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Domenica, 01 Febbraio 2009 00:00

L'inferno di Nagasaki. La parola di un testimone

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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"Anche il 9 agosto 1945, come membro della "squadra informazioni" composta da alunni della scuola media, sono andato a lavorare nella fabbrica della Mitsubishi che costruiva siluri e mine per i sottomarini. Avevo quindici anni. Per sostituire i lavoratori chiamati al fronte come soldati, ci avevano fatto interrompere gli studi e obbligati a lavorare alle macchine, in aiuto ai pochi operai rimasti.
Quella mattina mi fu affidato il compito di portare alla sede centrale dei pompieri la notizia di un possibile attacco aereo dell'esercito americano. La sede distava circa un chilometro e mezzo. Verso le 11 mi trovavo nella veranda, in attesa di una risposta. Alle ore 11:02, appena percepito il frastuono di un aereo sopra di noi, fui investito da una immensa colonna di luce che sembrava sprigionare lampi in tutte le direzioni, e venni violentemente sbattuto sul pavimento. (Si dice che sul luogo dell'epicentro, la velocità del vento provocato dalla esplosione fu di ca. 500 metri al secondo!). Ripresa coscienza e aperti gli occhi, sopra di me erano ammassati i corpi di due o tre giovani. I due più sopra avevano il volto e la gola trafitti da una miriade di schegge di vetro. Uno di loro era ormai senza vita. Quasi per miracolo io rimasi solo leggermente ferito."
Inizia così il racconto di Akira Fukaori, che lo scorso 3 gennaio, grazie a padre Domenico, alla Commissione Diocesana Giustizia e Pace e a padre Piergiorgio Manni, un missionario saveriano da quarant'anni in terra giapponese, che ha fatto da interprete,  abbiamo avuto la possibilità di incontrare ad Agognate, in un momento di intensa commozione per tutti i presenti.
Sopravvissuto all'orrore dell'esplosione atomica, dopo una lunga carriera come giornalista e direttore televisivo, Akira Fukaori continua il suo impegno come  collaboratore  della diocesi di Nagasaki, una città in cui nei secoli si è sviluppata una viva comunità di cristiani cattolici che ha mantenuto salda la sua fedeltà al vangelo, nonostante feroci persecuzioni.
L'idea di far venire a Novara un testimone di quell'evento tremendo è maturata  in occasione di una predicazione di esercizi spirituali tenuta lo scorso anno dal nostro vescovo, mons. Renato Corti, ai missionari saveriani in Giappone: si voleva far ricordare la brutalità della guerra, coinvolgere le persone in una riflessione che bisogna sempre tenere desta, come le cronache di questi giorni purtroppo ci confermano: "il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo" (Gen 4, 7).
Non è stato facile per Fukaori, come per gli altri sopravvissuti, parlare della propria storia; la sofferenza della rievocazione, quasi un senso di colpa per essere vivi, come accadde a molti deportati ad Auschwitz, il timore di essere considerati vittime delle radiazioni e per questo di venire  emarginati,  hanno fatto sì che per lungo tempo prevalesse il silenzio.
Per Fukaori, il superamento di questo "blocco psicologico" avvenne durante la visita di Papa Woytjla in Giappone nel 1981, quando il Papa raccomandò vivamente ai superstiti di raccontare quanto avevano subito, come monito per le giovani generazioni.
"Erano passati circa 10 minuti. - prosegue il racconto di Fukaori -  Davanti ai me una donna dai capelli bruciati e scarmigliati correva disperata a piccoli passi. Un uomo sfigurato con le braccia a penzoloni e la pelle a brandelli camminava senza meta. Poi un'altra donna con in spalla un bambino coperto di sangue che gli spruzzava dal capo. Le mie gambe e tutto il corpo tremavano di fronte a quell'orrore. Era una visione infernale, con strade percorse da mostri e fantasmi orribili. (Si pensa che la temperatura al suolo sotto la colonna di fuoco emanata dalla bomba atomica abbia raggiunto i 3 o 4 mila gradi!) Fino a quel momento nessuno sapeva che si trattasse di una bomba atomica."
 Non c'era cibo, e affannosa quanto vana era la ricerca di qualcosa che potesse calmare la fame. E ovunque i corpi dei morti:
"Durante la notte, in diversi punti attorno al nostro rifugio, si bruciavano i corpi dei morti. Questo mesto lavoro durò a lungo. Mi rimangono scolpite nella mente e nel cuore le scene strazianti di famigliari che tengono abbracciato il defunto e non vogliono consegnarlo alle fiamme. E poi l'insopportabile olezzo sprigionato dai cadaveri, che invadeva tutto e rimaneva inesorabilmente appiccicato a noi! Tormento indescrivibile!
Non si trovava la legna sufficiente. Ragazzo di 15 anni, passando con orrore e ripugnanza sopra i corpi abbandonati, partecipai attivamente anch'io alla quotidiana e faticosa alla ricerca della legna necessaria. Un lavoro ben più pesante e difficile della ricerca del cibo. Siamo giunti a dissotterrare anche la parte inumata dei pali della luce, pur di racimolare il necessario. Lascio a voi il compito di immaginare quanto abbia sofferto la popolazione di Nagasaki superstite alla bomba atomica: pane quotidiano era il dolore, il pianto, il disgusto, e la morte."
La notizia dell'imminente sbarco degli americani provocò panico tra la popolazione:
"La paura di essere violen­tate spinse le donne a fuggire dalla città, chi verso le montagne e chi verso la campagna. Mia mamma riuscì ad affittare una barca ormeggiata nel porticciolo del mercato dei pesci fuggimmo a Fukumi, una piccola frazione di Narao, nel lontano arcipelago di Goto. Qui si era rifugiato anche mio nonno durante l'ultimo periodo di perse­cuzione dei cristiani, nel 1873. Il viaggio durò oltre sei ore. Il primo segno di vita che avvistammo avvicinandoci all'isola fu la Croce posta sopra la chiesa, una bella costruzione in mattoni rossi. Illuminata dal sole, la Croce sembrava brillare e avvicinarsi a noi sopra le onde,  segno di libertà e di speranza.
Io spero che nessuno dei siluri o delle mine, costruite contro voglia dalle mie mani intrise di grasso, abbia colpito e affondato una nave nemica. Dopo aver ricevuto la Cresima nella chiesa di Urakami, io avevo smesso di frequentare la chiesa. Non avevo dimenticato la chiesa, dico la verità. Il lungo e pesante lavoro quotidiano nella fabbrica della Mitsubishi, cui ero stato obbligato, mi aveva tolto la libertà e il tempo di andarvi. La gioia di essere ormai lontano da quella penosa situazione e la vista della chiesa di Fukumi risvegliarono dentro di me l'assopito cuore di credente. Fu una riscoperta indimen­ticabile: non mi fu possibile fermare o contenere le calde lacrime di commozione."
Il racconto di Fukaori ha testimoniato anche la fiducia e la speranza che è ripresa dopo la guerra, il ruolo che la città di Nagasaki ha assunto nella promozione della pace: tra le delegazioni straniere, invitate per la cerimonia di commemorazione, ogni due anni, ci ha detto, "giunge a Nagasaki un folto gruppo di giovani israeliti e palestinesi, invitati dalla Diocesi di Nagasaki per studiare insieme i problemi della pace e pregarla insieme. Un ragazzo palestinese mi disse: "Mi hanno ucciso i famigliari. Non mi è ancora possibile cancellare dal cuore l'odio e il desiderio di vendetta. Ma qui a Nagasaki ho potuto ridimensionare questi sentimenti".
Sul tema del perdono si sono soffermati molti degli interventi seguiti alla testimonianza; tra questi riporto quello di don Mario Bandera, responsabile della Commissione Diocesana Giustizia e Pace.
In Burundi ha incontrato un maestro a cui, con la complicità del bidello della sua scuola, durante la guerra tra Tutsi ed Hutu sono stati uccisi i figli. Cessati i conflitti etnici, il maestro, rientrato a scuola, ha ritrovato quel bidello e ha perdonato. "Come fai - gli ha chiesto don Mario - a perdonare?" "Proprio tu che sei prete mi chiedi come faccio a perdonare? Mi avete fatto conoscere Cristo e ora come potrei non perdonare?".

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