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Martedì, 27 Gennaio 2009 23:45

La speranza cristiana

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Caro Ennio,
a proposito del tuo motivato pessimismo vorrei dirti il mio pensiero.
La storia dell'uomo è sempre stata segnata da di piaghe e nefandezze che fanno anche impallidire quelle di oggi: la violenza sulla persona non ha mai avuto un momento di tregua raggiungendo vertici ben più alti di quella attuale (ai tempi di Gesù i Romani crocifiggevano con nonchalance migliaia di persone),  la corruzione è stata trasversale a qualsiasi epoca, con situazioni tali da far considerare le tangentopoli di oggi roba da dilettanti,  la fame ha trovato alloggio sempre e ovunque con un grado di attenzione collettiva ben più basso di quello (sia pur scarso) attuale. Mi fermo ma sai bene che l'elenco potrebbe continuare a lungo.
I mezzi di comunicazione segnalano solo i fatti negativi (più sono negativi, più hanno risalto), quasi sempre amplificandoli oltre la realtà (a volte anche inventandoli) con il solo obiettivo di fare "audience".
A fronte di tanti "scarabocchi" come tu li hai definiti, ci sono meravigliosi segni (poco visibili) che quotidianamente lasciano tante persone. A sostegno di quanto sopra, ricordi il proverbio: "nel bosco fa più rumore un albero che cade di tutti gli altri che crescono"?
Sarebbe però stupido essere ottimisti solo per il fatto che questi mali ce li tiriamo dietro da sempre. Ma per quante cose negative si vedano e si sentano, un cristiano non può far venir meno la speranza che poggia tutta sulla fede.  Se non ricordo male, il significato etimologico di speranza è collegato ad un'azione: "tendere a". Che è il contrario di sperare aspettando passivamente, no?
 Per concludere penso che qualche incontro sul tema della speranza sarebbe ben accetto da parte di molti perché sono certo che oggi di speranza tutti sentano un gran bisogno. Io per primo, in quanto il mio cervello è da sempre tormentato dallo stesso pensiero: ma perché, perché nonostante secoli di preghiere (ce ne saranno ben state alcune sincere e accorate!) recitate da milioni (anzi, miliardi) di persone il mondo non cambia di una virgola?  
Un abbraccio da uno di quelli che sanno solo scarabocchiare. Beppe.


Questa è soltanto una della quattro lettere che ho ricevuto dopo la pubblicazione del numero di dicembre 2009 del nostro giornalino. Tutte, magari in forme diverse, si lamentano che non si parli di speranza e fanno risaltare il pessimismo.
 E' bene ricordare che il pessimismo è una concezione della vita che tende a sottolinearne gli aspetti negativi e a vedere la vita stessa dominata dall'infelicità e dal dolore. Questa visione, dal punto di vista etico, si traduce in una prevalenza del male sul bene.
Ed è altrettanto bene ricordare che un cristiano che non vive la speranza è un uomo che non crede al Vangelo. Mi auguro perciò che gli amici che leggono la nostra lettera, perlomeno, non dubitino del nostro onesto, sia pure modesto, voler seguire Gesù Cristo. Senza questa fiducia nelle parole del Signore avremmo speso inutilmente la nostra vita. San Pietro ci ricorda che è nostro dovere rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (1 Pt 3,15). E San Tommaso D'Aquino dice: "La gioia spirituale che Dio ci dona è duplice: la prima deriva dalla considerazione del bene che Dio è in se stesso. La seconda gioia che Dio ci dona, deriva dalla partecipazione a questo bene divino che ci è riservato. La prima gioia è perfetta, perché è il frutto dell'amore. La seconda procede dalla speranza che ci fa vivere NELL'ATTESA di godere un giorno di questo bene divino (S.Th II-II q.28). Anche nel Simbolo Niceno (il Credo) non è detto: "io spero" ma  "io aspetto la vita dei secoli venturi". Ora se noi crediamo che Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né mai ci abbandona, allora, qualunque difficoltà - se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione - per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono l'attesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore.
Vorrei ancora esprimermi con un esempio. Mi trovo alla stazione ferroviaria e mentre attendo il treno vedo due uomini che si picchiano, un altro che strappa la borsetta ad una signora e due giovani che nel sottopassaggio sniffano cocaina. Sono un pessimista se poi mi raggiunge un amico, che deve partire con me e gli racconto ciò che ho veduto? Inoltre, se mi trovo alla stazione, non vi sto perché spero di prendere il treno, ma perché voglio andare a Milano. Se vi rimango, è perché sono certo che il treno verrà, altrimenti tornerei a casa. Perciò chi attende, è certo, chi spera umanamente, non lo è del tutto. Con San Tommaso posso asserire che la speranza cristiana è assai più un attendere che uno sperare. Chi vive ora nell'attesa di riuscire un giorno a prendere possesso del bene amato, se ne rallegra in anticipo, come se già lo possedesse.
Nel Vangelo, questa speranza è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: "Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12,2-3).
Una promessa è una realtà dinamica che opera delle possibilità nuove nella vita umana. Questa promessa guarda verso l'avvenire, ma si radica in una relazione con Dio che mi parla qui e ora, che mi chiama a fare delle scelte concrete nella vita. I semi del futuro si trovano in una relazione presente con Dio. In Gesù, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Cor 1,20). Certo, ciò non si riferisce unicamente a un uomo che è vissuto in Palestina 2000 anni fa. Per i cristiani, Gesù è il Risorto che è con noi nel nostro oggi. "Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo" (Mt 28,20). Sempre l'apostolo Paolo aggiunge: "La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5,5).  Questo non è un semplice augurio per l'avvenire senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dell'amore divino in persona che ci porta verso una piena comunione con Dio stesso. Tuttavia, come già accennavo, la speranza cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già presente  nell'attesa, grazie a Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione, ma anche per denunciare il male che si fa nel mondo. E' nostro dovere gridare ai vari Erodi: "Non ti è lecito comportarti così". La speranza non ci chiede di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia, il Regno di Dio sulla terra. Anche ad Abramo Dio disse: "Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò" (Gen 12,1). Ed anche lui, come noi, è chiamato a sperare, ad attendere che si realizzi la promessa di Dio. E' chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio.
Così pure, il Vangelo, la buona novella, quando ci dice che la morte è vinta, non lo fa per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma è uno sprone, una chiamata a metterci in cammino. "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Voi mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra" (At 1,11; Mc 16,15; At 1,8).
La nostra fede non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi "gemiamo" con il mondo, condividendo il suo dolore, ma viviamo questa situazione nella speranza, sapendo che, nel Cristo, "le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende" (1 Gv 2,8).
Sperare, dunque, non ci toglie il dolore, ma ci dà un fine. Non ci fa chiudere gli occhi su ciò che accade nel mondo, ma ci dà la forza per contribuire a cambiarlo. Non ci fa stare con le mani inoperose ma ci invita a seminare un qualcosa che, al momento opportuno, porterà il suo frutto.
La nostra speranza si appoggia dunque sull'aiuto di qualcuno la cui azione non può fallire. Perciò essa è una virtù divina poiché spera Dio e lo spera solo attraverso Dio.  "E' fedele colui che vi chiama, dice san Paolo, ed egli lo farà" (1 Tm 5,24).

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