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La storia di Agognate

Scritto da Paolo Crivellaro

La località di Agognate, oggi piccolo centro rurale a tre Km. da Novara e a ridosso dell'autostrada TO-MI, entra nella storia il 17 febbraio 840, quando il Vescovo Adalgisio dona le decime della villa omonima al Capitolo della Cattedrale. Circa la fertilità dei terreni ne sono testimonianza le proprietà civili e religiose presenti nel territorio e documentate dal sec. XIV

Ecclesialmente dipendeva dall'antichissima pieve di Mosezzo (documentata nel 1013). La prima notizia di una chiesa, dedicata a S. Gaudenzio, si trova nelle consignationes del 1347 e probabilmente indica l'inizio della struttura parrocchiale del luogo.

Ora sono disponibili, in questo studio condotto su documentazione archivistica e osservazione diretta di manufatti, notizie sull'antica chiesa, di cui sussiste l'abside, e sulla chiesa secentesca con il richiamo a personaggi ecclesiastici e laici che hanno lasciato memoria attorno all'edificio sacro.

L'augurio è che possa costituire l'inizio di una esplorazione più accurata di altre chiese comprese nel territorio della ex parrocchia, ora sede della Comunità dei Frati Domenicani.

 Mario Perotti

 

AGOGNATE: UNA CHIESA E IL SUO TERRITORIO

CENNI STORICI SULLA CHIESA DI SAN GAUDENZIO IN AGOGNATE

Già  sede Parrocchiale di antica "Villa", ora dimenticato sobborgo di Novara

 di Paolo Crivellaro

PREMESSA

Da anni ormai questo antico borgo rurale patisce uno stato di progressivo oblio, che sarà sicuramente da inquadrare nel contesto del generale fenomeno di abbandono subìto un po' da tutte le zone rurali e marginali dopo la ricostruzione e il boom industriale, ma che non pare ancora sfiorato da quel recente fenomeno di riflusso prodotto dalla crisi dei grossi centri urbani che sta parzialmente ripopolando i vecchi sobborghi rurali, per una sempre più sentita esigenza di maggiore qualità della vita.

Non fa meraviglia dunque, che un luogo come questo, seppur strategico e nodale per la viabilità novarese, ma abbastanza insignificante e nascosto agli occhi dei più, non abbia attirato su di sé l'attenzione degli storici locali, degnandolo di una monografia o di un approfondimento storico più serio delle solite due righe. Io stesso non mi aspettavo di trovare granché e devo dire che in questo sono stato felicemente smentito dai documenti finora rinvenuti, da cui emerge sicuramente un profilo molto frammentario di questo luogo, ma, come il buco di una serratura, sufficientemente largo per sbirciarvi dentro e trovarvi cose inedite di cui stupirsi.

Questo lavoro, nato un po' per giocosa scommessa e un po' per la necessità di questa comunità domenicana di motivare delle esigenze di ristrutturazione ormai vitali per la sua stessa sopravvivenza, non ha dunque alcuna velleità di esaurire, neanche in parte, una ricerca storica sul luogo, di cui semmai vuole costituire un primo rudimentale mattone (primo rispetto ad una ricerca monografica "moderna", non certo rispetto alle preziose memorie, seppur frammentarie, della bibliografia passata).

Il lettore anche meno attento e "racée" si accorgerà tuttavia che lo stile dell'opera non si sottrae a quelgenere un po' compilatorio tipico di molta storiografia del passato (spesso tanto generosa quanto farraginosa), quindi non proprio brillante e aggiornato, tuttavia non vi troverà nemmeno quei voli pindarici tipici di certi lavori eseguiti con scarso fondamento archivistico e tanta licenza poetica (in parole povere: molto fumo e poco arrosto). Nell'attesa che ben altra penna che la mia si cimenti in questa ricerca, spero che i nostri amici non disprezzino questi timidi inizi di esplorazione, compiuta, tra l'altro, da un "avventuroso" non novarese a cui mancava sicuramente il retroterra necessario per compierla.

Etimologia di Agognate

Prima di esplorare l'argomento, un po' di etimologia è di rigore. Il toponimo di Agognate (in lat. med.: "Agoniatum", "Augnate", "Auguniati" o "Anguniati", "Agugnado", "Acconiato"; in tardo volgare "Gognate" ecc.) come facilmente intuibile è certamente debitore di quello del fiume Agogna.

In un ormai datato lavoro di Dante Olivieri (Dizionario di Toponomastica Piemontese, Paideia, Brescia 1965, ma vedi meglio il più aggiornato e completo dizionario della UTET) si riporta la tesi del Bianchetti che faceva derivare il nome del fiume (in lat. med."Agunia", "Aconia", "Agonia"; in tardo volgare "Gogna") dal nome etnico di una tribù di "Agoni" ("Agones"), resaci nota da un testo di Polibio, stanziatasi in un territorio che, nel novarese, aveva il suo limite occidentale in Ghemme, quello orientale intorno ad Agrate Conturbia e quello meridionale presso S. Bernardino di Proh: territorio altrimenti noto come "pagus agaminus" da questi popolato nella media età del ferro.

Inoltre, se vogliamo meglio approfondire, non possiamo tacere che questa etnia deve probabilmente il suo nome al termine gallico "aga" cioè "punta", "bricco", "roccia" in quanto questa tribù risiedeva abitualmente presso alcuni rilievi collinari ( punte ) disseminati a settentrione di Novara.

Alla stessa etnia pare riconducibile anche il toponimo di "Agaunum", località situata in Svizzera legata al martirio di San Maurizio e compagni della legione tebea.

Altra ipotesi riportata dall'Olivieri, non meno accreditata, ma non necessariamente in conflitto con la precedente, è una derivazione etimologica del fiume dal nome gentilizio romano "Aconius" ( non vi è necessaria contraddizione se pensiamo che i romani erano etnicamente molto più un coacervo di popoli che una razza monolitica e spesso non hanno fatto altro che assorbire le realtà precedenti latinizzandole).

Le suddette etimologie, come mi ha comunicato gentilmente il chiarissimo Dottor Gambari della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, paiono le più corroborate da precisi riscontri storico-archeologici.

Pare priva di serio fondamento quindi, un etimo del fiume derivato dal greco "agonos" ("sterile") come recentemente sostenuto in una pubblicazione che metteva in relazione diversi toponimi piemontesi con un'origine dorica, testimonianza di un'antica penetrazione di questa popolazione dell'Egeo attraverso la Liguria e l'attuale Piemonte.

 CAPITOLO I

Prime fonti: dal ix al xiv secolo

 Risale al 19 Febbraio dell'anno 840 dopo Cristo la prima menzione della "villa" di Agognate in un documento in cui il Vescovo Adalgiso dona vari beni alla chiesa maggiore di Novara tra cui le decime di "Agoniatum"(Agognate) e di "Camilianum" (Camiano, presso Agognate).

Il 25 dicembre 1007 il Vescovo Pietro III restituisce al Capitolo di Santa Maria le decime di Agognate ("augnate"), Camiano e Gradisine (che evidentemente dopo la donazione di Adalgiso gli erano state ingiustamente sottratte) e gli dona il luogo di Quartaria. Medesimo riconoscimento avviene il 25 giugno 1133 per mano del pontefice Innocenzo II che riconosce i diritti feudali e le decime spettanti ai canonici della chiesa di Novara tra cui "Camiliani et Anguniati", confermando la sentenza di Riccardo, vescovo di Novara, approvata da Onorio II. Nuovo riconoscimento avviene il 14 Luglio 1148 quando Eugenio III papa conferma i possessi ed i privilegi della chiesa di Novara tra cui le solite decime di "Camiliani et Auguniatj". Non è da meravigliarsi di una simile ripetizione dello stesso privilegio in epoche relativamente ravvicinate, giacché di norma tutti i privilegi episcopali o regali, lungi dal rimanere come acquisiti, andavano riconfermati ad ogni "cambio della guardia" del potere temporale e spirituale, altrimenti perdevano presto il loro valore contro le mire e le "pretensioni" di vari contendenti.

Il 18 maggio 1151 viene redatto l'elenco dei chierici della città di Novara che hanno già prestata la dovuta obbedienza al vescovo Litifredo, dove finalmente compare un certo: "Presbiter iordanus de agugnado", anche se non siamo certi che con quel "de" si volesse intendere il prete con la cura di Agognate, come è probabile, o semplicemente la sua provenienza.

Le suddette notizie sono state estratte dalle Carte dell'Archivio Capitolare di Novara (vedi "Biblioteca Società Storica Subalpina", Regia Deputazione Subalpina di Storia Patria, volume 78, pp. 7, 206, 209-211, 253-255, 271-272).

In altra carta del 1175, ove si compone una controversia tra i signori di Agognate, il Capitolo di San Gaudenzio e di S. Maria , l'Abate del monastero di S. Lorenzo da una parte e dall'altra i padroni dei mulini sull'Agogna, relativamente all'uso del legname trasportato alle chiuse dei mulini, si fa menzione per la prima volta dei suddetti signori di Agognate, che erano allora Gregorio Malastropa (o Malastrofa?) e certo "Robafolle": dei Malastropa non sapremo più null'altro oltre il fatto che erano membri dell'aristocrazia consolare di Novara (vedi "Novara e il suo territorio"), i Robafolle invece li troveremo anche in seguito. I pur encomiabili repertori classici sulle famiglie nobili (come il "Patriziato Subalpino" del Manno ed altri) sono abbastanza frammentari e talora del tutto reticenti su molte famiglie come queste e necessitano da tempo di un aggiornamento basato su una più paziente ricerca.

Per quanto riguarda il XIII secolo sappiamo solo che la chiesa nel 1240 era sotto la giurisdizione dei canonici della cattedrale.

Purtroppo però non abbiamo a disposizione tutt'oggi documenti più chiari ed espliciti sull'anno, o almeno l'epoca di fondazione della parrocchia di Agognate, che comunque dovrebbe risalire a tempi assai remoti, mentre dell'esistenza di una chiesa entro la metà del IX secolo possiamo esserne certi in base all'esplicita menzione di Agognate nel pagamento delle decime.

Qualcosa di molto più significativo sulla chiesa di Agognate lo abbiamo dalle "Consignationes" dei Benefici della Diocesi di Novara prodotte nell' anno 1347 su ordine del vescovo Guglielmo Amidano da Cremona (infatti sull'antichità della parrocchia di Agognate il Bascapè sosterrà che sia Agognate che Camiano furono citate come parrocchie nel libro del vescovo Guglielmo, quasi certamente identificabile col suddetto).

Alla carta 59 v. di tali consegne abbiamo: "Hec est consignatio quam facit presbiter oliverius rector et benefitialis ecclexie sancti gaudentii de acconiato de bonis et rebus, terris et possessionibus spectantibus et pertinentibus ecclexie suprascripte occasione sue prebende" seguono le "consegne" delle terre spettanti alla chiesa di Agognate con la descrizione delle coerenze (cioè dei confinanti) dei singoli appezzamenti tra cui compaiono a più riprese: gli eredi di "domini Guifreoni de Acconiato" (un nobile). "Olrigini Catie" (Caccia), "Perrotus Calderarius", "dominus Ottolinus Leonardus", "Nicholinus de Rozate", "Fiorius medicus", "Jacobinus de Robafollo" (B.S.S.S. ibidem, pp. 202-203). Il termine "de Acconiato" potrebbe non intendere solo l'origine, ma anche il nome stesso di una nota famiglia omonima, i "De Agoniato": una delle famiglie consolari di Novara che avevano loro membri nel Capitolo (vedi "Il Piemonte medievale" di A.M. Nada Patrone in "Storia d'Italia", UTET, volume V, p. 240).


CAPITOLO II

XV e XVI secolo: committenza e vicende ricostruttive tra svolte feudali e prime certezze sul patronato

 Dopo le gravi distruzioni, i saccheggi e gli incendi del XIV secolo, interessanti l'intero novarese, causati dagli aspri combattimenti e rappresaglie intercorse nella guerra tra le truppe mercenarie inglesi del Marchese di Monferrato e quelle di Galeazzo Visconti ( vedi "Storia della Città e diocesi di Novara" di Carlo Morbio pp. 136-137 ), è certo che Agognate nel secolo seguente fosse interessata da ampie imprese ricostruttive. Ce lo testimoniano il superstite abside affrescato della chiesa quattrocentesca e certe fasi costruttive del modesto campanile annesso, in parte coevo.

Si può presumere che la figura di committente orante, vestita di nero e con una berretta bianca tra le mani giunte, che inginocchiata ai piedi di San Gaudenzio (affrescato al termine di una teoria di apostoli e raffigurata nella parte sinistra del tamburo absidale), possa identificarsi con un membro della famiglia Caroelli? Forse sì, purtroppo le aperture indiscriminate praticate quando quest'abside, ormai separata da un muro divisorio dalla nuova fabbrica, fungeva da negletto ripostiglio e locale di stagionatura pei salumi, ci hanno privato di vasti brani di affresco e probabilmente di un cartiglio dove erano riportati data ed esecutore dell'opera a fresco e nome del committente.

Tuttavia abbiamo sufficienti argomenti per attribuire con buon margine di sicurezza la paternità di questi affreschi della seconda metà del XV secolo al maestro "Bartulonus": autore certo di assai simili affreschi eseguiti a S. Graziano di Grignasco nel 1464. Pure a lui attribuiti sono alcuni affreschi del 1470 ca. a S. Pietro di Casalvolone (Madonna col Bambino: notare il modo di contornare volti e figure con marcati profili neri che si può riscontrare nettamente anche nelle figure di Agognate e specialmente in quelle del catino che essendo più in alto necessitavano di essere maggiormente evidenziate) e di altri del 1460 ca. attribuitigli alla Madonna dei Campi di Landiona, dove si riscontra una scena con un Cristo crocifisso estremamente vicino a quello del tamburo absidale di Agognate (vedi "La Pianura Novarese dal Romanico al XV secolo.", Interlinea).

In base a pure assonanze stilistiche, penso fondate, mi prendo qui la libertà di suggerire una possibile identificazione in "Bartulonus" (o comunque nel maestro di Agognate, se vogliamo rimanere più abbottonati) di uno dei maestri frescanti che lavorarono nella "Cantina dei Santi" di Romagnano Sesia e specificatamente nell'autore di ciò che rimane della scena dell'unzione regale di Davide da parte della tribù di Giuda (vedi fotografia a pagina 108 in "Segni sul territorio - La Cantina dei Santi a Romagnano Sesia" di Carlo Brugo), più precisamente, nel lacerto raffigurato, trovo forti analogie tra quella testa con turbante (Re Davide?) che compare in mezzo a quelle dei trombettieri (queste forse di aiuto o di altra mano) e le tipologie espressive assai primitive del nostro pittore, riscontrabili in molti suoi ritratti di "assorti" santi barbuti.

Sul catino absidale di Agognate, separati da una striscia bianca dal resto del brano pittorico, sono affrescati il Cristo Pantokrator (Cristo glorioso del Giorno del Giudizio) che regge il Libro in cui è scritto "Ego sum lux mundi, Via , Veritas et Vita" ed appare dentro ad "amigdala" (mandorla), contornata da nembi ed arcobaleni multicolori, con ai quattro lati il "tetramorfo": figura dell'Antico Testamento di quattro esseri viventi alati e con molti occhi con le sembianze di un angelo (o uomo), di un leone, di un bue (in questo caso raffigurato come torello "intero") e di un'aquila, poi utilizzati dalla tradizione cristiana come i simboli dei quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca, Giovanni. Secondo il canone a cui si è rifatto l'autore degli affreschi, queste figure reggono ognuno un cartiglio con un brano tratto dall'ìncipit o da altro punto del vangelo corrispondente.

Al centro del tamburo absidale si trova affrescato Gesù crocifisso tra Maria e Giovanni "ploranti"; a destra e a sinistra di questa scena sono le figure dei 12 apostoli (ne sono rimaste bene o male 10, interrotte da vaste lacune in cui è impossibile riconoscere le tracce delle antiche monofore originali) che, fatto abbastanza singolare, almeno al di fuori del mero retaggio figurativo novarese, tengono tutti quanti il libro in mano, compresi quelli che non figurano tra gli autori di libri canonici.

Ben riconoscibili, grazie agli attributi agiografici, sono un seppur mutilo S. Pietro, S. Giacomo maggiore, S. Bartolomeo, S. Taddeo e S. Tommaso, mentre i restanti sono di incerto riconoscimento per l'assenza di attributi e per la scomparsa del nome che originalmente era scritto accanto all'aureola di ogni apostolo, come appare da un larvato resto di scrittura, visibile a stento sopra le teste dei primi apostoli a sinistra.

Ai piedi degli apostoli di destra è ancora visibile, sulla parete in basso, un piccolo vano quadrato e un po' profondo, coevo agli affreschi anche se rimaneggiato, che non sappiamo bene se servisse come vano per una lucerna (la parete superiore sembra affumicata) o per custodirvi gli olii santi, o come rozza acquasantiera.

La tavolozza del pittore, pur limitata ad una certa monotonia di terre ed ocra gialla, rossa o usta, terraverde mista o sottoposta a malachite e nero, non risulta per questo avvilita: i rossi annacquati usati sfruttando il colore di fondo del bianco di calce (Bianco S.Giovanni) denotano un consumato mestiere (anche se incapace di andare oltre ai vecchi canoni) in questa forma di pittura così virile ed immediata. I rossi carichi dei drappeggi del Cristo e di alcuni santi, hanno l'intensità, la brillantezza e la densità dei rossi di lacca ispessita di certe miniature trecentesche e delle miniature trecentesche partecipa ancora sicuramente di una certa ansietà "riempitiva".

E' possibile che il verde malachite intorno alla mandorla del Cristo fosse originariamente un cielo blu di azzurrite (pigmento azzurro meno prezioso usato in sostituzione del più stabile oltremare di lapislazzuli) che in seguito alle secolari infiltrazioni di umidità sia poi degenerato in malachite, che differisce dal precedente minerale solo per un legame di Idrogeno in più, tuttavia in questo caso, molto frequente negli affreschi del quattrocento, il viraggio del colore dal blu al verde, avviene generalmente a larghe chiazze e non interamente.

Il brano pittorico proseguiva oltre che all'interno dell'abside anche su una fascia decorativa posta sulla cèntina esterna dell'abside, che però in seguito agli interventi dei secoli successivi venne quasi completamente cancellata: rimangono solo alcuni lacerti di una banda rossa alternata alle strisce bianche dell'intonaco.

Sulla conformazione ed estensione della chiesa in questo scorcio di tardo medioevo ed oltre, prima della ricostruzione "settecentesca", poco è dato di intuire dalla superstite abside e ben poco ancora dalle carte d'archivio. Tuttavia dal recente rifacimento della pavimentazione per la posa del nuovo impianto di riscaldamento, sappiamo che di fronte alla cappella della Madonna un muro proseguiva diritto quasi "a filo" dell'attuale parete sinistra del presbiterio (per chi entra in chiesa dalla facciata) per poi interrompersi ad un certo punto dell'aula. Dal termine "sgrandimento" (cioè ingrandimento) usato per la nuova fabbrica del settecento, sembra palese che la chiesa precedente fosse più modesta. Dalle prime visite pastorali non pare che l'attuale abside fosse accompagnata da absidi laterali.

Sotto la pavimentazione rifatta nel 1927 ed uno strato di cemento, si trovò, durante gli ultimi lavori, una pavimentazione in coccio pesto. Negli stessi lavori fu rimosso finalmente il brutto e recente impiantito di cemento dell'abside, guadagnando in profondità circa 60 cm di superficie affrescata. Al di sotto di una grossa lastra in pietra grigia e di altra lastra più levigata, chiara e maculata di rosa, ormai informe, entrambe prive di iscrizioni o fregi, si trovò sotto le macerie un semplice pavimento in terra battuta su cui si rinvenirono alla rinfusa diverse piccole pietre piatte di fiume specularmente spaccate a metà (disposte a mo' di mitili aperti, senza alcun segno di arnese di spacco sui margini) che lì per lì sembravano far pensare a chissà quale arcaico cerimoniale di consacrazione, ma che secondo il più smaliziato parere di un esperto archeologo da me consultato, risulterebbero la semplice testimonianza di un tentativo di appianare il suolo, forse per disporvi una rudimentale pavimentazione.

Si ricoprì poi il tutto con una pedana in legno (limitandosi dunque ad un'indagine superficiale, senza insistere per correttezza su una situazione che tra l'altro non dava di presagire nulla di rilevante) per arrivare al livello della pavimentazione del coro e rendere utile alle celebrazioni il vano absidale.

Il 9 Gennaio 1467 il Duca di Milano Galeazzo Maria Sforza investe Alpinolo De Casate (governatore di Domodossola) del fu Francesco, dei dazi, Giurisdizione, beni e redditi di S. Pietro Mosezzo, Mosezzo, Mandello, Castelletto, Mezzomerico, Conturbia, Nibbia, Sorisia e Agognate nel Novarese per il prezzo di 7642,10 Imperiali. Di questi "De Casate" poi Casati, nobile famiglia lombarda, avremo occasione di parlare in seguito; certo è che i Casati mantennero unicamente la signoria feudale su Agognate, mentre ruolo ben più importante sulle vicende della chiesa e del luogo, lo mantennero i nobili Caroelli, che devono aver soppiantato i Malastropa (antichi signori di Agognate) nello juspatronato della chiesa, probabilmente già in questo secolo.

Del 1520, (in realtà pare del 1546) abbiamo il "Liber Omnium Benefitiorum Civitatis et totius Dioecesis Novariae.", da cui sappiamo con certezza che il Patronato era in mano ai suddetti Caroelli; dalla stessa fonte sappiamo che vi erano nel territorio di Agognate 230 anime per un totale di 60 famiglie. Titolare del Beneficio di S. Gaudenzio in Agognate era certo Don Francesco de Albertis.

 

CAPITOLO III

tra il Bascape' e il Visconti: Agognate nelle visite pastorali del xvii sec. (1596-1697)

 

La Visita Pastorale del 1596, del Bascapè descrive una chiesa ancora modesta probabilmente ad aula unica (in cui l'emiciclo dipinto era ancora visibile) senza sacrestia (le suppellettili sacre si conservavano in una cassa); inoltre ci segnala che nel mezzo dell'edificio, a meridione, si trovava una "Imago B.Virginis magne devotionis" (forse un'immagine dipinta o un'antica statua della vergine di cui ora si è persa traccia) e che un battistero rudimentale si trovava all'ingresso sulla sinistra.

Tornando alle vicissitudini feudali, in seguito alla morte del Conte Antonio Casati (ultimo discendente maschio della famiglia) il 17 Maggio 1597 i feudi passano a mano regia, console di Agognate in quell'epoca era certo Battista de Salicibus a cui seguirono nella carica Francesco Gantino e Antonio de' Poggijs; i capi di casa erano solamente 13 per un totale di 73 "bocche": dai dati precedenti la popolazione sembra decimata.

Solo il 31 Maggio 1614 Filippo Re di Spagna investe Margherita Casati, sorella del defunto Conte Antonio, dei feudi e giurisdizione delle terre di Conturbia, Mezzomerico, Morghengo, S. Bernardino, Castellazzo, Mandello, Mosezzo, Zottico, S. Pietro Mosezzo, Nibbia ed Agognate, erigendo i medesimi feudi in Marchesato (Marchesato di Conturbia) per essa ed i suoi discendenti maschi. Il 27 Giugno dello stesso anno nella "nota delli Consoli et Huomini di Agognate" (stilata dal notaio Carlo Cremona Decurione e Console di Giustizia di Novara abitante in Agognate), abbiamo console certo Martino Sara ed i capi di casa sono 15.

La Visita Pastorale del 1618 del Cardinale Ferdinando Taverna è l'ultima che registra ancora la visibilità degli affreschi absidali: "Altare maius. emiciclo depicto cum inscriptiones".

Nel 1637 con la morte di Margherita, moglie di Giovanni Antonio Talenti di Fiorenza, si estingue il ramo dei Casati di Conturbia del cui Marchesato il 14 Marzo 1637 viene investito Girolamo Talenti Casati Fiorenza. Al 1646 Agognate figura tra le terre sottoposte al "contado" novarese (fatto abbastanza scontato data la prossimità).

Nella Visita Pastorale del 1662 di Giulio Maria Odescalchi si ordina il rifacimento del battistero troppo angusto, con la costruzione per esso di un'apposita cappella nel cimitero (cioè sul lato destro della chiesa). Inoltre l'antica abside dipinta, qui è menzionata come già imbiancata ed utilizzata forse come piccola sacrestia posta oltre l'altar maggiore, quindi già separata da una parete divisoria.

Del 21 Marzo 1679 è il consegnamento dei beni e dazi di Agognate e Nibbia del Marchese Gerolamo Talenti Fiorenza, compresa la ragione di tener barca sul fiume Agogna vicino ad Agognate. Di iniziativa del nobile Giuseppe Urbico Valeriano Caroello, Canonico Coadiutore della Basilica di S.Gaudenzio, è l'arrivo ad Agognate nel 1680 delle Reliquie di S. Urbico (a cui sarà dedicata nella nuova "fabbrica" la seconda cappella entrando a destra, ora della Madonna del Rosario e dei santi domenicani) unitamente a quelle degli altri SS. Martiri Simplicio, Fortunato, Giusto, Vitale, Alessandro, Primiziano, Innocenzo e Restituto, che furono estratte dalle catacombe di sant'Agnese per ordine di Innocenzo X.

Nel 1685 il Beneficio di Agognate acquista una campana di 13 rubbi da Gio. Giacomo Tosi a nome di Paolo Valle (fonditore?); altra campana di rubbi 8 comprerà dallo stesso il 28 ottobre 1687.

Il 7 Agosto 1693 le Monache di S. Agostino di Novara, nella persona di Suor Giacinta Maria Brusati, dichiarano "daver hauto et R.to (ricevuto) dal R.do Sig. Curato Di Ghognato, il Sig. Gioseppe Antonio Lucino L.96 dico lire novantasei , à conto del Tabernacolo, è scalinata, di nostra Chiesa venduto ad esso Sig.." (sic), la tale monaca, in calce, dichiara inoltre a scanso di equivoci: "è questo si è venduto con il consenso della R.da Madre". Non sappiamo dunque se questa scalinata fosse opera in legno o se possa identificarsi con la gradinata di marmo che precede ancor oggi l'antico altar maggiore col tabernacolo, oppure ancora se questa sia stata rimossa e perduta in seguito alla nuova fabbrica: i conti dei lavori all'altare eseguiti tra 1752 e 1753 non sono di così immediata comprensione.

Dalla Visita Pastorale del vescovo G. B. Visconti del 1697 sappiamo che la chiesa, di juspatronato dei fratelli Caroelli, era dedicata a S. Gaudenzio e Confessori: vi si evidenzia la necessità di costruire una vera sacrestia, al posto dell'attuale troppo angusta, dispone che sia fornita degli armadi opportuni e che la chiesa venga pavimentata ed imbiancata. Allora i capi di casa erano 36 con 170 anime a comunione.


CAPITOLO IV

dalla nuova fabbrica alla consacrazione (1699-1857)

 Del 1708 è la nuova fabbrica della chiesa di Agognate o il suo "sgrandimento" ad opera del Capo Mastro da Muro Paolo Falcone (talora "Falconi") su disegni "approvati dai superiori" sin dal 1699 (che per'ora non si trovano).

Il Capo Mastro venne pagato fiorini 30 a giornata, gli altri mastri fiorini 27 ed i garzoni fiorini 17, senza contar il vino! Il Falcone promise il 10 Novembre 1708 : "di principiare la detta fabbrica all'apertura della Staggione subbito che si possi adoprare la Calcina, Continovando sino alla fine di detta fabbrica, alla quale esso pure doverà prestare la sua opera, con mantenere sotto sopra almeno quattro Maestri sotto di se, et che sijno abili. Con un gargione ogni due maestri, et bisognando accrescere il numero de' gargioni nell'inalzarsi la fabrica, se ne pigliaranno dal detto Capo Mastro quanti ne bisognano et questo sottorefferente.. et questo si intende solo che detto Capo Maestro debba terminare la fabrica, sino al metterla in coperto, perché così tra le dette parti resta convenuto, et (in)fede Io P. Carlo Saverio Lucino Curato d'Agognate e Camiano, Vicario Foraneo affermo e prometto quanto sopra..(seguono le firme di priore, sottopriore ecc.)..Io Pavolo Falchone afermo..Mas. di muro".

 Parroco di Agognate all'epoca dell'inizio dei lavori era don Giuseppe Antonio Lucini (coadiuvato dal priore Gio. Nicolotto e dal sottopriore Carlo Signorino) morto questo il 28 aprile 1705, il di lui fratello, don Carlo Saverio Lucini che la condusse al termine, promosse nel 1720 un corso di esercizi spirituali di 10 giorni per il clero delle parrocchie vicine ed intraprese nel 1726 una solenne missione al popolo per le parrocchie del Vicariato di Mosezzo e dei sobborghi di S.Andrea e S.Martino: le prediche si tennero al coperto di un tendato sul greto dell'Agogna dove fu anche eretto un palco per i predicatori e una cappella col tabernacolo per il SS.mo Sacramento. In quell'occasione il 23 giugno si comunicarono 2750 fedeli e per la benedizione papale erano presenti 8000 persone, il venerdì precedente, di sera, si fece una solenne processione col crocifisso posto dentro una bara che durò fino alle tre di notte e per tale occasione vista la moltitudine dei partecipanti furono tenute aperte le porte della città (vedi "Novara Sacra" 1929).

Il 3 Aprile 1715, col contributo di doppie 500 elargite dal Reggente Luigi Caroelli, (senatore, decurione di Novara, Conte del Sacro Romano Impero nel 1709, investito della Signoria di Vespolate il 20 Ottobre 1715), si costruì "l'alzata del coro" della nuova chiesa, fornitori certo Marucco e il "fornasero" Gio.Angelo Prino. Dopo la morte del Conte Reggente avvenuta l'11 Novembre 1720 (testò il 14 Novembre 1719), secondo diverse attendibili fonti di seconda mano i lavori di costruzione della chiesa termineranno nel 1729.

Tra 20 Febbraio e 30 Luglio 1719 si ebbero i lavori di ricostruzione della casa del Beneficio di Agognate (corrispondente al nucleo centrale, pressochè aderente alla chiesa, della casa attuale) ad opera del Curato Carlo Saverio Lucino e a cui lavorò anche il mastro da legname Melchiorre Romano .

Uno sguardo alla mappa del coevo Catasto Teresiano (1733) permette di leggere seppur con grande cautela, nello schizzo approssimativo della chiesa in inchiostro rosa, una fabbrica sommariamente compiuta, con una facciata "a rientrare" che farebbe pensare ad un impianto ancora fortemente "barocco", del tutto compromesso dagli eventi costruttivi successivi ed in particolare dall'aggiunta del porticato in epoca imprecisata; assai rimarchevole è il fatto di come l'emiciclo absidale sia evidentemente separato con un semplice tratto dal resto della chiesa (che parrebbe ancora ad aula semplice, senza sacrestia e cappelle laterali), ma soprattutto ancora libero e non inglobato nella casa parrocchiale.

Nel 1742 il patronato risulta ancora in mano ai Conti Caroelli nella persona del Conte Paolo, che vi nominò a curato un certo Don Francesco Molinari di Cinisello Milanese (ma la nomina ebbe effetto?). Sempre per la munificenza del Caroelli, in quell'anno fu terminata l'imponente cornice in marmi pregiati della "ancona" della Cappella gentilizia di Sant'Urbico (e quindi la cappella stessa) come riporta un iscrizione sulla sua sommità.

Nel 1746 tra Gennaio e Marzo i lavori proseguono in chiesa col Mastro "Giacho. Antonio Falchone" (figlio di Paolo?) sotto la sua guida si eseguiranno gli stucchi a completamento dell'apparato decorativo della chiesa (forse stuccatore lui stesso) i mastri da muro furono pagati a 28 (soldi?) a giornata per le 6 giornate impiegate nel fare "li ponti per lo stucatore".

 

N.B.: la bibliografia di rito (Schede Vesme, Brayda-Coli-Sesia, Thieme-Becker, Benezit, ecc.) non permette di identificare con certezza questi Falcone con la famiglia del famoso scultore, fonditore e stuccatore luganese di Bissone Bernardo Falcone, che prestò a lungo la sua opera per Casa Savoia (specialmente intorno alla Reggia della Venaria per cui eseguì tra le varie opere un cervo di bronzo) e tanto meno vi sono dati per identificarli con la numerosa famiglia di artisti napoletani citati nei suddetti repertori. Evidentemente sarebbero necessari maggiori dati sulla loro opera nel territorio novarese, ma l'ipotesi luganese è assai probabile tenendo conto della grande rinomatezza e della forte capillarità di diffusione di questa scuola in quell'epoca tra Piemonte, Lombardia e oltre. A conferma di un insistenza sul territorio novarese di questa famiglia di mastri da muro, stuccatori e architetti sappiamo dalla bibliografia (Brayda-Coli-Sesia: "Ingegneri e Architetti del sei e settecento in Piemonte" Torino, marzo 1963, p. 34) della presenza tra sette e ottocento dell'Architetto Civile Paolo Serafino Falcone, approvato dalla Regia Università di Torino il 30 marzo 1793 con presentazione di un progetto di casa di caccia (notizia estratta da manoscritto Vernazza in Accademia delle Scienze di Torino). Non abbiamo però dati a sufficienza per sostenere che quest'ultimo fosse nipote di Paolo Falcone e figlio di Giacomo Antonio.

 Risale al 14 maggio 1750 il capitolato d'intesa tra il Rettore Carlo Gaudenzio Antenusio ed il falegname Gio Giacomo Turcotti della Pioda di Valsesia per fare "li cardenzoni della Sacrestia giusta il Dissegno con due Antiporti, e Cassa banco in longo della Sacrestia, e si è stabilito per suo prezzo o mercede della sua opera lire trecento imperiali dico 300 e quatro brente di vino": è questa l'unica notizia che ci permette di concludere che in quell'epoca la costruzione della nuova sacrestia fosse terminata! Una simile datazione è tranquillamente accettabile dopo un breve sguardo alla sua tipologia architettonica piuttosto tarda. Rimangono tracce, sul lato un tempo rivolto al cimitero, di alcune semplici decorazioni ad intonaco sopra i finestroni, in una si riconosce nettamente una croce di Malta, in altra a fatica par di riconoscere la figura di una gru o di airone, seppur mutila (uccello talvolta usato come simbolo di spirituale distacco terreno in quanto usa stare eretto su un solo arto).

 Venne eretta nel 1752 la Cappella-Ossario sulla sinistra della chiesa entrando, poi decorata con una pietà con ai lati S. Michele Arcangelo che schiaccia Satana ed una santa; pitture eseguite a "mezzo-fresco", al di sotto delle quali eravi un modesto altarino in cotto.

Nello stesso anno troviamo il seguente capitolato in cui "resta convenuto tra ...e sottoscritti di fare la balaustra dell'Altare Maggiore della Chiesa d'Agognate con suo Altare con mensa di due pezzi di larghezza di (Q.? unità di misura lombarda?)6, ed sue giunte alli Scalini superiori già in opera del medemmo ordine secondo la nota de' marmi descritta ed'afirmata; per il che resta accordata per il tempo di darla in opera per il mese di Maggio dell'anno prosimo avvenire 1753, e di più la Chiesa s'obliga d'andare a sue spese sino a Turbico a condurre li marmi sino ad'Agognate, col pagamento de' dazij. Intorno al prezzo resta in rimessa dell'Ill.mo Sig.r C. Abate Don Giuseppe Caroelli da pagarsi pure dalla Chiesa d'Agognate, obligandomi io infrascritto Rettore per la sudetta Chiesa; e di più a conto della detta Opera dare lire quatrocento Imperiali nel mese di dicembre circa la mettà del detto mese e per fede.Io P.Carlo Gaudenzio Antenusio Rettore accetto e prometto quanto sopra..Io Martino Arggenti a nome anche di G(i)usepe Buzi mio Colega prometo Come Sopra". Segue la nota dei marmi da impiegarsi:

"n.1 Primo Gradino..(testo mutilo).cret.e Della Bardela (predella?) Braccia 14 in circa....4.cheduna in Bracia Lire 66

.2 Basa sotto al Palio di marmo nero

.3 chartele Del Detto Palio Di Biancho e roso chon suvoi conparti e spechij Di ochiadino

.4 Palio Fasa ( fascia?)che gira al intorno Di ochiadino o pure galofarata (sic!) Fondo Di machia Vechia chon suvo contor..no Di gialdo

.5 chartelo nel mezo Di nero chon suva Folia in Fondo et in cima Di giallo di Verona et schudo nel mezo di ardese

.6 mensa che unise alla cornice sopra modelioni Di nero

.7 Fondo che tacha alli modelioni di machia Vechia chon suvo Fondo di Verde lighato in gialdo

.8 le Duve (2)gionte De schalini di nero con chornesi chome resta in opera

Segue.."nota De Marmi per le Balaustre

n.1 Schalini Di Brochatelo

n.2 Busse di nero chome ancho le cimose

n.3 Pilastri di nero chon suoi chornesi (o "chomesi"??)Di machia Vechia

n.4 Cholonete Di Brochatelo chon suvoi chornesi (idem sopra) di ochiadino

li schalini nel Prezo per ciaschedun B.a (Braccia?) Lire 4

la Balaustra chome sopra nel Prezo di chadun B.a Lire 43

chontra altare chon mensa et Pedestali chon le gionte De schalini in tutto Lire 550".

E ancora: "Stima sulla Balaustra Braccia 92 (?)..per ogni Braccia l. (lire?fiorini?) 40 acetato de Scalino sotto detta Ballaustra importa ...........lire (?)366

Stima de Acrescimenti del'Altare compreso il Scalino p. mo (primo?) .lire (?)450

Scalini se cosi è sotto, la ballaustra Braccia 14 caduno a lire(?) 4 ....lire 102

Sotto Sopra l'uno con l'altro si mette ...............lire 928

...........................(totale).. 928"

Sul grande portone d'ingresso della chiesa, lavoro solido in rovere e pioppo, è incisa la data 1770 con le sigle R.G.-A.T. (che non sappiamo a quale artefice o committente appartengano). Nonostante le esplicite clausole dei capitolati d'intesa con le maestranze, l'aspetto attuale della facciata sembra incompiuto (a puro titolo di esempio, ricorda un po', con le dovute proporzioni, la facciata di San Petronio in Bologna). Il bel porticato (di cui sappiamo nulla sulla data di erezione), ma aggiunto sicuramente in epoca successiva, non risolve infatti la situazione.

Muore nel 1771 il Marchese Paolo Caroelli (cedette nel 1767 Vespolate e nello stesso anno fu quindi infeudato ed investito dei marchesati di Nibbiola e Garbagna e dei baronati di Bussoletto e Montarsello), egli che concluse la fabbrica della Chiesa iniziata dal padre, aveva sposato certa Edvige figlia del barone Domenico Selderen da Breslavia.

Del 1796 è la riduzione a mano regia del Marchesato di Conturbia e dei feudi annessi per la morte del Marchese Luigi Gerolamo Talenti Casati Fiorenza senza discendenti.

In un elenco di grandi contribuenti dei dipartimenti del Piemonte risalente al periodo del governo francese (probabilmente quando il Novarese non era ancora stato disgiunto amministrativamente dalla regione subalpina) compare in Novara ancora una certa Maria Lelia Talenti di Fiorenza Castelli (sic!) con un patrimonio di 12500 (franchi imperiali ), non sappiamo il grado di parentela tra questa ed il defunto Marchese, visto che appare per la prima volta il nome Castelli al posto di Casati.

In un atto di vendita del 29 aprile 1807 si parla ancora di una casa Caroelli in Agognate (oltre alla casa che tenevano a Novara in Sant'Eufemia).

Risale al 1810 una mappa del territorio di Agognate allegata all'atto di divisione tra i fratelli Borzoni grandi proprietari terrieri al tempo delle soppressioni del governo napoleonico: il borgo di Agognate vi viene raffigurato in maniera molto stilizzata e poco utile per confronti architettonici.

Nel 1811 Giovanni Tucca viene pagato dal tesoriere provvisorio Borzoni centotrentasette lire e mezza per la costruzione dell'organo (che forse non fu mai ultimato giacché tuttora se ne conserva solo la cassa), "..come da scritura del 23 maggio 1811".

Il 18 settembre 1812 a causa delle suddette soppressioni e requisizioni napoleoniche si procedette alla compilazione dell'inventario delle suppellettili presenti in Chiesa compilato da Giuseppe Borzone Tesoriere Provvisorio, tra cui diversi reliquiari, paramenti e altri oggetti sacri di poco valore. In quegli stessi anni si procedette pure al rifacimento della scala del campanile e del castello per le campane (vedi A.S.N.).

Il portico a chiusura del chiostro (cortile) è datato 29 aprile 1822.

In una lettera del 5 giugno 1832 si parla di un ricco paramento fatto eseguire dalla contessa Sallier de La Tour per la Chiesa di Agognate (che non è quello per l'altare di Sant'Urbico ora conservato presso l'Archivio in Santa Rita colle armi di casa Gianotti). Non sappiamo precisamente quando i Sallier de la Tour siano succeduti ai Caroelli nella proprietà e nel patronato di Agognate (probabilmente tra la fine del XVIII e le prime decadi del XIX sec.), in chiesa nella cappella di S. Urbico vi è ancora una bella lapide a memoria del Conte Vittorio Sallier de La Tour, Governatore di Novara e già patrono della Chiesa.

Avvenne nel 1857 la consacrazione della chiesa da parte di Monsignor Gentile, l'assetto perimetrale della Chiesa, come risulta dal Catasto Rabbini (1866-1867), è ormai nitidamente e perfettamente identificabile con quello attuale, unico neo lo sparire dell'antica struttura absidale all'interno del fabbricato civile annesso alla chiesa.

 

CAPITOLO V

verso la decadenza: dal 1870 al trasferimento della sede parrocchiale

 Una data importante per Agognate è l'atto di vendita intercorso tra il Marchese de la Tour e di Cordon ed il Barone Gianotti il 6 maggio 1870 per la tenuta di Agognate, comprendente i fondi della Sguazzata, della Cavallotta e della Montà insieme allo juspatronato della Chiesa di Agognate, juspatronato che nel 1889 oltre che al Barone Gianotti spettava in parte al Cavalier Vittorio Ricotti Maragnani.

Tra i legati spettanti alla chiesa ancora nel 1916 compaiono ancora quelli dei Caroelli, Luccini, Avogadro, Miglio, Muttini e Martelli, della stessa epoca è la nomina a Parroco di Don Giovanni Bassi. Nel 1924 avviene una transazione per alcune terre del Beneficio tra il suddetto Bassi e l'Ingegnere Cav. Mario Rosina di Novara procuratore speciale del Barone Romano Gianotti (nato a Baden Baden) residente a Torino e Patrono del Beneficio stesso. Dalla fitta corrispondenza intercorsa allora tra Parroco e Patrono vi sono molte lettere spedite dall'antica tenuta di Passatempo, già delle Dame Scaglia di Verrua, vicino a Madonna della Scala (frazione di Chieri) residenza estiva del Barone. Il 16 Febbraio 1925 ha luogo la Prima Visita Pastorale di Mons. Giuseppe Castelli in cui viene stilata una minuziosa relazione sullo stato della chiesa e della casa parrocchiale ricca di importanti notizie sull'assetto dei vani prima delle vicende ricostruttive e demolitive degli anni seguenti, oltre che sulle suppellettili sacre e quadri ancora presenti in chiesa (che meriterebbero una trattazione a parte, ma sono davvero troppi i tasselli ancora mancanti per un simile lavoro!).

Nel 1927 viene rifatto il pavimento della chiesa a spese del Parroco.

Tra 1927 e 1928 sono eseguiti alcuni progetti di riforma della Casa Parrocchiale e di costruzione di una stalla con soprastante fienile ad opera dell'ingegner Rosina: il 15 settembre 1928 viene stilato il capitolato d'appalto, la fattura ed il saldo sono del 31 maggio 1929.

Nel 1932 si provvede alla fusione di nuove campane, di cui una effigiata col Sacro Cuore e lo stemma del Barone Gianotti, altra di do diesis del peso di 170 kg. con l'effige della B.V. dono della famiglia Brustia , ambedue delle fonderie di Valduggia.

Tra 1936 e 1937 per timore di crolli viene abbattuto il vano in faccia alla sacrestia (prossimo all'angolo della latrina) con l'intenzione, non portata a compimento, di ricostruirlo di nuovo arretrandolo a filo con il resto dell'edificio e della Sacrestia; a tale scopo il 15 Luglio 1937 viene stipulato capitolato d'intesa con l'impresario Domenico Giorgetti, altro simile sarà steso con l'Ing. Cardinali. Prima della demolizione si procede al puntellamento dei muri aderenti a scanso di crolli.

Il 10 Marzo 1939 in una relazione del parroco si lamentano danni al portico della chiesa e si rileva la necessità di riparazioni alla sacrestia. Nel 1942 si procede alla ricopertura del tetto della sacrestia e delle cappelle laterali. Nel 1945 vengono rimossi dalla chiesa un piccolo confessionale e alcuni armadi e viene infissa nel muro una nuova piletta per l'acqua santa. In altra relazione del 1946 si lamenta che il tetto dell'ossario costruito a ridosso della Chiesa ne danneggia il muro col suo stillicidio.

Diversi giornali e fogli novaresi denunciano nel 1949 e negli anni seguenti lo stato di abbandono della frazione, allora ancora priva di luce, telefono, gas e acqua. Del 1951 è una petizione dei frazionisti per avere un orologio pubblico sulla torre campanaria (che probabilmente non ebbe alcun esito). Una delle ultime opere effettuate nella chiesa è il nuovo altare in marmi pregiati della Cappella della Madonna, ( in sostituzione di quello vecchio in cotto, stucchi e legno deteriorati) eseguito su progetto di Luigi Canuto marmista di Varallo nel 1953 al prezzo di 190000 lire e di cui si conserva un bel disegno; in realtà si sperava di sostituire il precedente con un altare dei Missionari della Consolata, ma a quanto pare di capire dalla contradditoria corrispondenza superstite, il progetto sfumò. Le qualità dei marmi impiegati furono: nero Belgio, bronzetto, breccia aurora, occhialino, macchia vecchia, bardiglio, bianco Carrara.

Intorno al 1956 è lo smantellamento del vecchio cimitero posto di fianco alla sacrestia a sud della chiesa (non sappiamo se l'attuale cimiterino di Agognate posto presso la Via Valsesia sia stato costruito in quegli anni). Il 28 Luglio del 1959 un "turbine" scoperchia la chiesa verso la facciata e abbatte la vetta di uno dei due olmi della piazza della chiesa (di pertinenza della stessa seppure con servitù di passaggio).

Il 18 Novembre dello stesso anno le fondamenta della Sacrestia danno i primi cenni di cedimento, anche le scale del campanile per la pessima conservazione risultano pericolose.

Le ossa conservate nell'ossario, costruito sul lato sinistro della facciata, furono portate al Cimitero Generale ed il vano fu in seguito destinato a cappella della grotta di Lourdes, come denota anche una Visita Pastorale del 1961 di Mons. Poletti che lamentava che la chiesa era visitata alla messa festiva solo da 60 anime (il 25 % dei parrocchiani). Con decreto del 1, 9, 1962, la sede Parrocchiale venne trasferita nella nuova chiesa di Santa Rita col nuovo titolo di Santa Rita con S. Gaudenzio (vedi "Novaria Sacra 1979). In seguito al trasferimento della sede parrocchiale a Santa Rita, molti degli effetti ed arredi sacri di San Gaudenzio in Agognate presero ovviamente la strada della nuova sede, compresa la reliquia di Sant'Urbico e la preziosa statua dorata della Vergine ed i tipici busti-reliquiario d'argento dei santi vescovi.

Fino ai recenti fatti l'ex complesso di Agognate subì un grave abbandono, tant'è che all'arrivo dei Frati Predicatori nel 1988 la Chiesa fungeva da rimessa per attrezzi agricoli ed in pietose condizioni cadenti era pure tutto l'edificio annesso ad essa.

Quanto alle trasformazioni e agli eventi seguiti all'insediamento dei frati e della Fraternità dell'Annunciazione di Nostro Signore, sono notizie perlopiù di dominio pubblico e si possono rintracciare, benché sommariamente, nel giornalino periodico: "Agognate. Lettera agli Amici della Fraternità".

 

FONTI

Le fonti principali utilizzate per questa pubblicazione sono state estratte per la parte feudale dall'Archivio di Stato di Torino (Contado e Provincia di Novara), e per le vicende ecclesiastiche e storico-costruttive dall'Archivio Parrocchiale di S. Gaudenzio di Agognate, custodito nell'attuale Parrocchia di Santa Rita con San Gaudenzio, oltre che da alcune carte ottocentesche custodite nell'Archivio di Stato di Novara e dalla (scarsa) bibliografia recente. Oltre ai testi già citati vedi anche la bibliografia riportata in "Novara e la sua terra nei secoli XI e XII-storia documenti architettura".

Una svolta importante per le ricerche storiche locali sarebbe il reperimento dell'archivio della famiglia Caroelli, quasi certamente confluito in quello della nobile ed illustre famiglia Giovio di Como, conservato nell'Archivio di Stato di quella città, verifica e ricerca per cui ora non dispongo del sufficiente tempo. Ricordo che le carte dell'Archivio Parrocchiale in Santa Rita risultano importanti non solo per chiarire l'influenza della famiglia Caroelli nella nuova fabbrica di Agognate, ma vi si possono trovare anche notizie sulla munificenza della famiglia per le chiese di Garbagna e di Nibbiola!

RINGRAZIAMENTI A.

Don Delfino Bovio e la Parrocchia di Santa Rita per la pazienza e la squisita gentilezza nell'aver assecondato le nostre ricerche.

Don Mario Perotti (Archivio Arcivescovile di Novara)per la preziosa consulenza

Architetti Antonio e Carlo Mazzeri per la loro assistenza professionale.

Archivisti e Personale dell'Archivio di Stato di Torino e di Novara.

Il Dottor Gambari della Soprintendenza Archeologica di Torino per informale consulenza.

I Frati Predicatori di Agognate ed i laici della comunità domenicana "La Zattera" per la fiducia ed il supporto concessimi.

.Tutti i pazienti lettori!

_______________

 

Paolo Crivellaro - Fraternità dell'Annunciazione del Signore "“ 12 Marzo 2001

Letto 15381 volte Ultima modifica il Sabato, 05 Ottobre 2013 09:42
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1 commento

  • Link al commento Valerio Martedì, 04 Febbraio 2014 09:48 inviato da Valerio

    Buongiorno e complimenti per la minuziosa ricerca. Una curiosità: vorrei sapere, se le è noto, se i Brustia della donazione del 1936 erano gli affittuari della cascina Sposina.

    Un saluto

    Rapporto

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