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Regola di Agognate

BREVE STORIA DELLA FRATERNITA’

Agognate è nata dal desiderio di coin­volgere anche i laici nella missione dei frati predicatori. Non vuole essere una fondazione diversa o in contrapposizione alle comunità domenicane esistenti. Il suo scopo è valorizzare l’apporto che i laici possono dare nella attuazione del carisma di San Domenico.
L’Ordine dei Predicatori ha per volontà del suo Fondatore come sua missione la santa predicazione. L’Evangelizzazione è il compito che ogni cristiano deve far suo per obbedire al mandato di Gesù Cristo: “Andate in tutto il mondo e predicate l’Evangelo”. Compito non riservato soltanto ad alcune persone ma a tutti i seguaci del Signore Gesù. In maniere diverse, tutti i cristiani sono contemporaneamente evangelizzati ed evangelizzatori.
 L’Ordine domenicano ha da tempo modificato il modo di considerare i figli di San Domenico. Non esiste più nella nostra legislazione il primo ordine (i Presbiteri), il secondo (le monache), il terzo (le suore e i laici). Vi è la famiglia di San Domenico e tutti i componenti sono suoi figli anche se con mansioni diverse.
 I Domenicani non sono una “razza” speciale, è stato dato loro dalla Chiesa il compito di organizzare e aiutare i fratelli affinché si realizzi il progetto di Dio trasmessoci da Gesù Cristo di annunciare a tutti la Buona Novella. Altri nella Chiesa hanno il compito di educare i fanciulli, altri di curare gli ammalati, altri ancora sono chiamati a realizzare sulla terra la liturgia del cielo dedicandosi completamente alla preghiera, ecc. I Domenicani hanno scelto la contemplazione e la preghiera come “trampolino” per portare ai fratelli la Parola di Dio, il Vangelo.
Il Concilio Vaticano II ricorda e sottolinea che tutti i battezzati ricevono la dignità sacerdotale, profetica e regale. Di­gnità che non è una onorificenza da porre in un cassetto tra i ricordi, ma è un impegno da osservare. “Se mi amate, farete ciò che io vi ordino”. La costruzione del Regno su questa terra non è appannaggio dei presbiteri, dei Vescovi, o del Papa, appartiene a tutti i battezzati. In questo senso si è mosso San Domenico radunando uomini e donne disposti ad attuare la santa predicazione.
Dice il Concilio:
“Questo è il fine della Chiesa: con la diffusione del regno di Cristo su tutta la terra a gloria di Dio Padre, rendere partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla redenzione, e per mezzo di essi ordinare effettivamente il mondo intero a Cristo. Tutta l’attività del corpo mistico ordinata a questo fine si chiama  “apostolato; la Chiesa lo esercita mediante tutti i suoi membri, naturalmente in modi diversi; la vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato. Come nella compagine di un corpo vivente non vi è membro alcuno che si comporti in maniera del tutto passiva, ma unitamente alla vita partecipa anche alla sua attività, così nel corpo di Cristo, che è la Chiesa  “tutto il corpo... secondo l’energia propria ad ogni singolo membro... contribuisce alla crescita del corpo stesso” (Ef 4,16). Anzi in questo corpo è tanta l’armonia e la compattezza delle membra (cfr. Ef 4,16), che un membro il quale non operasse per la crescita del corpo secondo la propria energia dovrebbe dirsi inutile per la Chiesa e per se stesso.
Soren Kierkegaard scriveva che: “Il Cri­stianesimo non è una dottrina, ma una comu­nicazione di esistenza”, intendendo con ciò affermare che non si può parlare dell’evento di Cristo in termini asettici, distaccati come potrebbe fare l’uomo di scienza nel trattare un argomento di studio, ma soltanto attraverso un coinvolgimento personale con chi ascolta.
 La nostra vita in comune vede riunite sotto lo stesso tetto, nello spirito di S. Domenico, persone con diversi carismi e ministeri, laici e frati, uomini e donne e si fonda sulla kenosis di Cristo, ossia sul suo inabissarsi nell’umanità, come racconta S. Paolo nella lettera ai Filippesi. Lettera che costituisce il “manifesto”, il programma della comunità:
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana, umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra
e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.
Per questo la fraternità vuole: contemplare e vivere, nella realtà quotidiana, il mistero dell’Incarnazione. Il Dio di Gesù Cristo è un Dio che si dona all’uomo e serve gli uomini. Annuncia questo evento dell’amore del Padre fino alla “follia della croce”.

La nostra è una fraternità che ha sempre bisogno di evangelizzarsi.
Nella impostazione pratica della vita di tutti i giorni ci siamo proposti, sotto la spinta del Vescovo di Novara, Aldo Del Monte, a guardare verso i più lontani invitandoci ad interessarci delle domande che ci pongono gli appartenenti alle varie sette che popolano anche il nostro territorio. L’altro compito è la predicazione al popolo riprendendo umilmente il compito affidato a San Domenico. La nostra predicazione, con l’aiuto di Dio, cerchiamo di attuarla sia con la parola, sia con il lavoro che ognuno si impegna a vivere come tutti i lavoratori, senza nessuna distinzione. Non vogliamo esser un gruppo che si fa chiesa nella chiesa ma semplicemente sentirci figli di San Domenico a servizio della Chiesa, ossia del Popolo con cui camminiamo.
Consapevoli che anche le migliori intenzioni non sono sufficienti a sviluppare una fede più matura, siamo coscienti che anche le buone intenzioni potrebbero portare lontano e diventare ostacolo se non si usano a dovere la carità e l’intelligenza evangelica. Gesù dice: “Voi siete il sale, ma se questo diventasse insipido con che cosa vi si darà sapore?” Se siamo realmente sale, come dice Gesù, non è possibile diventare insipidi. Si è sale o non si è. Non è scritto nel Vangelo: “Voi dovete essere COME il sale. Se sarete buoni riuscirete, come il sale, a dar sapore alla pasta”. Gesù invita i discepoli ad operare bene, a essere buoni, in modo che il mondo, che tanto buono non è, diventi più saporito e più luminoso. In una prospettiva “moralistica”,è necessario sapere che anche mettendo il nostro massimo impegno, aggiungendo anche tutta la Grazia di Dio possibile, non potremmo illuderci di essere noi sale e luce nella stesso modo di Gesù Cristo e sentirci suoi pari.  Mai dimenticare che anche Gesù, è stato preso e calpestato dagli uomini. Lui che era la luce vera non è stato accolto dalle tenebre. In questo senso si comprende la povertà delle nostre eventuali opere buone sapendo, in partenza, che può essere calpestata.  
Una fraternità dedita alla predicazione deve trovare una strada che non prescinda mai dalla propria evangelizzazione Non siamo così ricchi da distribuire in continuazione senza sentire la necessità quotidiana di lasciarci anche noi rievangelizzare. La vita cristiana non è un’abitudine ma un cammino dinamico verso Cristo.
Mai misurare l’effi­cacia del Vangelo in base al successo numerico di certe iniziative.

Una fraternità con la gente in mezzo alla gente.
Un secondo movimento, che sentiamo urgente, è la solidarietà con l’uomo a qualsiasi razza o religione appartenga, in modo particolare con i più poveri, con i più derelitti e dimenticati dalle classi dirigenti della società.  Non si vive chiusi nei ritmi della fraternità. Essa deve in continuazione organizzarsi in vista dei fratelli che Dio ci fa incontrare e sapere che non sono costoro che debbono piegarsi e adattarsi per entrare nella nostra struttura.
Sono ancora molti coloro che credono che il mondo sia una realtà da sfidare, contrapponendogli il “nostro” mondo e offrendo di scegliere tra noi “nella verità” e loro nella menzogna, “noi buoni” e loro cattivi. Noi sappiamo che “solo Dio è buono”. Ogni membro della fraternità sa che porta una Parola preziosa in “vasi fragili”.
 
Il linguaggio della fraternità
Il desiderio della Fraternità è lo stesso che animò S. Domenico, portare il messaggio evangelico con un linguaggio e con mezzi adeguati alla mentalità del popolo di Dio. Si presume che la gente comprenda il nostro linguaggio, mentre spesso è riservato a coloro che hanno studiato filosofia o teologia. Il linguaggio degli adulti, dei giovani, dei bambini… richiede persone capaci di parlarlo. “Voi domenicani, ci diceva il Cardinale Albino Luciani, dovete essere come le mamme di una volta che non avendo gli omogeneizzati da dare ai bimbi, prima masticavano loro il cibo e poi lo mettevano in bocca ai loro bambini. Così voi dovete fare con la teologia, masticarla bene e poi metterla nel cuore dei tanti che il Signore vi fa incontrare”. Occorre saper prendere decisamente la strada di linguaggi e formule accessibili al popolo. Ciò è possibile se abbiamo la povertà di lasciarci ogni giorno evangelizzare sapendo che chi converte i cuori è solo la Grazia di Dio.
L’efficacia della evangelizzazione non dipende da una mobilitazione qualitativa di missionari, dalla stampa o dalla propaganda. L’annuncio è efficace quando chi annuncia vive ciò che dice rivelando con la sua vita valori credibili, accessibili. Nessuno, come singolo, è depositario di tutta la verità.  Dio ha affidato il Vangelo alla Chiesa nella sua collegialità, carità e preghiera, nel rispetto dei diversi carismi.
Con queste idee nel cuore hanno iniziato Fra Ennio Staid, Fra Giuseppe Gandolfo e Fra Raffaele Previato il cammino nella terra di S. Gaudenzio.
Sono arrivati a Novara il primo ottobre del 1984 lasciando dietro di loro i mille fallimenti di cui è composta la vita di ciascuno. Furono in un primo momento ospitati in un mode­stissimo appartamento in via Carotti; poi, per alcuni anni, si sono trasferiti in vicolo della Canonica in un appartamento più grande e fi­nalmente nell’estate del 1989 trapiantati ad Agognate.
Non è un caso che questa idea di una fra­ternità composta da religiosi e da laici, abbia iniziato il suo cammino intorno ad una chiesa alla periferia della città dedicata al primo evangelizzatore di queste terre, S. Gaudenzio. È sorprendente che restaurando la chiesa abbiamo riportato alla luce un affresco del XIV secolo in cui è dipinto un San Gaudenzio sorridente e miracolosamente conservato bene.
La storia di Ago­gnate è molto semplice, essa diventerà storia quando altri fratelli e sorelle si uniranno a noi per aprire altre case dove religiosi e laici sentiranno, il desiderio di adempiere il comando del Signore: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo”.

Alcuni consigli per chi desidera salire sulla nostra zattera
Sostengo che tanto più è spelacchiato il pennello, quanto più deve applicarsi il Pittore. Uno come me poteva soltanto mettere insieme quattro assi e tentare la navigazione, oppure morire affogato. Volevo che di questa scoperta non fossi il solo ad usufruirne. La misericordia è sempre infinitamente più grande della miseria.
 Prima di imbarcarti. Dopo esserti consigliato con il tuo confessore, pregato e meditato a lungo, puoi prendere la tua decisione. Senza sapere dove si va, si gira a vuoto. Senza sapere perché si va, si rimane inconcludenti. Decidere significa sapere ciò che stai per fare. La volontà è tesa verso il proposito fatto. Scarta le emozioni, controlla tutti i pro e i contro, che il cuore unito alla ragione, ha chiarito.
 Decidere significa anche “Tagliare, Troncare”. Per stabilire un nuovo rapporto; c’è sempre da tagliare qualcosa ed, una volta rimossa, non può ritornare come prima.
-Sapere che ti stai disponendo a seguire Colui che “non ha tana ne nido”.  : “Se uno vuole venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua”.
-Vivere in comune con altri fratelli chiede il rinnegamento di te stesso
-Prima di questo passo è bene conoscere le molte strade e i molti mezzi che si possono scegliere per seguire Gesù Cristo. Non tutti sono chiamati a seguirlo nella vita presbiterale, nel celibato, nella vita comunitaria, i più, lo seguono nel matrimonio, o rimanendo celibi nel mondo. È saggio colui che prima di contrarre matrimonio rifletta bene e non sposi la prima ragazza che incontra.. Voglio dire che la zattera può essere una scelta, ma non è la sola e, forse, neanche la più facile.
Comunque se decidi di partire con noi sappi che:  al momento dell’imbarco non lasciarti più distrarre dai commenti dei parenti, degli amici o da chi ti propone altri tipi di navigazione più belle o più facili. Ogni traversata, dell’oceano della vita, ha le sue difficoltà. Per raggiungere l’obbiettivo che ti sei proposto sarà necessario un grande impegno. A volte ti chiederai: “Chi me lo ha fatto fare?”. Non si conquista nulla senza fatica.
 Metti ogni impegno a capire come si fa a navigare e come si può vivere su una zattera.
Spesso, quando si parte, si vede la navigazione come una cosa bella e facile. Non è così. Troverai burrasche improvvise, sentirai la fatica del remare, gli altri naufraghi ti appariranno non più coraggiosi e simpatici, facili da amare, come quando li vedevi da terra, prima di imbarcarti.
 Riconosci la tua inesperienza e impara in povertà da chi ha iniziato la navigazione prima di te. Approfitta da chi si è imbarcato prima di te. Costoro hanno già fatto, almeno in parte, la loro esperienza e possono darti una mano. Essi conoscono già, le correnti marine, i venti e le difficoltà inerenti alla vita sulla zattera. Voglio dire che sanno muoversi meglio di te e possono renderti più facile la scelta fatta.
 Controlla bene ogni tua azione. Seguire il Cristo su una zattera non è cosa semplice. Difficile soprattutto perché gli altri fratelli non sono naviganti che vengono dall’accademia dove si preparano i futuri marinai. Non hanno il diploma della bontà, sono anche loro dei naufraghi con un passato spesso da dimenticare ed un presente, difficile e duro.
 Verifica sempre, non solo le azioni, ma anche le parole, che potrebbero mostrare trappole difficili da controllare.
 Conserva un rapporto di fiducia con chi tiene il timone.
Se perdi la fiducia, in chi guida la zattera, è finita per te la navigazione e, al primo porto, sbarca in fretta. La non fiducia nel timoniere è motivo chiaro che la zattera non fa per te. Scendi presto per il tuo bene e per quello degli altri naufraghi.
 Vivi ogni giorno la povertà spirituale ed effettiva della tua vita. Non sentirti, dopo qualche mese o qualche anno, un provetto navigatore. Col passare del tempo acquisterai più forza, ma le tempeste non saranno meno difficili da affrontare. Ciò non deve scoraggiarti, perché Colui che hai deciso di seguire, è sulla zattera, e in alcuni momenti, dorme. Lo scoraggiamento è sempre opera del Maligno, ti fa perdere forza e ti fa vedere tutto nero.
 Preparati a una lunga navigazione. L’oceano è molto più vasto di quanto pensi. Non ingannarti, ciò che sembrava raggiunto fin che vivi, rimane sempre una meta, che si raggiungerà quando sentirai le parole di Gesù Cristo che ti dice: “Vieni servo buono e fedele”.
 Godi di essere sulla zattera. La gioia è sempre frutto dell’Amore e questo cresce quando sappiamo gustare la presenza misteriosa, ma reale, del Signore Gesù che ci ha assicurato di stare con noi tutti i giorni della nostra vita. Partecipa alle gioie e alle sofferenze degli altri che hai scelto come fratelli nella traversata.
Parla della tua esperienza con tutti quelli che incontri. Racconta, senza timore, il tuo naufragio e come il Signore ti ha guidato sulla zattera.
Racconta pure delle fatiche, dei disagi, delle difficoltà incontrate. Sottolinea tuttavia anche, la forza che ti è stata donata e le meraviglie che hai scoperto navigando.
 Annuncia senza timore quel Signore che, se ha salvato uno come te,
 può e  vuole salvare tutti i naufraghi che solcano l’oceano.

Buona navigazione!   fra Ennio o.p.


LA NOSTRA REGOLA

PREMESSA
La nostra fraternità, sorta tra la gente e per la gente come segno visibile del ministero della parola che si incarna in alcune persone che nello scambio reciproco della loro povertà(naufragio) manifestano una scintilla di quella luce che vedremo totalmente in Paradiso.
Sia pure in maniera imperfetta i fratelli che sono sulla zattera già vivono la festa della salvezza e sanno di essere nella casa del Padre che ha ucciso, per il loro ritorno, il vitello più grasso.
La Zattera vive la precarietà di una imbarcazione fragile e non può per sua conformazione essere mai un luogo certo e sicuro.
Unica stabilità  viene data dall’Evangelo.
La nostra casa è luogo di preghiera, di lode e di incontro per persone di ogni religione che avendo ascoltato la Parola di Dio dai predicatori, vogliono verificarla e vederla incarnata.
La Zattera è il luogo dove è possibile ospitare tutti i fratelli che vogliono, come l’apostolo Tommaso, mettere il dito nel costato di Gesù per credere che la salvezza (resurrezione) non è una fiaba e sia possibile asserire:”Venite e vedete”.
Noi sappiamo che il predicatore che non crede a ciò che annuncia diventa un propagandista, così la nostra fraternità se non crede o dimentica di essere un naufrago  diventa un “turista”  che naviga per diletto o per convenienza..


Carissimo,

  • 1.    La regola che ti accingi a vivere non è altro che una formulazione parziale di quella che è la: “Sequela Christi”. Non vi sarebbe bisogno di questa lettera  e potremmo semplicemente dirti: Vivi il Vangelo. Questa regola che ci siamo dati non è un impegno a fare di più ma uno sforzo costante e gioioso di seguire il Signore Gesù in una piccola porzione del suo operare quando con l’incarnazione pose la sua tenda tra di noi.

Se oggi sei qui è perché hai sentito l’urgenza e il fascino di seguire Colui senza il quale ormai la tua vita non avrebbe più senso. La scelta che stai facendo e che rinnoverai ogni giorno è una scelta di cui solo marginalmente sei protagonista. Dio, dopo averti fatto provare l’orrore del naufragio, (Peccato)  ti offre ancora una possibilità  dandoti la possibilità di salire sulla nostra Zattera.

  • 2.    Il “si” che ti accingi a pronunciare non è legato alla tua buona qualità o ai tuoi meriti, ma è un assenso che dai alla misericordia chiesta ed ottenuta.

Ogni giorno della vita ricorderai che Dio ti ha tratto fuori dalla bocca del leone “Ex ore leonis” (sal. 22,22).

  • 3.    Noi stessi che oggi ti accogliamo in fraternità ricordiamo e rinnoviamo con stupore sempre nuovo il dono a nostra volta ricevuto senza alcun merito.
  • 4.  Abbiamo chiamato, non a caso, la nostra fraternità la Zattera e mentre tu pronunci il “si”, noi ricordiamo con trepidazione la nostra condizione di naufraghi.

E’ questa esperienza di naufragio che ci permette di ricordarti che: “E’ maledetto l’uomo che ripone la speranza sull’uomo” (ger. 17,5) quindi tutta la tua e la nostra riconoscenza va posta in Colui che “Ha visto la miseria del suo popolo” (Es. 3,7) ed è sceso per cambiare la nostra situazione. Se il tuo “si” è il gesto concreto di chi non pone condizioni al disegno di Dio, non preoccuparti oltre ed accetta, in totale povertà, il dono che ti viene proposto. Getta dal tuo cuore e dalla tua mente i “se” ed i “ma” ed aggrappati con fiducia  alla Zattera. Fidati di Lui e come la Vergine Maria ripeti: “Si faccia di me secondo la tua Parola” (Lc. I,38).

  • 5.  Sappi che nessuno di noi ha meritato niente, né la vita, né il battesimo, né la fede. Tutto ciò che è davvero importante ci viene offerto; a noi spetta soltanto accettarlo o rifiutarlo.
  • 6.  Il “si” che pronuncerai nella fraternità ti dà un solo diritto: quello di riconoscere pubblicamente che senza merito, ma per misericordia di Dio e dei fratelli ti viene offerta una povera zattera su cui salire.

Ricorda che la Zattera non è un transatlantico e neppure una modesta barca ma semplici assi tenute insieme dalla misericordia di Dio e dall’amore reciproco dei naufraghi.

  • 7.  Ti consoli sempre Colui che ti permette di entrare in fraternità. Ricorda che Lui è fedele e non ritrae mai ciò che dona. In parole semplici ti ricordiamo che Dio non ti getterà mai già dalla zattera. Lui ha fiducia in te. Se ti dovessi trovare ancora in alto mare e da solo, sappi che, per libera scelta, hai abbandonato quest’altra possibilità  che ti è stata offertala.
  •  8.  Coloro che perseverano, malgrado a volte il mare diventi furioso, sanno bene (dichiarono) che vi rimangono per pura gratuità. Solo in questa fedeltà di Dio possiamo vivere, pur senza fare i voti, la povertà, la castità e l’obbedienza. Virtù che sono le fondamenta della vita cristiana.


FRATERNITA’ NELLA POVERTA

  • 9.  La fraternità sta dinanzi a Cristo come alla persona che essa vuole non solo imitare esternamente ma rivivere interiormente in ogni momento. Siamo uniti tra noi perché tutti in comunione con Cristo. È necessario, indispensabile chiederci, ogni giorno, chi è quel Cristo che vogliamo seguire ed annunciare.
  • 10.  Cristo è un evento che Paolo descrive nella lettera ai Filippesi in questo modo:

“il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso (preda, bottino, oggetto di conquista)
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce” (Fil. 2,6-3).

  • 11.  Cristo è dunque la storia di una progressiva rinuncia, di un progressivo inabissamento nella debolezza, il cui traguardo è la morte sulla croce. Paolo scrive che Cristo “spogliò se stesso”, ossia svuotò se stesso, come un bicchiere che all’inizio del pranzo è colmo di vino e alla fine è solamente un vetro vuoto: così la storia di Lui. Così la storia di coloro che lo vogliono imitare.
  • 12.  Ricorda che grazie a questo svuotarsi, impoverirsi, lento morire, che Cristo trova la sua vita e diventa sorgente di vita per tutti. L’apostolo prosegue

“Per questo (cioè per il progressivo svuotamento di sé)
Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che GESU’ CRISTO E’ IL SIGNORE,
a gloria di Dio Padre” (Fil. 2,9-11).

  • 13.  Non esiste fraternità senza questa visione quotidiana. In altri termini, la comunione nasce tra noi tenendo sempre presente la nostra debolezza; e la vita comune serve per lasciarsi svuotare come Lui ha fatto.
  • 14.  Da questa debolezza nasce il servizio, che è condivisione con i poveri (e prima di tutto tra noi) di ciò che salva: la Parola. Dio ci chiama ad usare, per la sua missione salvifica e liberatrice, il mezzo povero della Parola. Una parola, una “predicazione” non fondata sulla potenza speculativa o su un messaggio culturale, ma sul paradosso stolto e scandaloso di Cristo (e “nostro”) che si svuota di se stesso. Ecco il testo:

“Cristo infatti... mi ha mandato... a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo.
La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto, infatti:
“Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti.
Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto?
Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocefisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani...” (1 Cor. 1,17-23)

  • 15.  Alla predicazione ti preparerai comunitariamente con la preghiera assidua, segno concreto della nostra effettiva povertà. Saranno soltanto i poveri, gli ultimi  i nostri insegnanti.

Il Cristo svuotato di sé è un assurdo, una pietra di inciampo, perché non mostra logicità, potenza, segni di successo umano. Chi supera questa pietra d’inciampo, chi realmente cambia mentalità per pensare secondo il vangelo, riesce a vedere nella debolezza dei crocefissi di questo mondo, come fu per Gesù Cristo, la testimonianza di un Dio forte e sapiente.
  San Paolo sottolinea:
“Noi predichiamo Cristo crocefisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1 Cor. 1,23-25).

  • 16.  Come un giorno San Domenico confuse la sapienza dei predicatori del suo tempo, ricchi e dotti, con la stoltezza della predicazione povera, così noi  abbiamo compreso che:

“Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio” (1 Cor. 1,27-28).

  • 17.  La nostra fraternità vuole vivere un rapporto quotidiano di sfida e di servizio. Sfida il mondo perché stolta ed ha un messaggio di stoltezza. Serve il mondo offrendogli la testimonianza della potenza divina che opera mediante la debolezza di Cristo e dei fratelli nella rinuncia ad ogni privilegio e ad ogni mezzo ricco (ciò che non hanno i poveri).
  • 18.  Ciascuno di noi si pone in stato di malattia (morte). La realizzazione  di ogni cristiano rimane quella indicata da Gesù. “ Se il chicco di grano caduto a terra non muore, rimane solo, se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita, in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, la sarà anche il mio servo”. (Gv. 12, 24)  Vorremmo, in questo nostro cammino di fede, esprimerci come San Paolo in perfetta umiltà:

“Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor. 12,9-10).

  • 19.  La tua decisione di entrare in fraternità è perché vuoi seguire Gesù Cristo e prendere, come Lui chiede, la Croce. Croce o svuotamento di ciò che si era. Croce, tuttavia. non come un dolore inevitabile, quasi croce uguale sofferenza. La Croce è una scelta di vita, ed è  assolutamente necessaria se si vuoke seguire Gesù Cristo: “Chi vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua”; senza rivendicare per te alcun diritto e tanto meno alcun privilegio e merito.
  • 20.  Stai entrando in una fraternità che vuole vivere come le è possibile qualsiasi situazione di fatto, non pretendendo nulla per se stessa.
  • 21.  La tua vocazione ti spronerà a rivivere in prima persona l’opera di Cristo che così si è presentato:

“Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi...” (Lc. 4,18-19)


LA CASTITA’

  • 22.  La castità non è la rinuncia all’amore. La rinuncia presuppone una specie di negazione e spesso comporta, perlomeno, un senso di disagio o di accettazione forzata.
  • 23.  Tu non rinunci alla sessualità, scegli invece, invitato e chiamato da Dio, l’amore perfetto, il quale, nella sua vera ed immensa fecondità ti lega alla stessa fecondità di Dio.
  • 24.  L’amore umano è spesso fonte di egoismo, di chiusura, di isolamento, di gelosie, pretendendo per se la totalità, quasi che l’amore si possa inscatolare e limitare, al contrario l’amore casto è donazione continua, partecipata, condivisa, gioiosa, piena di comunione.
  • 25.  Solo la castità permette di donarsi, perdersi, come Gesù, nell’uomo, bianco o nero, brutto o bello, simpatico o meno, amico o nemico.

Chi è puro rende pure tutte le cose, tutto ciò che guarda, che tocca, che vive.  “Tutto è puro per chi è puro” (S. Paolo,Tito 1,15).
Chi realmente compie “una rinuncia” è chi vive l’erotismo.
Rinuncia a spaziare nel cuore di Dio, dei fratelli e si lascia trascinare via da catene sempre più pesanti.
Chi vive la castità è capace di riconoscere in sé il dono della presenza di Dio. Sa di essere strumento di Dio e presta cuore, occhi e mani al Creatore, che le usa come vuole per amare, vedere e agire.
Solo i puri vedono Dio (Cfr. Mt. 5,8) e riescono a rifletterlo al mondo.


 L’OBBEDIENZA

  • 26.  La massima delle oblazioni che l’uomo possa fare è l’obbedienza che lo rende una cosa sola con la stessa Trinità divenendo nell’atto dell’obbedire, ascolto, accoglienza e dono.
  • 27.  Con il tuo “si” entri nel meraviglioso piano che Dio ha preparato per te. Secondo le parole dello stesso Gesù Cristo sei immesso nel mistero Trinitario: “Se uno mi ama osserva (obbedisce) le mie parole ed io ed il Padre mio verremo a lui ed in lui metteremo dimora”.(…)

Il segreto della libertà: ascoltare e mettere in pratica quello che fa piacere a Dio.

  • 28.  L’obbedienza non è dipendenza passiva, ma gioiosa libertà che rispettando completamente la differenza che esiste tra colui che esprime l’ordine e chi lo esegue.
  • 29.  La riflessione sulla parola obbedienza  ne mostra la valenza.

Il vocabolo greco akoè richiama l’interesse e lo stimolo che viene da un’altro, mentre “l’oboedientia” in latino pone l’accento sul voler ascoltare. Sono due sottilissime e importanti sfumature che ci presentano l’obbedienza come atto di amore (akoè=attenzione, interesse) e di libertà (oboedientia=voler ascoltare).

  • 30.  L’obbedienza comunitaria si rifà all’obbediente per eccellenza: Gesù Cristo. S. Paolo lo presenta come: “Colui che si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil. 2,8).

L’obbediente vuole imitare Gesù Cristo. E’ un imitatore non un rinunciatario.

  • 31.  Se si obbedisce rinunciando alla nostra volontà non lo facciamo come una perdita di qualche cosa ma scegliamo di eseguire una volontà che riconosciamo più grande e più valida della  nostra; in questo senso l’obbediente non rinuncia alla sua libertà ma sceglie la parte migliore e riesce a donarla.
  • 32.  Se comprendi il valore dell’obbedienza sei sulla strada giusta anche quando la tua povera intelligenza non arriva a coglierne tutti gli aspetti (Lc. 2,50-51).
  • 33.  Chi ama senza calcoli e senza misura si fida e si affida a Dio e sa che questa sua oblazione gli ritorna centuplicata.

Dio è un Padre, che non tradisce e non delude, il tuo “si”non può essere limitativo, esteriore, periodico e volubile. Il “si” che stai per pronunciare ti mette, come la Vergine Maria, al servizio dell’Onnipotente e con lei e come lei ripetere: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc.1,38).
Da quel momento, abbandonata la tua volontà, rinasci bambino e cerchi con semplicità la guida del maestro. Ciò che sapevi prima non era sapere, ciò che vivevi prima non era vita. Se sei diventato bambino ogni occasione sarà buona per ascoltare e mettere in pratica la divina volontà che ti si manifesta attraverso i fratelli..
Non sarà necessario attendere un ordine questo lo coglierai non solo dai superiori, ma da ogni fratello anche il più umile.
Solo vissuta così l’obbedienza sarà un dono tra i più belli ricevuti.


LA PREGHIERA

  • 34.  Sappi che non esiste nella fraternità un maestro della preghiera, né puoi imparare a pregare sforzandoti a farlo. Malgrado ciò il Signore ci invita a pregate sempre senza stancarvi mai” (Lc 18,1) Luca è particolarmente attento alla preghiera personale di Gesù. Durante il suo ministero pubblico, non trascura mai i tempi della preghiera personale e, certe volte, mentre la folla lo cerca per essere guarita dalle sue malattie e per ascoltare la sua Parola, Egli si ritira in solitudine.

Al capitolo 5 del suo vangelo, Luca si esprime così a proposito del tempo destinato alla preghiera: “La sua fama si diffondeva sempre di più; molta gente si radunava per ascoltarlo e farsi guarire dalle malattie. Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare” (vv. 15-16). Cristo prega non soltanto nei momenti più cruciali e difficili del suo ministero, come ad esempio prima di scegliere i Dodici o durante la sua Passione. La preghiera scandisce il tempo di tutte le sue giornate. Egli non prega soltanto quando nessuno lo cerca, ma certe volte lo fa anche sottraendosi alle folle che lo stanno cercando per ascoltare la sua Parola ed essere guariti dalle loro malattie. Niente è per Lui più importante, e più urgente della sua preghiera personale e del suo incontro con il Padre.  Nel profondo discernimento della sua preghiera, Cristo sente le spinte interiori del Padre e vi ubbidisce perfettamente. La sua natura umana rimaneva comunque bisognosa di questo contatto quotidiano. Il Gesù storico si presenta perciò, prima di tutto, già nel suo stile di vita come un modello di preghiera e successivamente come il Maestro che insegna a pregare.

  • 35.  Dio chiamandoti alla vita comunitaria con altri fratelli ti esorta a pregare “senza stancarti mai”. Diventando un domenicano devi sapere che la nostra predicazione nasce da  una incessante preghiera. Chi prega sa di non parlare a vuoto, di non affidare al vento parole e pensieri. Sa di essere alla presenza, non tanto di qualcuno, ma di Uno che è Unico Eterno, Tutto. La preghiera è garantita dalla fede in questa presenza. Senza la fede non si prega.
  • 36  La preghiera non può essere distaccata dai ritmi della vita, come se fosse un mondo a se stante, è necessario inserirla nella vita di ogni giorno, e non soltanto quando ci “sentiamo” di farlo.

 Anche chi ha scelto di vivere in una fraternità costaterà che la preghiera potrebbe diventare guerra, ripugnanza, impazienza, vuoto interiore, distrazione, aridità, mentre in altri giorni è gioia, pace interiore, serenità. Sono tanti momenti diversi che si sposano con la nostra situazione di naufraghi.
Siamo sempre noi, sia quando esultiamo di gioia, sia quando gemiamo nel dolore o dubitiamo non solo del valore della preghiera in se stessa, ma persino dell’esistenza di Dio.
Se il mare si abbatte sulla Zattera è normale avere paura, anche se sappiamo che con noi naviga Gesù. che rimane tranquillo a dormire.

  • 37  La preghiera come tutte le cose importanti che vivrai in fraternità, è dono dello Spirito. Nell’atto concreto questo dono è visibile quando ti accorgerai di saper dialogare, ascoltare, comprendere, perdonare e lasciarti perdonare dai fratelli con cui vivi. Questa è la base su cui Dio costruisce il suo dono. Una liturgia comunitaria a cui manca questo presupposto diventa scenografia, farsa, alienazione. Ricorda che è più facile dialogare con un Dio invisibile che con un fratello, il quale talvolta o sempre potrebbe non capirti e da cui potresti sentirti rifiutato, scartato, non considerato.
  • 38  Il tuo modo di pregare è quindi anzitutto “agape”, incontro, letizia, gioia di vivere insieme, di lavorare insieme, di comunicare la meraviglia che Dio ha operato e quotidianamente opera in te. Da questa agape nasce la preghiera comunitaria.

Essa è la lode di tutti i fratelli a Colui che ci ha misericordiosamente fatti salire sulla zattera e gratuitamente ci conserva nel suo amore.

  • 39  La preghiera comunitaria ha il suo vertice nella liturgia che è parte primaria dello spirito autenticamente cristiano (Optatam Totius 16).

“Di conseguenza ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo che è la Chiesa, è l’azione sacra per eccellenza e nessun’altra azione della Chiesa può raggiungere la sua efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado” (Costituzione sulla Sacra Liturgia 1,7).
Permettimi di ripeterti quello che scriveva in proposito S. Bernardo di Clairvaux (Discorsi sul Cantico dei cantici VII, 5,8):
“Poiché celebrate le vostre lodi uniti ai cantori celesti, in quanto concittadini dei santi e familiari di Dio, salmodiate con sapienza. Il cibo si assapora nella bocca, così il salmo nel cuore. Ma l’anima fedele e prudente non trascura di masticarlo con i denti della sua intelligenza, poiché se le capitasse di inghiottire un boccone senza averlo masticato, priverebbe il suo palato di un sapore squisito, più dolce del miele e del favo di miele. Come il miele nella cera, l’esperienza della dolcezza di Dio è nascosta nella lettera. Certamente se la inghiotti senza il condimento dello Spirito la lettera uccide, ma se, con l’apostolo salmeggi con lo Spirito, se salmeggi con l’intelligenza allora da te stesso saprai la verità di questa parola di Gesù : “Le parole che vi ho detto sono Spirito e Verità“ (Gv. 6,64) e anche quello che leggiamo della sapienza: “Il mio Spirito è più dolce del miele” (Sir. 24,27). Così la tua anima si diletterà nell’abbondanza, così il tuo olocausto diventerà ricco di sapore”.

  • 40   Quando entri in cappella lascia pensieri, inquietudini ed ogni altra preoccupazione; entraci con un cuore di bambino, felice di ascoltare il Padre e cantane le lodi insieme ai fratelli. Dimentica tutto facendo tacere le cose che vengono dalla carne e dal sangue. Ti sentirai invaso da una forza nuova che darà vitalità al tuo permanere sulla Zattera.
  • 41  Non scoraggiarti se questo esercizio non porta immediatamente i suoi frutti: insisti e infallibilmente raggiungerai l’ascolto, il colloquio con Colui che ci ha promesso la sua presenza fino alla fine del mondo.
  • 42  Giorno dopo giorno loda il Signore della misericordia perché quotidianamente ti mantiene, per il suo amore tutto particolare, nella fraternità.

E’ da questa estrema povertà che nasce il bisogno di pregare:
- si prega perché ci si riconosce poveri, incapaci, egoisti, peccatori;
- si prega per magnificare nella lode colui che, malgrado tutto, malgrado il nostro peccato, ti chiama ad essere a tua volta segno di misericordia;
- si prega perché sai che, se Dio non costruisce la fraternità, invano ti affaticherai;
- si prega perché la sua divina bontà ti guidi ad operare tra noi e tra gli altri secondo i suoi disegni;
- si prega perché non nasca mai l’orgoglio di sentirti giusto o di crederti capace di una qualsiasi opera di bene senza che Lui ne sia l’ideatore: “senza di me non potete fare nulla”.

  • 43.    La preghiera è il sangue che circola nel nostro corpo. Tanto più il sangue è ossigenato dalla preghiera, tanto più il corpo vive.
  • 44    Il lavoro e la missione, altri due mezzi importanti della fraternità, saranno sempre subordinati al primo.
  • 45.  La preghiera è il tuo primo mezzo per servire Dio e i fratelli; infatti sei debitore all’uno e agli altri della misericordia.
  • 46.   Non puoi essere innamorato dei fratelli se non sei innamorato del Padre. La preghiera sarà dunque personale e comunitaria, e l’una non escluderà mai l’altra. nella preghiera comunitaria non sarà mai tralasciato il Santo Rosario che, più di ogni altra devozione, appartiene all’Ordine domenicano e scandisce  il nostro cammino.

Tu, non essendo né dotto, né sapiente, né ricco, pregherai il Dio di ogni misericordia che supplisca alle tue incapacità; diverrai dominatore del “ tempo” e dello “spazio” ed attuerai quello che Gesù disse a Santa Caterina da Siena: “Tu pensa a me ed io penso a te”. Da tutto ciò scaturirà il tuo “povero apostolato”.

IL SILENZIO

  •  47.  Il silenzio ti costruirà come uomo.

  Le antiche costituzioni domenicane lo chiamano: “padre dei predicatori” e S. Tommaso d’Aquino ci ha lasciato una splendida immagine del vivere silenziosamente nella propria stanza: “Caella quasi coelum tibi sit..” Cella quasi il cielo tu sei per me. Qui contemplo le cose del cielo, piango i miei peccati. Qui medito studio e riposo.
La tua stanza sia luogo di silenzio e rammenta sempre che vi abiti come ospite e pellegrino.Quando Dio ti chiamerà “nella abitazione eterna” non permetterà di portare nulla con te, se non la grande nostalgia di vedere in piena luce il Suo volto.
  E’ impossibile dedicare la tua vita al servizio dei fratelli se prima e dopo ogni incontro non ti sarai ricaricato alla luce del Silenzioso.
Senza la sua luce sei una batteria scarica. Non sono le nostre parole che possono portare aiuto e conforto ai fratelli ma la Misericordia di Dio che riversandosi su di te ti ricolma e trabocca nei fratelli.
L’amore del silenzio non si conquista una volta per tutte, è la fatica di ogni giorno. Non stancarti  di aiutare i fratelli ospiti a considerare la nostra casa “luogo di contemplazione”. Ricevi l’ospite con grande amore ed onore e ricorda che egli è qui per un aiuto o perché vuole confrontare la sua vita con la tua. Egli cerca qualcosa che non ha trovato altrove. La predica più bella che egli potrà ascoltare è la fedeltà alla tua vocazione. Se sei convinto della scelta fatta riuscirai a trasmettere questo convincimento e l’ospite ne trarrà grande giovamento.


LA PREDICAZIONE

  • 48. Anche il tuo lavoro apostolico nasce dalla povertà e dalla debolezza. Il Signore non ti chiama ad essere un propagandista del Regno, ma semplicemente un testimone della sua misericordia: “Dio ti ama in Gesù Cristo come ha amato ed ama me”. In ciò consiste il tuo apostolato.

Sull’esempio di S. Domenico, di S. Caterina da Siena, di Piergiorgio Fassati, di Giorgio La Pira e di quanti ci hanno preceduto illustrando la vita della Chiesa, rinvigorito dalla comunione fraterna, renderai anzitutto testimonianza della tua fede, ti dimostrerai disponibile alle necessità dei tuoi contemporanei e lavorerai al servizio della verità (Cost. Fond. laicato domenicano n.5)
Considerando le finalità precipue dell’apostolato della Chiesa del tuo tempo, sentendoti mosso a manifestare compassione concreta per ogni forma di umana inquietudine, ti farai promotore di libertà, di giustizia e di pace (idem n.6)
Ispirato dal carisma dell’Ordine domenicano, tieni sempre presente che l’azione apostolica sgorga dalla pienezza della contemplazione (idem n.7).

 

LAVORO, TESTIMONIANZA

  • 49.  In fraternità tutti vogliono e devono lavorare. Gli oziosi non possono vivere in una fraternità. E’ nel lavoro che concretamente diciamo “grazie” a Dio e ai fratelli della misericordia che ci viene concessa ogni giorno.
  • 50.  Lo studio e la predicazione non sono il nostro unico impegno. È necessario il lavoro per mantenere noi stessi e la scelta di vita che abbiamo fatta. I poveri lavorano perché non avrebbero di che vivere e noi non abbiamo altro che il nostro impegno per vivere. Solo il lavoro fa di noi una fraternità di uomini liberi.
  • 51.   Il lavoro fuori della fraternità ci permette di testimoniare la nostra solidarietà con  tutti i lavoratori della terra che non potrebbero vivere senza lavorare.
  • 52.    Pregare, lavorare, testimoniare, sono i momenti della  nostra giornata. La preghiera non è preghiera senza il peso e la fatica del lavoro, così come il lavoro non è lavoro senza la preghiera. Anche la missione non è  tale senza queste due prime grandi fatiche.
  • 53.   Lavorando si ricorda continuamente la nostra povertà e il lavoro diventerà un rimedio contro la pigrizia e l’indolenza.
  • 54.  Non sarà il lavoro a distoglierti dalla preghiera, anzi sarà questo “confonderti” con tutti coloro che lavorano a dar maggior risalto alla preghiera e allo studio. La testimonianza scaturisce dalla vita fraterna, dal lavoro e dalla preghiera fatta insieme.
  • 55.  Il ricavato del lavoro sarà messo in comune e poi ridistribuito secondo le necessità di ciascuno. Ciò che avanza non sarà capitalizzato, ma donato  ai più poveri di noi.(cfr. Atti 32-35).


QUALE AUTORITA’?

  • 56.  Ogni fraternità domenicana implica una appartenenza effettiva alla Chiesa Cattolica. Garanti della nostra fedeltà al Vangelo e alla Chiesa saranno, come per tutti i cattolici, il Papa,  il Vescovo e il Maestro dell’Ordine domenicano. Non si può essere domenicani che nell’ambito di una realtà ecclesiale. Il nostro vivere in comune ha un senso soltanto se lo viviamo nel mistero della Chiesa.  Uniti al Popolo di Dio possiamo sentirci fratelli e membri dell’unica famiglia voluta dal Signore Gesù: “Padre fa che essi siano uno come noi siamo uno” (…)

 

IL RESPONSABILE DELLA FRATERNITA

  • 57.  Tra i presbiteri della fraternità venga riconosciuto e scelto un responsabile (padre, guida, coordinatore spirituale della fraternità...).

Suo compito è di mantenere la comunione e l’unità della fraternità nel Signore, attraverso l’esempio, il consiglio, l’esortazione ed il riconoscimento dei ministeri, dei doni e dei carismi.

  • 58.  “Egli è colui che in fraternità “tiene le veci di Cristo” perciò devi amarlo con carità umile e sincera e nulla farai senza il suo consenso” (Reg. di S. Benedetto).
  • 59.    Ogni giorno pregherai per lui perché a lui il Signore chiederà conto di ogni fratello che gli è stato affidato.
  • 60.   Al suo amore per Cristo e per i fratelli è affidata la fraternità e si è fatto carico, con l’aiuto di Dio, di mettersi al servizio di tutti. Il suo compito non è d’imporre le sue idee ma di discernere ciò che è bene per i fratelli adattandosi, a secondo dei casi, a correggere e a guidare ciascuno secondo le propria necessità.
  • 61.  A lui potrai esporre i tuoi dubbi e le tue aspirazioni, i tuoi bisogni e lui ti aiuterà a trovare il lume necessario affinché nella fraternità tu possa realizzare “un cuore solo ed un’anima sola”.
  • 62.   Quando nella fraternità vi saranno questioni importanti da decidere sarà lui che convocherà tutti i fratelli esporrà il problema ed attentamente ascolterà il pensiero di tutti e poi, invocato lo S. Santo, deciderà in solitudine il da farsi.
  • 63.   Il Responsabile è scelto dalla fraternità e rimane in carica per tre anni. E’ lui il coordinatore e l’animatore della vita pratica della fraternità.
  • 64.  Lui è l’ organizzatore della Santa Predicazione e a lui farai riferimento per tutto ciò che concerne la vita di ogni giorno.
  • 65.  Il servizio del Responsabile è quanto mai delicato per cui la fraternità prima di eleggerlo studierà attentamente le attività che si vorranno fare nei prossimi tre anni e dopo averli stabiliti sceglierà il fratello più adatto a renderli attuabili.
  • 66.   Può essere Responsabile, pro tempore, della fraternità un qualsiasi membro .
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