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I Domenicani a Novara

Scritto da Mario Perotti

(1256-1808)

di Don Mario Perotti

Sembra che ancor prima della morte di S. Domenico ci siano stati dei rapporti tra il santo ed alcuni nobili della città per impiantare una comunità religiosa anche a Novara. Il Bianchini parla di una casa avuta in dono da parte del patrizio Giovanni Battista Nibbia nel sobborgo di S. Gaudenzio. Ma è solo nel 1256 che sempre nel sobborgo di S. Gaudenzio, in vicinanza della campagna detta "Braida del vescovo", presso i mulini nuovi, venne eretto il primo convento domenicano, dedicato a San Pietro Martire. Costui era stato uno zelante frate dell'Inquisizione, nato a Verona il 12 marzo 1203 o 1205 e ucciso il 7 aprile 1252 nella selva degli olmi, in un bosco presso Barlassina.

Già il 5 dicembre 1255 il podestà Peraca Lavezzario, presenti Oddone di Lumellogno notaio e frate Guidone dell'ordine dei Predicatori, ingiunse al notaio Garbarino del Muro di dare forma pubblica all'Ordinato del Consiglio Generale, che aveva stabilito di acquistare "a spese del comune di Novara un luogo ai Frati Predicatori"¦" e si versarono lire 200 imperiali onde comprare il sito. In tal modo il comune di Novara diventava il fondatore del convento.

Nel 1258 si parla già del chiostro del convento e di un terreno di due staia che fra Ardicione de Preve del­l'ordine dei Predicatori acquista nel borgo di San Gaudenzio, "ai mulini nuovi", al di a della roggia nuova. Non mancano lasciti testamentari come quello di Giovanni Tornielli, che dona un podere, mentre nel 1502 i Domenicani ricevono l'amministrazione dell'o­spedale di Sant'Antonino, con l'obbligo di mantenere trenta letti con coperte e lenzuoli e legna per ospitare e riscaldare i poveri e i pellegrini, che chiederanno alloggio.

Si parlerà abitualmente della chiesa di San Pietro Martire, presso la Porta di Cantalupo.

Il convento di Novara poi era tale che non se ne poteva desiderare un altro né per ampiezza, né per fun­zionalità al punto che vi si tenne nel 1465 il Capitolo Generale dell'ordine, quando si trattò di riconfermare come Maestro Generale Marziale Oribello.

Del resto anche il nobile cavaliere Giovanni Battista Ploto parla nella Novaria della chiesa e del monastero, come di edifici considerevoli per ampiezza, e ne com­piange la distruzione avvenuta insieme ad altre chiese e costruzioni religiose, quando per decisione di don Ferdinando Gonzaga, comandante supremo delle milizie imperiali in Italia e rappresentante dell'Imperatore, e poi confermata. dal Senato di Milano, si procedette a una nuova fortificazione della città, con la sistematica distruzione dei borghi. Fu allora che il Ploto riuscì a ottenere per i Frati Predicatori la chiesa di San Quirico o di Santa Maria di Ingalardo. Erano in quel tempo parroci porzionari don Giovanni Battista De Maino e don Giovanni Giacomo Capra. Dapprima avvenne con il consenso della città e con l'approvazione di Giovanni Donato Vimercate, vicario generale del vescovo Giulio Della Rovere, la cessione della parte parrocchiale di don Giovanni Battista Maino, che, alle condizioni conte­nute nell'atto notarile rogato da Giovanni Maria De Clapis il 10 settembre 1552, consegnò i suoi diritti al padre Maestro Bernardino Crivelli dei Frati Predicatori. L'atto fu in seguito approvato dai papi Giulio III e Paolo IV. Successivamente i Domenicani nel 1555 acquistarono alcune case della zona, dando inizio alla nuova sede conventuale.

Con la rinuncia dell'altra porzione parrocchiale avvenuta a opera di don Giovanni Tornielli, successore di don Giovanni Giacomo Capra, e ratificata dal papa domenicano Pio V il 9 marzo 1567, i Domenicani entrarono in possesso di tutti i beni parrocchiali, case, giardino e proventi compresi. "¦

 La "nuova" chiesa di San Pietro Martire

Nel 1552 quando si distrusse l'antico cenobio che era sito fuori dalla porta che conduce verso Vercelli, sulla destra, i Frati dovettero trovare una sistemazione di for­tuna presso la chiesa di Santa Maria d'Ingalardo. Dopo circa 45 anni, con il consolidamento della presenza domenicana in città sia per la scuola teologica, la predi­cazione e la cura d'anime, come anche per il controllo dell'ortodossia, durante il periodo del priorato di padre Domenico Buelli sì pose il problema di edificare una nuova chiesa. Si dovette trattare con i Canonici della cattedrale da cui dipendeva la piazza, che andava salvaguardata. Con l'acquisto di alcune case e impiegando parte del brolo di Santa Maria, senza quindi interferire nello spazio canonicale, si decise di costruire la nuova chiesa davanti a quella più antica, in modo da utilizza­re i vani che si rendevano liberi, sia come sacrestia, sia come aula di riunioni, e nel sito di una navata dell'an­tica chiesa si edificò anche il campanile.

La prima pietra venne posta dal vescovo Carlo Bascapè il 30 aprile 1599 "in latere dextro fronti Fcclesiae ad occasum". Il costo complessivo fu di 17 mila aurei. La consacrazione del nuovo tempio si ebbe nel 1618, quando il 28 gennaio il vescovo di Novara, cardinale Ferdinando Taverna, la dedicò ai Santi Martiri Pietro e Quirico, stabilendo che la celebrazio­ne annua della consacrazione si tenesse per la festa di San Pietro Martire, il 29 aprile.


I fasti del cenobio

Accanto alla chiesa uno degli impegni più urgenti fu la costruzione del convento. Un ordine come quel­lo domenicano aveva bisogno di ambienti per la vita religiosa, per la formazione e la preparazione dei Frati, per il tribunale dell'Inquisizione. In particolare ogni casa religiosa aveva una sua biblioteca.

Siamo ragguagliati dell'impegno profuso da parte dei primi priori di San Pietro Martire Domenico Buelli di Arona (1570-1602), Gregorio Manini di Gozzano (1603-1623) e Basilio della Porta (1623-1626). Essi strutturarono il primo nucleo del conven­to. In particolare il Buelli costruì la nuova sede del Sant'Uffizio con due carceri per la custodia dei rei. Nel portico inferiore su cui sorgeva la parte più cospicua del convento egli fece erigere una statua in marmo di San Pietro Martire. Nel 1594 si riuscì a celebrare a Novara il Capitolo Provinciale dell'ordine. Nel 1663, durante il priorato di padre Giorgio Nibbia, il Consiglio Generale della città concesse al convento la via pubblica che separava l'abitazione dei Frati dal giardino a patto però che tale via fosse spostata, dopo il giardino, verso le case della famiglia Gattico. Il che venne eseguito proprio nel 1663, con il rispetto di tutti i diritti circa la tutela del muraglione della città.

Nelle vicende del convento un posto di rilievo ottengono anche i padri Giacinto Brusati e Giovanni Battista Cicogna, che con annue pensioni hanno migliorato la condizione economica dei Frati. In par­ticolare con lire 7 700 nel 1640 si acquiistarono alcu­ne case aderenti al convento e nel 1662 si costruirono le celle del lato orientale vicino al palazzo Tornielli.

Vanno ancora ricordati i padri Giuseppe Giacinto Sandual, Pietro Antonio Moroni, Domenico Maria Bertocchini, Giuseppe Maria Pessina che negli anni 1677-1682 hanno fatto costruire nuove celle o rinnovare celle ormai in stato fatiscente. Anche il cimitero collegato con la parrocchia, che si trovava attorno all'antica chiesa di Santa Maria di Ingalardo a settentrione, viene a poco a poco abbandonato. Nel 1690 s accenna che non c'è nessuna Sepoltura in chiesa a uso della parrocchia e si seppellisce nel cimitero che è a oriente del convento su licenza dei Padri. I Frati preferiscono costruire tre sepolcri comuni nella chiesa anche se rimane uno spazio, esterno alla chiesa, riservato alla sepoltura. Del resto la parrocchia non era numerosa: oscillava tra i 250 (seconda metà XVII sec.) e i 150 (1765) fedeli residenti.

 La nobile milizia di San Pietro Martire

Sin dagli inizi della presenza domenicana a Novara la celebrazione annuale e festiva di San Pietro Martire (29 aprile) aveva interessato le autorità cittadine, che a nome della municipalità recavano l'offerta di quattro libbre di cera.

Nella nuova chiesa venne organizzata, in un cre­scendo di adesioni, la milizia di San Pietro Martire. Essa era composta da nobili cavalieri, illustri sia per il sangue sia per lo zelo, e aveva il compito di difendere la religione cattolica, affiancando il tribunale della Santa Inquisizione. I Cavalieri di San Pietro assistevano alla liturgia con la divisa militare loro propria. Ogni anno vi era abitualmente qualche giovane che entrava nella milizia. La cerimonia era suggestiva. Dapprima, ricevuto dal padre priore, veniva introdot­to nella chiesa al cospetto dei cavalieri già iscritti. Qui il novizio riceveva le insegne e in particolare veniva cinto della spada. Nella liturgia che seguiva, durante il canto del Vangelo, la spada veniva sguainata e pro­tesa verso l'altare da parte di tutti i cavalieri presenti; al termine della proclamazione della parola evangeli­ca, il nuovo iscritto pronunciava il giuramento di difendere la religione cattolica anche a costo della vita contro gli eretici e gli infedeli, a quel tempo in parti­colare i turchi.

La rivoluzione francese e la restaurazione

A scompaginare un assetto che sembrava dovesse durare a lungo nell'intesa tra potere politico, nobili e Chiesa, giunsero, importate dalla Francia, dapprima le idee illuministe con una nuova visione del mondo e in seguito la rivoluzione, che ebbe aderenti entusiasti anche a Novara. Tra i primi e più accaniti sostenitori di un ordine nuovo della società vi furono alcuni Domenicani, tra cui il padre Patrioli, che il Frasconi giudica come "vir sane irreligiosus" e padre Neri, forse l'ultimo priore di San Pietro, che, entrato nella municipalità repubblicana sin dai primi momenti, si scagliò con la parola e con gli scritti contro la monarchia, ritenuta irrazionale, contro i voti delle monache e lo Stato ecclesiastico. In tale clima il convento venne sempre più abbandonato. I frati superstiti furono costretti, l'8 giugno 1805, a unirsi con i confratelli del convento di San Pietro Martire di Vigevano. Nel 1808 le strutture domenicane vennero destinate dalla muni­cipalità ad accogliere le monache di Sant'Agostino, che dall'agosto al dicembre erano state provvisoria­mente raccolte nel seminario, essendo il loro monaste­ro diventato sede di una scuola. Soppresse anche le monache il 10 maggio 1810, la chiesa fu chiusa e il convento venne alienato a privati.

 

Letto 7783 volte Ultima modifica il Sabato, 05 Ottobre 2013 09:50

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