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Giovedì, 06 Ottobre 2011 10:11

Per Dominicus ottobre 2011

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Carissimi,

                        l'incertezza su tanti settori della vita di questi ultimi anni ci spinge sempre e con più forza a trovare una qualche solida base su cui fondare la nostra speranza. Senza questa base anche la speranza la vediamo fluttuare impotente in un gioco rovinoso che tende alla depressione, fino al punto che non si capisce più bene se l’uomo sereno e tranquillo di oggi sia l’uomo indifferente che ha chiuso gli occhi e le orecchie, mentre l’uomo di fede non possa che essere un uomo angosciato.

Se ci è stato dato un tempo in cui la nostra preghiera poteva godere di canti e di lodi, ora non è più così e, sempre di più, la sua forma più alta diventa: “Signore, abbi pietà di noi”.

Ci sono certo ancora i tentativi di liturgie “artistiche” che trasportano in un “altro mondo”, ma assomigliano troppo a quel pensiero “positivo”, voluto a forza, che per sussistere deve non vedere la realtà. Un po’ come il dire ostinatamente che tutto va bene, mentre si sta precipitando nel burrone.

Ma il bisogno, la povertà, oltre che farci “aguzzare l’ingegno”, ci dà una straordinaria capacità di penetrare e capire più e meglio su quali basi è costruita la fede cristiana, la nostra fede.

Al contrario dell’orgoglio umano che sempre si fa giudice implacabile sulla miseria umana, condannandola come dis-umana e quindi da negare, riscattandola, se possibile, verso una situazione di non-miseria, o abbandonandola anche cinicamente al suo destino, la fede la riconosce e le attribuisce una dignità senza pari: “Dio ama (apprezza, predilige) l’uomo dal cuore ferito”.

Non c’è bisogno che l’uomo di fede debba dirsi, ogni volta che si guarda allo specchio: “Sì, in fondo, sono bello”. L’uomo di fede può vedere le sue rughe e l’usura del suo volto e tanto di più sapere che Dio è dalla sua parte.

Ecco dove vedo la base di una speranza che non può crollare perché non legata agli alti e bassi di un mercato sempre più tempestoso.

Così, da questa prospettiva colgo la situazione anche del nostro laicato domenicano. La sua fragilità è davanti ai nostri occhi in tutta la sua chiarezza: anzianità, malattie, piccole fraternite, spesso disperse, ecc. E’ inutile cercarvi la “pietra sana” sulla quale far leva per una migliore speranza. Proprio la “pietra scartata” è la pietra che la meraviglia di Dio pone a testata d’angolo.

Il mio augurio e la mia preghiera di “promotore” del laicato domenicano per tutti voi è dunque questo: non disprezzate né la vostra, né l’altrui miseria, anzi cercate di vedere come proprio in essa Dio compie le sue meraviglie.

Fraternamente,  fra Raffaele Previato

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