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Torino - San Domenico

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TEOLOGIA DEI MIRACOLI

 In questi giorni stiamo leggendo gli incontri a tavola di Gesù. Il vangelo, che stiamo seguendo ci parla di dieci occasioni di convivialità di agape fraterna. Agape è una parola che non è presente della nostra lingua e significa sentimento di amicizia. Questo tratto conviviale di Gesù ci dovrebbe essere molto caro, ma in genere non lo reputiamo un miracolo. Invece l’agape è un miracolo, anche se non abbiamo occhi per vederlo: «Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non ricordate». Sono queste le parole rivolte ai cristiani di ogni tempo, perché il miracolo è sempre negli occhi di chi vede. Nell’incontro che abbiamo avuto sulla “moltiplicazione” l’evento straordinario sembra aver colpito molto. Eppure se indaghiamo nella complessità dei testi scopriamo che la cronaca ci riporta la “fotografia” di un gruppo apostolico che non sembra aver visto molto. Spesso dopo le guarigioni i vangeli riportano un moto di meraviglia che in questa occasione sembra essere del tutto assente. Anzi nella seconda moltiplicazione del cibo raccontata dal vangelo di Marco il Signore riprende con una certa asprezza i suoi discepoli proprio a causa di questa cecità: E quelli dicevano fra loro: «Non abbiamo pane». Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non capite ancora?». (Mc 8, 16 – 21)

 Non capite ancora, dice il Signore, ma possiamo chiederci: cosa c’è da capire? Talvolta liquidiamo i rimproveri di Gesù come se riguardassero solo gli apostoli. Non è questo il modo più corretto di leggere il testo che si presta invece a diverse profondità di lettura. La prima riguarda la cronaca che è usata per raccontarci qualcosa del Vangelo (che è il secondo strato). Infine dobbiamo chiederci cosa dice a noi, ora, in questo tempo e in questo luogo. Ebbene abbiamo scoperto che sul miracolo della moltiplicazione abbiamo sensibilità molto diverse eppure tutti noi crediamo in un unico Cristo. Mi preme perciò dire qualcosa a proposito del miracolo perché rischiamo di cercare con ansia dei segni che ci confermino. Come sappiamo poco dopo le due moltiplicazioni viene richiesto al Signore un segno:

… chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno ... (Mc 8, 11 – 13)

 Anche Matteo mette in bocca al Signore parole molto dure: «… generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato… (Mt 12, 38-39) Sembra proprio che Gesù non creda ai miracoli! Effettivamente non è nel miracolo che si manifesta la Fede piuttosto è nella Fede che si manifesta il miracolo. Sembra una distinzione sottile, ma non lo è. Probabilmente quei farisei non avrebbero creduto, nemmeno vedendo. Dobbiamo così riconoscere che queste affermazioni del Maestro ci mettono in guardia. Come possiamo procedere dunque? Io credo che dobbiamo anzitutto fare una distinzione tra il fatto straordinario e l’autore. Nel Vangelo noi leggiamo i miracoli alla luce della resurrezione e solo in questa luce i miracoli diventano Vangelo! I miracoli non interessano perché sono cose straordinarie, ma perché Gesù è straordinario. Insomma nella nostra vita potremo anche assistere a qualcosa di eccezionale, ma siamo sicuri che sia anche qualcosa di buono? Si dicono cose meravigliose di Apollonio o di Osho, forse non fanno miracoli? Non lo sappiamo, ma se anche fosse, siamo sicuri che queste cose ci portino il bene? Noi abbiamo un intelletto per discernere e capire e dobbiamo usarlo. Dunque dobbiamo dire che la resurrezione è il filtro attraverso cui vedo l’opera taumaturgica del Signore; senza questo fatto i miracoli in se rischiano di diventare delle magie e noi rischiamo di cadere in un miracolismo sterile. Ma c’è un altro pericolo ed quello di ridurre tutto alla nostra logica razionalista. Ora Gesù non è un mago, ma nel contempo la tradizione primitiva riferisce un’attività taumaturgica di Gesù che non può essere messa in dubbio. Dunque quale disposizione dobbiamo avere nei confronti dei miracoli? Difficile a dirsi, ma sembra che proprio il vangelo ci indichi una sottile distinzione, tutta da scoprire nella preghiera. Luca ci presenta due fatti, il primo riguarda Zaccaria e il secondo Maria. Secondo un modo di narrare tipico dell’antico testamento queste due persone concepiscono quando non dovrebbero. Ebbene per il primo la risposta è la seguente:

«Et dixit Zacharias ad angelum: “Unde hoc sciam? Ego enim sum senex, et uxor mea processit in diebus suis”». (Lc 1, 18)

 Nel secondo caso Maria risponde: «Dixit autem Maria ad angelum: “Quomodo fiet istud, quoniam virum non cognosco?”» (Lc 1, 34) Nella traduzione cei abbiamo queste due traduzioni: - Come posso conoscere questo? - Come è possibile? Secondo mons. Caramello nessuna delle due frasi riesce a rendere il testo della vulgata dove con l’”Unde hoc sciam?” di Zaccaria si esprime un netto scetticismo e nel secondo (”Quomodo fiet istud”) uno stato di stupore, di meraviglia. Ora il giusto sentimento nei confronti del fatto straordinario ci è indicato da Maria. Siamo di fronte a un atteggiamento della nostra fede molto delicato ed è comprendibile come la Chiesa usi un estrema prudenza nei confronti dei miracoli. Nei vangeli i miracoli sono fatti per dirci qualcosa, sono dei segni non tanto della potenza di Dio (della quale non dubitiamo), quanto delle intenzioni di Dio.

Dopo il concilio l’introduzione dell’esegesi biblica a cambiato il modo di accostarsi al Vangelo. Possiamo dire che la critica biblica ha cambiato un po’ il modo di credere. Il Vangelo che leggiamo si presta così a mille dissezioni, gli stessi miracoli si prestano a mille domande: Quando il genere letterario presenta un dato puramente simbolico? Quando invece siamo di fronte ad una reale descrizione dei fatti? L’atto taumaturgico del Signore è nella logica della nostra naturale capacità di guarigione o Egli sospende le regole della natura? E ancora se è Dio che pone alla natura le sue regole, perché Dio dovrebbe sospenderle? Sono domande che possiamo aggiungere a quelle tanto più semplici che sentiamo sulla strada, quelle che raccogliamo dalla gente che ci chiede un pretesto per poter credere l’impossibile. Mi preme dire però che noi leggiamo il testo biblico come credenti e non come scienziati e che certe domande ci interessano moderatamente. Noi non mettiamo in discussione nulla, ma siamo interessati al messaggio biblico e non allo scoop. Dobbiamo dunque vigilare per non scivolare in due pericoli opposti. Da un lato rigettare i fatti come irrazionali e dall’altro considerarli indispensabili per il sostegno della fede. I miracoli infatti non si prestano a dimostrazioni di Dio eppure essi mostrano Dio. Potremo dire che i miracoli non ci interessano se non c’è il Signore? Non è così semplice e le nostre sensibilità sono ben diverse l’uno dall’altro. Però credo di poter affermare senza dubbio che un miracolo ci interessa ed è quello dell’agape, quello che gli incontri a tavola ci mostrano senza che vi sia alcunché di straordinario. Il miracolo dell’agape è il miracolo che Giovanni descrive nella comunità dei credenti: ”Vi riconosceranno da come vi amate” (Gv 13, 35). Molti di noi hanno chiesto come mai non assistiamo più a eventi straordinari. Nella vicenda dei pani e dei pesci noi però preferiamo vedere una moltiplicazione di beni senza riuscire a osservare che questo fatto nasce da una semplice condivisione di quel pochissimo che ciascuno aveva. Eppure la singolarità dell’evento non risiede affatto nella moltiplicazione, ma dalla conversione dei cuori, nel rispetto della libertà. È qualcosa questa che dovrebbe farci tremare. Invece proprio dal testo si evince come non ci sia da parte degli apostoli nessuno stupore. Essi non vedono! E noi nemmeno.

Nell’ultimo incontro la Priora ha esortato tutti a condividere la nostra esperienza. Noi non contiamo sui numeri, potremo anzi ritrovarci soli e dover ugualmente perseverare. Ma nel contempo dobbiamo avere il coraggio di dire che noi nel miracolo dell’agape ci crediamo. In questo certo possiamo fallire, ma questo non ci esenta dall’invitare tutti a condividere questa speranza. La vita religiosa è costellata di rovesci, ma noi possiamo desiderare il bene e vogliamo desiderarlo. Dobbiamo desiderare essere “come loro”, come gli apostoli e chiamiamo tutti a farlo. Se noi in san Domenico abbiamo un ideale è proprio questo: fare “come gli apostoli”. Gli apostoli lavorano, come noi; studiano, perché dopo aver incontrato il Signore sentono il bisogno di capire e di trovare le parole per il Vangelo, come noi. Gli apostoli pregano, con fatica perché non sono monaci e prendersi il tempo per la preghiera è difficile, proprio come capita a noi. In ultimo però essi se pur lontani sono insieme, restano quella comunità di intenti così come li aveva costituiti il Signore. Proprio come noi. Ecco, la nostra vita è semplice, modesta, invisibile, ma il seme del regno è piccolo e possiamo lasciare ad altri cose maggiori. Eppure dobbiamo dirci con semplicità che se oggi qualcuno dovesse chiederci di vedere un miracolo dovremmo potergli dire: “venite e vedete”(Gv 1, 39), noi ci vogliamo bene! Eppure eravamo sconosciuti l’uno a l’altro, eravamo diversi per età e per ricchezze. Ci sono tra noi letterati e analfabeti, bianchi e negri, uomini e donne, ma tutti siamo uno in Cristo e se anche non ci riusciamo noi desideriamo amarci, studiare, pregare e predicare. In questo speriamo di essere cristiani, intanto siamo domenicani… “come loro”, come gli apostoli.

Care sorelle e cari fratelli che i nostri occhi possano vedere il miracolo, perché a volte mi chiedo se davvero il Signore ci ha lasciato senza segni o se noi non siamo più capaci di vederli.

                     In Domino et in Dominico             Fabio

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