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Domenica, 11 Marzo 2012 01:17

Credo in Dio Padre

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Passio 2012 - Agognate 27 febbraio 2012

Credo in Dio Padre. Alcune riflessioni antropologiche sull’atto di fede.

Questa di oggi è una conversazione introduttiva: il mio non ha la pretesa di essere un discorso teologico, vi propongo piuttosto qualche riflessione di carattere antropologico su che cosa comporta la professione di fede che tutte le domeniche facciamo, su che cosa implichi per il nostro essere uomini dire “Credo” e dire “Credo in Dio Padre”.

Sono riflessioni che vi comunico, consapevole del limite della mia esposizione, sia per l’articolazione del discorso, che risente di una preparazione di questo incontro fatta, purtroppo, senza averne avuto il tempo necessario, sia per l’espressione, forse non sempre lineare e agevole, sia per l’accenno ad una serie di problemi, che restano in gran parte tali, anche per me. Vi chiedo scusa di tutto ciò, spero comunque di poter offrire qualche spunto per dialogare insieme nella seconda parte dell’incontro, dedicata al dibattito.

 Articolerò il mio intervento in tre punti: 1. Io credo. L’atto del credere e il suo significato in rapporto alla libertà, 2. Credere in Dio Padre, 3. Credere oggi

 1. Io credo

Penso abbiate presente il rito del rinnovo delle promesse battesimali articolato su una triplice contrapposizione rinuncio – credo (rinuncio a satana, a tutte le sue opere, a tutte le sue seduzioni/ credo in Dio Padre, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo, nella chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la resurrezione della carne e la vita eterna). Non voglio entrare nel merito di come siano da intendere Satana e le sue opere, né soffermarmi sui contenuti del credo; ho citato questo rito perché mi pare metta bene in evidenza, in forma drammatica, ciò che avviene nell’atto di fede. Nel dire credo, prendiamo posizione, facciamo una scelta, diciamo un sì, che è al tempo stesso un no a tutta una serie di possibilità che de-cidiamo di escludere dalla nostra vita. Non è un processo facile o indolore: de-cidere in latino significa “tagliar via, mozzare”...Gesù stesso, del resto, ha detto che è venuto a dividere, l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre (Mt 10,35), che è venuto a portare non la pace ma la divisione (Lc 12,51).

E’ l’esistere stesso che ci pone di fronte all’ineludibilità della scelta: non possiamo evitare di determinarci, orientando in una o in un’altra direzione la nostra vita. La rinuncia a definirsi, la pretesa di rimanere aperti a tutte le possibilità, porta alla fine, come aveva ben visto Kierkegaard, al fallimento di sé, alla disperazione.

L’uomo in quanto persona – come sottolinea Giannino Piana in La verità dell’azione, un libro pubblicato lo scorso anno, che prendo come riferimento principale per la trattazione di questo primo punto - “è un compito affidato a se stesso: esiste, in senso autenticamente umano, nella misura in cui liberamente si autodetermina.”[1] Ciò significa che l’uomo è caratterizzato dalla libertà: “la libertà non è soltanto una delle facoltà dell’uomo; è ciò che lo fa essere, in senso pieno, uomo”. L’uomo è la sua libertà; libertà e soggettività si identificano (certo, questa affermazione non può essere oggetto di verifica sperimentale; le scienze al riguardo non sono competenti, come aveva ben messo in evidenza Pascal che, distinguendo tra l’esprit de géometrie e l’esprit de finesse, aveva colto i limiti della ragione scientifica nell’indagine del mondo umano, per la quale è necessario un altro metodo, caratterizzato dall’intuizione, fondato sul “cuore”).

Nell’atto di scelta, e quindi nel professare il credo, siamo impegnati con tutta la nostra persona, intelligenza e volontà; esiste tuttavia un’autonomia della volontà rispetto all’intelligenza[2]. Certo, la nostra decisione non è irrazionale, ma non è neppure determinata dalle ragioni che ci inducono a scegliere, esiste uno scarto tra volontà e intelletto, come avevano ben visto Paolo e Agostino, come, invece non aveva visto Socrate, per il quale chi conosce il bene, certamente lo compie e chi compie il male, lo compie solo per ignoranza. La fede, in particolare, comporta sempre il rischio, comporta l’andare nel mare aperto.

Nell’atto di scelta dunque, nella e per la nostra libertà, ci definiamo; attraverso le nostre decisioni disegniamo il nostro volto, unifichiamo il nostro io, costruiamo la nostra identità. Attuiamo un’unificazione interiore che dà senso (dà una direzione) alla nostra esistenza.

Insomma, come dicevo, nel dire “credo” noi prendiamo posizione, nei confronti di noi stessi, innanzi tutto.

So che il riferimento all’identità crea un problema, o forse può disturbare qualcuno. In nome dell’identità si sono commesse anche delle atrocità (si pensi alla pretesa dell’identità “ariana” e alle sue conseguenze nel periodo nazista); senza andare indietro nel passato o senza riferirsi a crimini eclatanti come quelli citati, pensiamo anche a quante volte oggi il riferimento alla propria identità culturale, etnica, geografica o anche cristiana costituisce motivo di esclusione, o di oppressione.

Viviamo, inoltre, in un’epoca segnata, per usare un’espressione cara a Bauman, dalla “liquidità”; in tale realtà non si darebbe un’identità, siamo in continuo divenire, siamo inseriti in una pluralità di contesti, relazioni, a volte contrastanti tra loro, abbiamo molti volti: in una società complessa, come la nostra, non possiamo non essere noi stessi complessi.

Eppure all’identità, intesa come l’unificazione di sé e la continuità con se stessi, non si può rinunciare, altrimenti sarebbe svuotata di senso la stessa professione di fede. Di chi sarebbe questa professione, se l’io è dissolto? Sono interessanti, a questo proposito, le riflessioni di Agostino sulla memoria, che esprime l’essere dell’uomo (memoria che è immagine del Padre, nella concezione trinitaria dell’uomo, mentre l’intelligenza è immagine del Figlio e la volontà dello Spirito Santo).

Certo, riferendoci all’identità, non possiamo pensarla come chiusa, assolutizzante ed escludente. “Si tratta di superare una concezione chiusa dell’identità per fare spazio a una concezione aperta e dialogica, un’identità che si costituisce strutturalmente nel rapporto con l’alterità e la diversità”[3].

Un’identità che quindi non esclude le differenze, ma che sussiste per esse, che costitutivamente quindi implica la relazione.

Finora ho parlato dell’atto di scelta e della professione di fede, dal punto di vista del soggetto; si potrebbe avere l’impressione che tutto dipenda dall’io e che quindi è solo sull’io che vanno misurate le stesse scelte, senza alcun riferimento all’oggettività di ciò che si sceglie o a chi ci rapportiamo nell’atto di scelta. Ci troveremmo quindi in una prospettiva relativista o solipsistica, di chiusura del soggetto in se stesso.

Ma la persona umana, e quindi la sua libertà, è segnata dalla relazione. Si ricordi, al riguardo, la grande lezione di Martin Buber sulla dimensione dialogica dell’io, che non può essere separato dal tu.

“Essere liberi significa esporsi all’altro; la libertà morale è libertà che si costituisce e si sviluppa grazie all’altro e che è per l’altro”[4]. Emmanuel Lévinas ha sottolineato il carattere fondamentale del rapporto con l’altro nell’esperienza morale: “l’ “io” non è un soggetto in sé totalmente definito, che si apre all’altro rompendo con l’egoismo originario, è un essere la cui soggettività è, fin dall’origine, risposta all’altro.[5] L’esperienza della libertà è, allora, l’esperienza di una relazione, di una responsabilità, della risposta ad un appello che mi viene dall’altro.

Interessanti a questo proposito le riflessioni di Jean Luc Marion che, opponendosi a Cartesio (l’unica evidenza è il cogito, l’io pensante), sostiene che è l’esperienza d’amore, l’esperienza erotica, che ci costituisce nella nostra soggettività.[6]

Con queste ultime riflessioni già approdo al secondo punto del mio intervento.

 

2. Credo in Dio Padre

Quanto abbiamo visto in termini generali, possiamo riportarlo ora al tema proprio del nostro incontro: Credo in Dio Padre.

Già l’espressione “credo in” evidenzia la relazione. La fede è la risposta ad un Tu che ci precede[7],e in questa risposta de-cidiamo la nostra vita, unificandola e orientandola secondo un’opzione che esclude la chiusura in noi stessi, ma riconosce che il fondamento del nostro esistere non è in noi, ma in un Altro.

Per molti aspetti è una presa di posizione in “controtendenza”; l’atteggiamento più diffuso, infatti, è di indifferenza, se non di rifiuto, nei confronti della trascendenza. La modernità ha sottolineato l’autosufficienza dell’uomo, ha esaltato la sua capacità di costruire il proprio destino.

Benedetto XVI ritorna spesso nei suoi discorsi su questo tema. Un compendio della sua lettura della realtà contemporanea, e di quanto oggi sia richiesto al cristiano è contenuto negli interventi tenuti nel corso del viaggio apostolico in Germania a settembre dello scorso anno.

“L’assenza di Dio nella nostra società si fa più pesante, la storia della sua rivelazione, di cui ci parla la Scrittura, sembra collocata in un passato che si allontana sempre di più. Occorre forse cedere alla pressione della secolarizzazione, diventare moderni mediante un annacquamento della fede? Naturalmente, la fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al presente. Ma non è l’annacquamento della fede che aiuta, bensì solo il viverla interamente nel nostro oggi.”[8]

Per la mia esperienza con i giovani, un’esperienza certo parziale, ho l’impressione che il cristianesimo sia visto spesso come un fenomeno culturale, importante per il passato, ma che non è più attuale, che non ci riguarda più.

C’è poi, anche tra persone di scienza, un’irrisione nei confronti del cristianesimo, si pensi in Italia a Odifreddi (“In fondo, la critica al Cristianesimo potrebbe dunque ridursi a questo: che essendo una religione per letterali cretini, non si adatta a coloro che, forse per loro sfortuna, sono stati condannati a non esserlo”, Perché non possiamo essere cristiani[9]), un’irrisione che ben poco o nulla ha da spartire con la serietà di un ateismo pensante.

“Il nostro cristianesimo – scrive Giovanni Ferretti, in Essere Cristiani oggi,[10] un testo uscito di recente, che suggerisco vivamente a tutti – non ha ancora finito di incarnarsi adeguatamente nella cultura moderna, e già battono alle sue porte le provocazioni che gli vengono dalla cultura post-moderna, nichilista e finitista. […] In tale cultura non solo la questione di Dio sembra aver perso senso, ma addirittura ha perso senso la stessa questione del senso o della verità delle cose e dell’esistenza umana. Per cui anche l’offerta cristiana di una verità o di una salvezza per l’esistenza risulta senza senso, dato che non risponde né ad un’attesa né ad un desiderio.”

E’ vero, si assiste, per contro, ad una nuova ricerca del sacro, che dubito sia espressione di fede; ma di questo parlerò nella terza parte. Ora ricordo soltanto che è in cantiere una nuova edizione dei “Sabati di Agognate”, che avrà per tema l’inquietudine del sacro.

Professare il credo significa testimoniare nel mondo con la nostra vita che non siamo dominati dal nulla, ma siamo radicati nell’Amore, che c’è la Fonte da cui proveniamo, in cui siamo; che siamo figli. Una testimonianza che non può essere “teorica”, ma deve essere concretamente vissuta, avendo “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Filippesi 2, 5), perché la verità non è soltanto conosciuta, ma vissuta, o meglio è conosciuta vivendola (Cfr. Gv 3, 21 “chi opera la verità”).

“Credo in Dio Padre”. Il Padre è il Padre nostro ed il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Lui è la via, “Chi vede me vede il Padre”, noi cristiani non possiamo parlare di Dio senza riferirci a Cristo. Non crediamo in Dio architetto del mondo, nell’Essere Supremo (il Dio dei deisti), del Dio di una metafisica che si impone all’uomo con la sua potenza, quasi non fosse, invece, intimo a noi; crediamo in Dio quale ci è rivelato da Cristo, nel Dio Abbà (papà), come dice il titolo del progetto Passio.

La teologia del Novecento ha sottolineato questo aspetto; è avvenuto un passaggio – cito ancora Ferretti – “da una cristologia dall’alto, che parte dalla divinità di Gesù, da Dio che si fa uomo, ad una cristologia dal basso, che parte dall’umanità di Gesù, da quel Gesù che i discepoli hanno incontrato, per arrivare a scoprire come in questa realtà traspaia il vero volto del mistero di Dio”.[11]

Si tratta, allora, di comprendere come Gesù è vissuto, per comprendere chi è; è il come della sua vita che lascia intravedere la trascendenza di Dio, e che ci dice come dobbiamo intendere questa trascendenza. “L’esserci – per – altri” di Gesù è l’espressione della trascendenza”, scriveva Bonhoeffer[12]. E’ l’irruzione di un pensare e di un agire diverso da quello che normalmente guida la condotta umana che ci fa intravedere un’altra realtà: “Il mio regno non è di questo mondo”.

Nella vita di Gesù si rivela il volto di Dio e si rivela il volto dell’uomo: Gesù è il “Figlio dell’uomo”. Credere in Dio Padre significa allora, al tempo stesso, affermare che il volto dell’uomo è tutt’altro rispetto a quello di un uomo egocentrico, intento esclusivamente alla cura di sé, alla propria realizzazione, chiuso in se stesso. Dovremmo proseguire in queste considerazioni, vedere i tratti della vita di Cristo che ci rivelano il Padre e ci rivelano l’uomo, ma non è possibile in questa sede: vi ritorneremo, penso, nei prossimi incontri.

3. Credere oggi

“La fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al presente”, ho letto prima, citando Benedetto XVI.

Riprendo ancora le parole del papa.

Nell’omelia, tenuta durante la messa a Friburgo, sul passo di Matteo 21,29, (il passo in cui Gesù racconta la parabola dei due figli a cui viene chiesto di lavorare nella vigna; ricordate: il primo figlio rispose: “«Non ne ho voglia»; ma poi, pentitosi, ci andò” (Mt 21,29). L’altro, invece, disse al padre: “«Sì, signore», ma non andò” (Mt 21,30) ) così il papa commenta la parabola

“Il messaggio della parabola è chiaro: non contano le parole, ma l’agire, le azioni di conversione e di fede. Gesù – lo abbiamo sentito - rivolge questo messaggio ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo di Israele, cioè agli esperti di religione del suo popolo. Essi, prima, dicono “sì” alla volontà di Dio. Ma la loro religiosità diventa routine, e Dio non li inquieta più. Per questo avvertono il messaggio di Giovanni Battista e il messaggio di Gesù come un disturbo. Così, il Signore conclude la sua parabola con parole drastiche: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli” (Mt 21,31-32). Tradotta nel linguaggio del tempo, l’affermazione potrebbe suonare più o meno così: agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace; persone che soffrono a causa dei loro peccati e hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli “di routine”, che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza che il loro cuore sia toccato da questo, dalla fede.[13]”

Mi pare che in questo ultimo passo Benedetto XVI abbia messo allo scoperto il problema della nostra vita cristiana.

C’è un modo di essere cristiani per cui “Dio non inquieta più”. Accanto all’indifferenza nei confronti di ogni prospettiva religiosa, come accennavo, c’è anche un ritorno della ricerca del sacro. Non so se effettivamente sia segno di una rinnovata fede o invece, segno del desiderio di sicurezze, quasi l’assicurazione di aver Dio dalla propria parte, rimanendo dalla parte di Dio. Di quale Dio, oltretutto?

Tomáš Halík,[14] teologo, docente all’università di Praga, parla di una nuova teologia della liberazione, necessaria per il nostro tempo: una liberazione dalle “sicurezze” nel campo della religione – siano esse le sicurezze dell’ateismo, che non problematicizza, non mette in discussione se stesso, siano quelle di una religiosità che, allo stesso modo, resta superficiale. La secolarizzazione, l’ateismo – Halìk è vissuto in un regime segnato dall’ateismo – costituiscono il luogo su cui ripensare la fede, non evitando, ma riprendendo le domande che hanno portato gli atei a concludere per la negazione di Dio, prendendo sul serio le loro ragioni (parlo ovviamente degli atei seri, non di quelli che sono piuttosto simili agli uomini che non credono in Dio descritti da Nietzsche nell’aforisma 125 della Gaia scienza, incapaci di cogliere la portata dell’annuncio della morte di Dio), avendo la pazienza di confrontarsi con esse fino in fondo[15]. Il Cardinal Martini poneva la differenza non tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra coloro che si arroccano nelle loro certezze e coloro che si lasciano “disturbare” dalle ragioni dell’altro. Nel fondare la Cattedra dei non credenti diceva: “L’importante è che voi impariate a pensare, che impariate ad inquietarvi. Se credenti, ad inquietarvi della vostra fede: sarà veramente fondata? E se non credenti a inquietarvi della vostra non credenza: sarà veramente fondata?”[16]

Una fede matura – compito mai concluso – non ha dunque nulla né di trionfalistico (l’annuncio che portiamo, infatti, non può avere altra forza che quella di un seme seminato) né di un ingenuo carattere consolatorio, ma vive l’esperienza del dubbio, attraversa la notte. Fede matura è quella che non pretende di risolvere tutti i problemi, ma sa rimanere nel mistero. Fede matura è quella di Giobbe, che nell’oscurità, nell’incomprensione della sua esperienza, resta fedele, continua a fidarsi di Dio. Come i discepoli siamo chiamati a vegliare nel Getsemani (sappiamo invece come è andata per i discepoli: si sono addormentati); la nostra fede non può essere estranea a quella di Gesù, che nell’angoscia della morte rassegna nelle mani del Padre il suo spirito.

Vorrei allora concludere contemplando con voi l’icona della Trinità: più che su quella scelta come Logo del progetto Passio, preferirei soffermarmi su quella del Masaccio in S. Maria Novella, certamente più drammatica nell’espressione. Il Cristo muore sulla croce che è sorretta dalle braccia del Padre, in una relazione d’Amore. Alla base dell’affresco della Trinità è dipinto uno scheletro con la scritta: “Io fu già quel che voi siete e quel chi son voi ancor sarete”. Non si tratta di un terrificante richiamo alla caducità della vita, di un, allora consueto, memento mori, ma di una promessa; sarebbero da intendersi come le parole di Cristo, che ci ricorda la sua incarnazione, la condivisone della nostra fragilità e mortalità e al tempo stesso ci indica qual è la nostra meta, in ultima analisi la verità di noi stessi: nell’abbandono al Padre viviamo nella pienezza dell’Amore. “Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17, 10 –11).[17]

Ritorniamo all’inizio, e così concludiamo. Col nostro professare “Credo in Dio Padre” decidiamo di orientare tutta la nostra vita – e ne diamo testimonianza - alla luce di questa fede: che, nonostante tutte le tenebre che ci possono avvolgere, o forse proprio in queste tenebre, non siamo condannati all’insensatezza, condannati ad essere “miseri ruscelli senza fonte”[18], non siamo qui in un “atomo opaco del male”[19], per essere l’uno lupo per l’altro, o, nel migliore dei casi, per condurre la nostra esistenza cercando di non darci troppo fastidio, ma per vivere con pienezza la nostra umanità, nella comunione con gli altri e con la nostra Fonte.



[1] G. Piana, La verità dell’azione. Introduzione all’etica, Morcelliana, Brescia 2011, pag 163

[2] cfr. Ivi, pag 165

[3] G. Piana, Etica dell’identità?, in Salvare l’identità. Le regole, la giustizia, le relazioni con l’altro, Quintessenza editrice, Novara 2011

[4] G. Piana, La verità dell’azione, cit. p. 168

[5] Ivi p. 148

[6] J-L. Marion, Il fenomeno erotico, Cantagalli, Siena 2007

[7] “La fede è la risposta dell'uomo a Dio che gli si rivela e gli si dona” Catechismo della Chiesa Cattolica 26; “La ragione più alta della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio” 27

[8] incontro con i rappresentanti del Consiglio della “Chiesa Evangelica in Germania”, 23 settembre 2011

[9] P. Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), Longanesi, Milano 2007, pp. 9-10

[10] G. Ferretti, Essere Cristiani oggi, Elledici, Leumann 2011 pag. 61

[11] Id, pag. 70

[12] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1988 ,p.462

[13] Omelia all’aeroporto di Freiburg, 25 settembre 2012

[14] Tomáš Halík, Geduld mit Gott. Die Geschichte von Zachäus heute, Herder, Freiburg im B. 2011 (tr. dall’originale in lingua ceca, 2007)

[15] L’ateismo, secondo l’autore, è frutto di un’impazienza nei confronti della percezione dell’”assenza di Dio”: “Vedo nella pazienza la differenza principale tra la fede e l’ateismo. L’ateismo, il fondamentalismo religioso e l’entusiasmo religioso ingenuo sono simili in questo, nel venire a capo troppo rapidamente del mistero che chiamiamo Dio”. Ivi p. 9

[16] intervista rilasciata a Rai 3, reperita alla pagina Internet www.ism-regalita.it/Testi/Martini_il%20mio%20novecento.rtf

[17] Leggo questa interpretazione nella pagina Internet http://www.chiesasantamarianovella.it/opere/la-trinit%C3%A0-del-masaccio

[18] F. Battiato, Fisiognomica

[19] G. Pascoli, X Agosto

Letto 4092 volte Ultima modifica il Martedì, 05 Novembre 2013 10:17

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