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Passio 2014

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  • Ospite - Luigi Calderoni

    Caro Raffaele, è ormai troppo tempo che ho promesso di mettere per iscritto qualche domanda/riflessione a proposito del tuo intervento nell'ambito di Passio 2014 "i figli devono morire" ma solo adesso trovo un po' di tempo. Eppoi la liturgia di domenica scorsa mi ha "obbligato" a prendermi questa pausa per cercare di mettere un po' d'oridne nei pensieri.
    Ti parlo della solennità di Pietro e Paolo perché mi pare che tutta la liturgia sia un unico grande affresco escatologico, proiettato su un futuro, a dir poco, "felice"; o così a me è parso o ho voluto leggerlo. Una liturgia nella quale la croce e la morte mi appaiono solo in trasparenza, come un "ostacolo" superato, obbligato ma pur sempre superato: Pietro liberato dalle catene (la descrizione ricorda la notte della fuga dall'Egitto), Paolo al termine della battaglia, pur dovendo ancora affrontare il martirio, si lascia alle spalle la bocca del leone, Pietro che riconosce nel maestro il "Cristo" liberatore. Non solo la liturgia della parola ma tutto è condotto al dopo, alle cose nuove, alla salvezza al superamento della schiavitù e alla realizzazione della promessa. Ti dicevo al telefono che aspiro e desidero un "dopo" paradisiaco, un ritorno al luogo incantato dove "non ci sarà più notte". Forse ho esagerato per mostrarti il mio stato d'animo ma, tutto sommato, è questo che desidero: una vera liberazione, un ritorno a quel "terrestre paradiso" (ossimoro lessicale) dove scorre latte emiele. D'altra parte la nostra fede non è altro che un continuo sperare in qualcosa che verrà, che è oltre, che supera la "contingenza". E' vero che, quasi sempre, questa speranza l'ho trovata nelle profondità della notte/morte ma, potendo, non vorrei starci un minuto di più in quel buio. Anzi, standoci dentro, al buio, diventa evidente che la morte è il problema, non la soluzione e se spesso ci casco dentro si rafforza sempre più il desiderio di non subirla e di non caricarmene. E' vero che la probabilità di cascarci dentro è, per tutti, del cento per cento ma, paradossalmente, è questo stessa probabilità che alimenta il desiderio/speranza di fuga e di distacco dalla bocca del leone. D'altra parte non è esattamente da questo stato di buio/morte che tutti, ognuno a suo modo, si desidera uscire?
    E' per questo che, arrivato al minuto 38 del tuo intervento, mi ha preso un po' di "sconforto": "Gesù Cristo sulla croce è nella sua espressione più grande del suo essere vivo, risorto" ... "la morte brucia tutte le speranze. L'unica speranza che resta è legata a quella morte (in croce); l'unica speranza è quella di morire". Se tu ti riascolti percepirai il clima di attesa e di speranza che avevi (volutamente?) creato fino a quel momento, tanto che una persona interviene (un po' sgomenta) per chiederti se ha ben compreso la tua affermazione del minuto 38. Di che cosa non tieni conto per arrivare a una simile affermazione? Il riconoscere il volto di Dio nel momento più basso della nostra storia personale credo non significhi che in quelle profondità c'è la liberazione. Penso ci sia solo e unicamente il bisogno e desiderio di uscirne e risalire in superficie, con qualsiasi mezzo (tanti scelgono, per uscirne, lo stesso mezzo mortifero che li ha condotti a fondo e, come si dice la fanno finita).
    Può darsi che i desideri e le speranze che ho espresso più sopra siano solo delle illusioni; che la mia fede sia uno strumento psicologico unicamente consolatorio; ci stà. Me lo sono detto tante volte. Ma, d'altra parte, a cosa mi serve una fede che finisce nella putrefazione della morte? Ricordo un episodio di quando eravamo studenti: un nostro professore, P. Berizzi, discutendo con P. Prete che parlava in continuazione di funzionalità e strumentalità della storicità de Vangelo (anche della resurrezione) e della Bibbia in genere, sbottò: "più invecchio più preferisco credere che le acque si sono aperte davvero e che la manna cadeva dal cielo e che il leone e l'agnello pascoleranno insieme; non mi posso permettere di complicarmi la fede...". A ripensarlo adesso mi pare che con questa frase, quel frate, tradì una discreta dose di disperazione! Ti confesso, tuttavia, che spesso lo sottoscrivo anch'io quel pensiero. Al minuto 47,10 dici: "Non c'è nessun Dio che corrisponde ai nostri bisogni di vita..." forse in riferimento al modo più comune di pregare dei credenti. Anch'io trovo difficile da comprendere la preghiera di impetrazione e di liberazione o di guarigione, tuttavia trovo che la tua conclusione sia troppo ampia rispetto alla premessa; insomma dal fatto che Dio non esaudisca i nostri terreni desideri o che sia una stupidaggine chiedere a Dio che risolva il nostro quotidiano, non discende direttamente che non corrisponde ai nostri bisogni di vita. Insomma io ho recepito il tuo intervento come un adagiarsi nel sepolcro senza la speranza di riuscire a uscirne. Forse non ho capito nulla e non ho ancora toccato, come Giobbe, una vera prostrazione, ma quel poco che ho vissuto e vivo, ti assicuro, ha molto a che fare con la morte e il conseguente desiderio e di fuggirne.
    Insomma, caro Raffele, forse l'obiettivo di scriverti qualcosa di ordinato, semplice e chiaro non è propriamente centrato ma io confido nel tuo acume e nel tuo intuito: saprai leggere nella mia confusione. D'altra parte quello che più mi interessa è allontanarmi sempre di più dai tanti "buontemponi" che ci girano attorno e cercare di entrare nella parte piu profonda del pensiero di quanti stimo e ascolto sempre con interesse. Essendo tu nelle prime file di costoro ti addosso la responsabilità di condividere con i semplici il tuo cammino. In ogni caso ti ringrazio sempre per il pensiero che hai e che avrai per me. Un abbraccio Gigi

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  • Gigi, ti ringrazio per questa tua.
    Sono tornato a Novara dopo esser stato in Sardegna e a Sorrento. Avevo ricevuto da giorni questa tua e avevo cominciato a risponderti sul tablet, ma poi mi ci sono imbrogliato e per sbaglio ho cancellato tutto e adesso ricomincio.
    Una prima cosa che mi viene da dirti è che la tua è una lettera che potrebbe essere pubblicata a commento del mio intervento perché penso che molti ci si ritroverebbero e siccome è scritta con una buona tonalità emotiva ha il pregio di essere qualcosa di più del freddo ragionare su cose in cui il cosiddetto cuore non ha una parte secondaria.
    Una seconda cosa è che spero di riuscire a trattare di questi temi negli esercizi che guiderò ad agosto qui ad Agognate. Ennio mi ha detto che probabilmente ci saranno anche Daniele e Claudia. Il programma l’avrai visto nell’ultimo giornalino e… se anche tu e Genny, oltre che un piacere per me potrebbe arricchire la settimana.
    Ma ora vengo al merito della tua.
    Credo di capirti in quello che dici sia perché sono pensieri già anche miei e poi perché è il riscontro continuo che ho alla “singolarità” delle cose che dico. In comunità l’opposizione arriva anche fino al punto di una sottile ironia che mi vede come un predicatore della morte. E tuttavia mi accorgo anche che i miei “oppositori” non mi abbandonano, ma ci pensano. So di muovermi da singolo perché non trovo altri che pensano come me, e non vado in cerca di autorità su cui appoggiarmi, ma proprio per questo sono costretto a capire le reazioni al mio parlare. Il gioco poi su chi ha ragione è solo un po’ stupido e non vale neppure la pena di entrarci sebbene i fedbacks di questo genere non siano esenti dai cosiddetti problemi di identità. Insomma la questione è seria e lo è soprattutto in ambito cristiano perché tocca alcuni nodi centrali della fede come il senso della risurrezione e la figura del Cristo stesso e, come sai, nessuno ci crede tanto alle solite cose dei preti, ma guai a toccarne qualcuna. Non ci si crede ma dev’essere così.
    Tu riassumi in due punti il “malessere” di quanto dico e tutti e due hanno a che fare con la speranza che verrebbe meno se il crocifisso esprimesse l’apice della risurrezione e se Dio non rispondesse ai nostri bisogni.
    Effettivamente le due cose stanno insieme e per quanto capisca il mio/tuo desiderio di serenità, devo dire che nessun “D”io lo garantisce, tanto che colgo la paura come un elemento fra i più “divini” dell’uomo, tra i più alti perché ha a che fare con una consapevolezza straordinaria. Si potrebbe dire che quanto più l’uomo sa tanto più grande è la paura. Che l’uomo, gli individui nel loro rapporto col loro Dio, si costruiscano un’immagine funzionale alla loro felicità, è pressoché un dato di fatto che però ha il sapore di una riduzione da Dio a dio. Sempre di fatto però non esiste un “D”io che risponde a questa preghiera dell’uomo.
    Ti faccio un solo esempio che vale per milioni di esempi. Quale preghiera (speranza) avrà animato le ore, i minuti (decine di migliaia) di quelle 45 persone morte asfissiate nella stiva della nave profughi della settimana scorsa? Di me posso dire che ho poca fede e se Dio non risponde ai miei desideri è perché dovrei credere di più, ma pensi che la preghiera di quegli uomini fosse senza fede? Sì, qua e là senti raccontare persino di qualche miracolo di un Dio che ha risposto, ma che cosa sono queste risposte paragonate a milioni di non risposte? E che cosa devo pensare di coloro a cui non risponde? Che sono stati cattivi o che risponderà col paradiso? E di coloro a cui ha risposto, devo pensare che hanno fede, che sono buoni e che vivono della grazia di Dio?
    Per me è esattamente il contrario e la morte senza risposta di Dio è infinitamente più grande - si innalza nella gradualità dell’umano fino ai cieli – della vita di coloro a cui Dio sembra rispondere. Dunque, lo stesso è per Gesù Cristo. La sua morte è divina più di tutte le cose dette e fatte raccontate nei vangeli, le quali tra l’altro cominci a trovarle interessanti proprio quando la luce che le illumina viene dalla sua morte.
    Il tuo non voler stare nel buio e il desiderio di uscirne quanto prima è comprensibilissimo e di fatto tradisce la tua paura e, se vuoi, la tua mancanza di speranza, nonostante si presenti come un appello alla speranza. Ma il tuo buio è la tua grandezza e il Dio più Dio che abbia conosciuto l’uomo nella sua storia è quel Dio che ha innalzato, che ha risuscitato il figlio dell’uomo morto sulla croce. La sapienza umana l’ha visto morto, la sapienza di Dio l’ha visto vivo, e di quale grado di vitalità!
    Che cosa ci sta davanti, forse che moriremo sereni accompagnati dagli amici e da Dio, beati e sorridenti perché invasi da una vitalità sconfinata, o non piuttosto un’agonia senza pari? Il grido di Cristo è stato il grido di chi è abbandonato dagli uomini e anche da Dio, pensi che il nostro grido invece sarà ascoltato ed eviteremo quello che è stato di Cristo?
    C’è dunque da capire come si risolva in Speranza la disperazione umana. Una Speranza con la S maiuscola che non è la speranza umana rilanciata per l’ennesima volta fino a cambiare la s in S.
    Nel Cristo l’uomo è arrivato a capire che il nemico (colui che vuole la mia morte) è un amico (colui che mi dà la vita).
    Gigi, mi fermo perché andrei avanti senza fine e poi conto sia in un tuo riscontro a questa mia ma soprattutto nella tua presenza agli esercizi in cui ci sarà il tempo, spero (nota la parola spero), di sviscerare meglio queste realtà.
    Per adesso un abbraccio come sempre e più di sempre di stima e simpatia, anche a Genny.
    Ciao, Raffaele

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  • Caro Raffaele, ti ringrazio molto per la tua risposta e per essere rimasto in compagnia delle mie riflessioni per ben due volte a causa degli scherzi della tecnologia. La tua risposta, non lo nascondo, forse ha aumentato la mia confusione ma anche il mio desiderio di "oltre". Più rifletto e più mi rendo conto che la (mia) fede è, fondamentalmente, un'attesa: mi è difficile essere d'accordo con quello che spesso si sente "predicare", che il paradiso è per noi già iniziato in questo mondo. Sono più attratto dal realismo della "valle di lacrime" recitata milioni e milioni di volte e del "mostraci, dopo questo esilio, Gesù". La retorica della "vita è bella" ed è un "dono di Dio" non mi ha mai affascinato. La realtà è che tutto è rimandato al dopo, e la promessa è che sarà un dopo paradisiaco. Quella che nelle mie rivolte giovanili era l'espressione massima dell'alienazione e della truffa nei confronti dei poveri in realtà è il messaggio più forte che ho ricevuto e che cuscodisco gelosamente: oggi non ci vedo nulla di truffaldino nella speranza del "dopo". Quei poveretti che sono morti soffocati nel barcone o i milioni che sono morti oggi disperati, sono sfuggiti dalla bocca del leone e sono in un "luogo" in cui non ci sono più lacrime. Vedi come sono infantilmente speranzoso? Il che non significa che non abbia bisogno di capire e di sperare con più fondamento; ma non so se riusciremo a venire a fine agosto ad Agognate. Genny sicuramente non ha ferie in quella settimana; io dovrò contrattare un po' con i miei colleghi e spero di riuscire a fare un salto. Per quanto riguarda la pubblicazione del mio "intervento", se pensi possa essere utile a creare un po' di discussione, non ho problemi; vedi tu se c'è qulacosa da aggiustare o da togliere. Per ora un abbraccio e un saluto anche a Ennio. Gigi

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  • Caro Gigi
    Non ti voglio distruggere il dopo paradisiaco, né ho strumenti per dire che non ci sarà o come sarà e neppure mi fa difficoltà ammettere che sarà come dici tu o come insegna il Magistero, però…
    Ciò che volevo insinuarti io era che, restando nell’al di qua delle cose che vediamo e tocchiamo quelli che tu chiami poveretti sono dei grandi e quelli per cui questo appellativo non viene neppure pensato sono invece insignificanti. Nel cielo degli uomini questi “poveretti” non ci stanno, però… pensa: fai un confronto tra te e la tua “fortuna” (le cose che apprezzi della tua situazione e che ti differenzia da quei poveretti) e la “disgrazia” dei poveretti. Chi dei due come uomo è più grande, chi esprime l’umano nel modo più alto tanto da suscitare l’ammirazione?
    Può essere che tu ti trovi in un’empatia così piena con quei poveretti tanto da attendere con impazienza la morte e quindi il paradiso, ma può essere che così non sia, anzi, siccome li chiami poveretti tengo a pensare che in te questa tua attesa sia proprio l’alienazione di cui da giovane fuggivi. La terra è brutta, ma proprio l’amore alla terra e non al cielo manifesta la fede cristiana, purtroppo le cose si sono rovesciate e l’uomo va in cerca del cielo. Si tratta di una perversione terribile e forse molto diffusa. Tieni presente che in nome di Dio è stato accusato e crocifisso quel terrestre cristo, non si vedeva che era divino e il divino non poteva presentarsi impotente quanto la morte agli occhi degli uomini che pensano a Dio. Se sei Dio scendi dalla croce, salva almeno te stesso.
    Anche stavolta mi fermo perché mi hanno chiamato per il pranzo, ma capisci che il discorrere di queste cose oltre che affascinante è anche senza fine.
    Per intanto un abbraccio e alla prossima
    Raffaele

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  • Caro Raffaele, poiché non riuscirò a venire agli esercizi di Agognate (speravo almeno nel venerdì e sabato), riprendo il filo del dialogo iniziato per non lasciare cadere il desiderio di cercare di fare un po' di luce nella penombra che spesso avvolge il cammino della nostra fede.
    Mi hai detto che non vuoi distruggere il mio dopo paradisiaco e volevi solamente insinuare ciò che, almeno teoricamente, dovrebbe essere pane quotidiano per chi, anche distrattamente, ha letto un po' di vangelo: quelli che io chiamo "poveretti" sono dei grandi. Non credo che qualificare "poveretto" un povero cristo che muore asfissiato dentro un barcone puzzolente su cui è salito per sfuggire a una vita fatta di miseria (non di povertà) sia fare torto o disconoscere la sua grandezza. Ma certo che sono grandi quei poveretti! Sono grandi agli occhi di Dio e lo sono anche ai miei occhi perché così mi ha insegnato il vangelo; non c'è bisogno che ti citi io Paolo: Dio ha scelto ciò che è stolto, debole e ignobile... questo vale agli occhi di Dio. Il mio "poveretti" è solamente un modo per dire che la situazione di "povero cristo" è la più appropriata preparazione alla speranza della trasfigurazione a cui tutti aspiriamo.Certo non invidio quella situazione né vorrei, masochisticamente, stare peggio di come sto per andare più velocemente in paradiso: è una semplificazione puerile che non mi appartiene. Ma se avessi potuto evitargli quella morte (per quanto meritoria) lo avrei fatto e li avrei trattenuti ancora qui a vivere di speranza per evitargli una croce così pesante. Ed è ovvio che lo avresti fatto anche tu, nonostante tu sostenga che quello in cui si sono trovati è il punto più alto (risolutivo?) della vita. Ribadisco, non c'è nulla di alienante nella speranza e nel pensare utilizzando la categoria del futuro. Tra l'altro la ricerca del cielo che tu definisci "perversione terribile e diffusa" non mi pare affatto terribile e, tantomeno, diffusa. Al contrario: è' sotto gli occhi di tutti che gli uomini del nostro tempo, in occidente (e anche all'interno della chiesa) viivono come se dovessero perennemente rimanere in questa prima parte della vita, lo sguardo e il cuore sono ben fissi sulle "cose di quaggiù" e parlare di "novissimi" suscita ilarità e pagani scongiuri o, al massimo, sorrisini di compatimento; anche tra i nostri fratelli nella fede. Anzi la fede è vissuta come un prodotto culturale, quasi un'appendice necessaria allo stato borghese in cui molti cattolici sono immersi (in questo incoraggiati da tanti pastori che, un tempo avremmo pesantemente criticato come preti di destra; ma queste sono categorie che non si possono più usare!). Io stesso ho sentito criticare pesantemente il Papa, da dentro, nel momento in cui si è azzardato a fare il primo suo gesto pastorale nel viaggio a Lampedusa o a lanciare moniti e severi avvertimenti ai cristiani dal guardarsi dai pericoli della ricchezza. Trattato come Paolo all'Aeropago: si, vabbé, su questo ti ascolteremo un'altra volta.
    Insomma, quello che voglio dire, che io so da che parte guardare e da che parte stare, fintanto che sono qui in questa prima fase della vita la scelta l'ho fatta: davanti alla croce, qualsiasi croce, io mi inginocchio, non obietto. Ma, ripeto, questo non significa, che questo mare di dolori e di morti (la categoria è molto ampia e non mi riferisco solo agli extracomunitari; i dolori non hanno confini) li consideri fine a se stessi: quando riesco, se riesco, fuggo da questo stato e chiedo, a gran voce, che questi calici, se possibile, siano allontanati da me e da chi ho la ventura di incontrare. "I figli devono morire" certo (banalmente constatabile) spesso con modalità ancor peggiori di quelle del capostipite dei poveri cristi ma è necessario, assolutamente necessario, annunciare con chiarezza e senza fraintendimenti che non è illusorio credere e sperare che dentro questa morte c'è il volto di colui che fra poco, tutti, potremo vedere faccia a faccia.
    Mi fermo, caro Raffaele, sperando di riuscire a venire ad ascoltarti almeno un po'. Per ora un abbraccio a te e a tutti.

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  • Caro Gigi, ti avevo risposto subito ma non te l’ho spedita – ero andato fuori tema. Ora ho finito gli esercizi. Riaggiorno la speranza che tu possa venire e cerco di risponderti. Intanto non per convenzione ti dico ciò che mi ha suscitato la tua. Ti leggo come un interprete chiaro nell’esprimere sentimenti che non sono solo tuoi. Non sono neppure della “maggioranza”, ma stanno nel cuore di molta gente che nella propria inquietudine cerca di capire e di vivere meglio che può il Vangelo. Per questo, al di là del nostro rapporto mi sembra, il nostro, un “epistolario” in cui altri potrebbero riconoscersi, e per questo l’ho messo nel sito di Agognate (sempre che tu gradisca la cosa o non voglia figurare come anonimo e allora correggo il tiro).
    Ma proprio il Vangelo di oggi potrebbe aiutarmi a dire ciò che penso (può essere che io già lo penso e uso il vangelo per confermare i miei pensieri) .
    Te lo riporto per comodità: (Mt 16,21-27) In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
    Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
    Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
    Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
    Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
    Ho sottolineato le due frasi in cui ci può essere un riferimento al paradiso: la troverà “evidentemente in paradiso” e sta per venire nella gloria con i suoi angeli “evidentemente in paradiso” Evidentemente perché di “poveri cristi” che qui sulla terra perdono la vita ce ne sono a milioni e impotente sembra la nostra capacità di amore nel riuscire ad evitare il continuo genocidio che percorre tutta la storia umana e che sembra continuerà ancora per non so quanto. Anzi dagli anni della nostra infanzia ad oggi più che un progresso nella capacità umana di amare pare dover registrare un regresso.
    Dunque il tuo pensiero è che la vita è una cosa grande, è un dono di Dio e l’uomo è orientato alla sua pienezza che avverrà in paradiso trovandosi purtroppo a subire la croce (morte) qui sulla terra. Croce che può essere assunta dall’uomo volontariamente, e non subita, se segue con fede Gesù Cristo che è il Figlio di Dio e quindi Dio stesso. Questo mi pare il tuo pensiero e non solo il tuo. In ambiente cristiano è un pensiero pressoché universale al di là delle capacità umane di saper vivere bene la fede, questa fede. Naturalmente, siccome non siamo Dio e non possiamo determinare il suo giudizio, può essere che lui dia il paradiso anche a quelli che non vogliono perdere la propria vita: è misericordioso. In tal senso le frasi che ti ho sottolineato e anche il resto di questa pagina del vangelo non è da prendere così come suona, ma va interpretata tenendo conto appunto della misericordia di Dio. Non può essere che l’uomo debba perdere la propria vita e basta, ma se la perde per Cristo la ritrova e il giudizio finale gliela restituirà in pienezza.
    Resta da determinare quel “per causa mia” per quelli che la ritroveranno. Che cosa voleva dire con quel “per causa mia”?
    Si può morire per tante cause; per la patria, per il partito (raro), per il bene comune e dell’umanità, per la Chiesa, per la famiglia, i figli… per Dio soprattutto, e si può morire per niente (ti casca in testa una tegola e sei morto). Naturalmente il Cristo, Dio con Dio, può sottintenderle tutte tranne l’ultima che non richiede nessuna fede, nessun impegno ed anche nessuna speranza. E’ una cosa grandissima morire per Dio, vorrei dire da eroi e Cristo che ha la dignità di Dio fa tradurre subito il senso in una equivalenza: morire per Cristo è da santi sull’altare. Ma pare che proprio la morte per niente sia la morte che corrisponde ai milioni di vittime senza nome, ai cosiddetti poveri cristi verso i quali la pietà cristiana volge uno sguardo benevolo. Muoiono per “mancanze” di ogni genere: malattia, ignoranza, fame, illusioni, gratuite oppressioni (pensa ai 500 bambini di Gaza delle settimane appena trascorse).
    Ora, prova a lasciar perdere il paradiso, che sostanzialmente esprime il vertice della speranza umana, della sua volontà di vivere e di vivere bene, addirittura eternamente bene e leggi il vangelo senza quest’”apertura” sul paradiso. Sotto quel Figlio dell’uomo Signore dell’universo prova a metterci il crocifisso (non il risorto dopo tre giorni) che nell’impotenza della croce non è Signore proprio di nulla e prova a vedere che pensieri ti vengono, vedi quale giudizio sulla vita, su ciò che è vitale e ciò che non lo è, ti rimane.
    Prova a pensare come l’evangelista Giovanni che vedeva sulla croce la gloria del Cristo (e non sul risorto) e forse si allarga il pensiero della risurrezione fino a comprendere tra i risorti anche i crocifissi e non solo quelli che stanno in paradiso. Forse si può cominciare a vedere che l’uomo che perde la vita, paragonato a quelli che non la perdono è di gran lunga più vitale dei secondi. Forse ci si accorge che il predicatore Paolo lo è solo e nella misura in cui riceve la parola di vita dal crocifisso, dai crocifissi che sono autentici e veri predicatori. Colui che muore per niente dice, parla con una parola incredibile che non gli viene né dalla carne né dal sangue, né dalla fede (presunta). Ed è una parola che non può imbrogliare, è sicuramente fuori dall’ipocrisia.
    Tu dici che se mi trovassi di fronte ad un assetato anch’io gli darei da bere. Probabilmente sì, istintivamente sì, ma Dio non fa così, lo lascia morire. Perché? Forse, morire per Cristo non è più un morire per Dio, ma diventa un morire per niente. Che cosa c’è di più ignobile per la dignità umana che morire per niente? E’ una cosa spregevole che non dovrebbe succedere e che dunque impegna l’uomo di fede a far sì che non succeda = carità cristiana. Ma questa carità cristiana che distanza ha dalla “carità” umana? Non è un ragionare da uomini e perciò satanico?
    Gigi io scrivo in maniera meno chiara della tua perché avverto un’ambiguità nel linguaggio tale per cui se volessi a tutti i costi essere chiaro anticiperei una fine che a suo tempo verrà. (tra parentesi, non so se hai visto L’ultimo inquisitore del regista Milos Forman? Lo considero un capolavoro. Ho il dvd. Penetra in queste cose in un modo affascinante).
    Al prossimo riscontro, ti abbraccio
    Raffaele

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© Raffaele Previato