiltà e l’ha benedetta facendola diventare regina del cielo e della terra ed è vero che Dio ha fatto questo con qualche altro umile sulla faccia della terra (i santi), ma restano appunto una specie di miracolo perché milioni e milioni di umili sono morti e muoiono nella sostanziale indifferenza e nell’anonimato più assoluto.

Eppure, nonostante questa evidente opposizione tra il nostro pensare e il suo, avvertiamo, magari senza riuscire a darcene una spiegazione, che il pensare di Maria è migliore del nostro. Le sue parole sono più affascinanti delle nostre. Sentiamo che lei ci indovina più di noi su come va il mondo. Il suo giudizio, apparentemente sbagliato, ha qualcosa di più vero del nostro, apparentemente più giusto.

Sia perché siamo stati costretti dalla vita a vedere la nostra umiltà e a non poterla disprezzare, sia perché ci siamo accorti che il grido dell’affamato è di una levatura incommensurabile con il riso dell’uomo sazio, certo è che l’anima nostra magnifica il Signore per la sua misericordia.

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