E' da un po' che rifletto sulla parola "salvezza". Non vengo a capo di nulla (come sempre) e vi spiego perché.
Salvezza mi fa pensare a... una ciambella. A un braccio robusto che tira su chi affoga. A un escamotage, anche truffaldino, per evitare responsabilità. A una guarigione inaspettata da un cancro, tanto desiderata quanto illusoria. A un matrimonio che va sempre più a rotoli e poi miracolosamente recuperato. A un improvviso guadagno che libera dal rischio di un fallimento e da una iniziale depressione da debiti. Al lavoro che mio figlio finalmente ha trovato e che gli consente di vivere con dignità e di sposarsi. Penso a situazioni comuni (le mie, le vostre) nelle quali qualcosa o qualcuno ci salva da una difficoltà, da un male, da un disastro.
Questo "qualcuno", quando non è la sorte senza nome, ha il volto di una persona cara, di un familiare, di un amico. Quando né la sorte, né il volto di chi ci vuole bene, può salvarci, ecco che improvvisamente salta fuori Dio. Il Dio dei miei rosari e delle mie novene, di voti e fioretti. E anche il Dio delle messe, della lectio e del volontariato. Ma anche il Dio dell'ascesi, della meditazione profonda e dei ritiri spirituali. E, persino, il Dio dei cristiani, il Dio di Gesù Cristo, sembra riguardare la salvezza. Signore, salvami! Ma poi, diamine, è il Dio di Gesù Cristo, della fede che professiamo nel battesimo e rinnoviamo pubblicamente ogni domenica nell'ultima cena che ha portato la salvezza a ogni uomo e che mi ha effettivamente salvato. Chi mastica un po' di Scrittura sa bene che il Dio di Gesù Cristo si è incarnato per la nostra salvezza e ha vissuto passione, morte e risurrezione per darci la salvezza.
Ma dov'è la salvezza? Io quel braccio robusto non sempre lo vedo teso verso di me e spesso mi sento affogare. Signore, salvami! Io ho commesso degli errori a lavoro e non trovo nessun rimedio per riparare ed evitare cause. Ho sbagliato, Signore, salvami! Io sto male, il medico mi dice che il mio tumore passerà se io lo voglio, ma io intuisco che la mia ora è arrivata. Signore, salvami! Io non ce lo faccio più ad andare avanti con mia moglie e ho preferito talvolta il calduccio consolante di un altro letto. Lo so, ho sbagliato: Signore, salvami! Io ho lavorato tanto, ma tanto, e la crisi che c'è per ora e certi investimenti sbagliati e devo portare avanti la mia famiglia e cominciano i primi pignoramenti. Signore, salvami! Io ho fatto tutto per mio figlio, gli ho dato la mia vita e ora lui perde tempo e non fa niente tutto il giorno. Signore, salvami!
Salvami! Quante volte te l'avrò detto, Signore? Ma tu a volte (poco) ascolti ma più spesso mi sembri un po' sordo. Signore, dove sei? Ma dov'è la salvezza che mi avevi promesso? Hai salvato il tuo popolo con la tua morte; perché ora mi trascuri e non salvi anche me? Hai liberato Israele dalla schiavitù di Egitto. E della mia "schiavitù" non ti importa? Non vedi che sto affogando?
E quella ciambella tarda ad arrivare. E non arriva. E io vado giù, sempre più giù, fino in fondo.
Cosa non ho capito?
Qualche giorno fa, riflettendo ancora su queste cose, un articolo - trovato su Koinonia - di Piero Stefani dal titolo "Essere ultimi" (si trova anche su internet) mi ha lasciato ancora più avvilito.
Questo autore afferma: "Ai nostri giorni, come in passato, basta guardare al mondo per comprendere che i cristiani, da molto tempo, non sono più ultimi. Il fatto che la parte più sviluppata del mondo sia cristiana è una spia non banale di questa situazione. La contaminazione resta inevitabile fino a quando non si è toccati dalla grazia dura (troppo dura) di essere resi, in proprio, davvero ultimi".
La grazia di essere ultimi? Come può essere una grazia essere ultimi? Io sto affogando, Signore! Salvami! pregavo. Perché mi abbandoni? Perché non mi fai sentire, almeno, la tua vicinanza?
Continuavo a leggere: "Ma si tratta di una condizione (quella di essere ultimo) vissuta solo da chi è costretto a ripetere in prima persona: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato»; vale a dire è riservata a chi emette quel grido senza cogliere Gesù vicino a lui in quell'abbandono. In fin dei conti si tratta di una sorte consegnata solo a chi non è cristiano o a chi cessa di essere tale. Il vero ultimo è colui che muore come Gesù, non già chi avverte, anche nell'abbandono, Gesù al suo fianco".
Questo è troppo. L'autore si sarà sicuramente sbagliato: io ho creduto nel Dio della mia salvezza, non in un Dio che mi dà la grazia (ma quale grazia!) di essere ultimo e abbandonato.
Poi ho letto ancora un pezzo: "Il nascondimento storico del Figlio dell'uomo in colui che è nel bisogno e la svelata presenza finale in lui sono simboli di una salvezza promessa nel tempo e dispiegata solo nell'ultimo giorno".
Non possono stare così le cose: e che ne è della mia salvezza ora, oggi? Qualcosa non torna: Grazia, essere ultimi, abbandonati... I miei dubbi aumentano, sono confuso, Signore.
Se le cose stanno così, Signore, forse non sono più sicuro di voler essere veramente salvato.
Salvezza mi fa pensare a... una ciambella. A un braccio robusto che tira su chi affoga. A un escamotage, anche truffaldino, per evitare responsabilità. A una guarigione inaspettata da un cancro, tanto desiderata quanto illusoria. A un matrimonio che va sempre più a rotoli e poi miracolosamente recuperato. A un improvviso guadagno che libera dal rischio di un fallimento e da una iniziale depressione da debiti. Al lavoro che mio figlio finalmente ha trovato e che gli consente di vivere con dignità e di sposarsi. Penso a situazioni comuni (le mie, le vostre) nelle quali qualcosa o qualcuno ci salva da una difficoltà, da un male, da un disastro.
Questo "qualcuno", quando non è la sorte senza nome, ha il volto di una persona cara, di un familiare, di un amico. Quando né la sorte, né il volto di chi ci vuole bene, può salvarci, ecco che improvvisamente salta fuori Dio. Il Dio dei miei rosari e delle mie novene, di voti e fioretti. E anche il Dio delle messe, della lectio e del volontariato. Ma anche il Dio dell'ascesi, della meditazione profonda e dei ritiri spirituali. E, persino, il Dio dei cristiani, il Dio di Gesù Cristo, sembra riguardare la salvezza. Signore, salvami! Ma poi, diamine, è il Dio di Gesù Cristo, della fede che professiamo nel battesimo e rinnoviamo pubblicamente ogni domenica nell'ultima cena che ha portato la salvezza a ogni uomo e che mi ha effettivamente salvato. Chi mastica un po' di Scrittura sa bene che il Dio di Gesù Cristo si è incarnato per la nostra salvezza e ha vissuto passione, morte e risurrezione per darci la salvezza.
Ma dov'è la salvezza? Io quel braccio robusto non sempre lo vedo teso verso di me e spesso mi sento affogare. Signore, salvami! Io ho commesso degli errori a lavoro e non trovo nessun rimedio per riparare ed evitare cause. Ho sbagliato, Signore, salvami! Io sto male, il medico mi dice che il mio tumore passerà se io lo voglio, ma io intuisco che la mia ora è arrivata. Signore, salvami! Io non ce lo faccio più ad andare avanti con mia moglie e ho preferito talvolta il calduccio consolante di un altro letto. Lo so, ho sbagliato: Signore, salvami! Io ho lavorato tanto, ma tanto, e la crisi che c'è per ora e certi investimenti sbagliati e devo portare avanti la mia famiglia e cominciano i primi pignoramenti. Signore, salvami! Io ho fatto tutto per mio figlio, gli ho dato la mia vita e ora lui perde tempo e non fa niente tutto il giorno. Signore, salvami!
Salvami! Quante volte te l'avrò detto, Signore? Ma tu a volte (poco) ascolti ma più spesso mi sembri un po' sordo. Signore, dove sei? Ma dov'è la salvezza che mi avevi promesso? Hai salvato il tuo popolo con la tua morte; perché ora mi trascuri e non salvi anche me? Hai liberato Israele dalla schiavitù di Egitto. E della mia "schiavitù" non ti importa? Non vedi che sto affogando?
E quella ciambella tarda ad arrivare. E non arriva. E io vado giù, sempre più giù, fino in fondo.
Cosa non ho capito?
Qualche giorno fa, riflettendo ancora su queste cose, un articolo - trovato su Koinonia - di Piero Stefani dal titolo "Essere ultimi" (si trova anche su internet) mi ha lasciato ancora più avvilito.
Questo autore afferma: "Ai nostri giorni, come in passato, basta guardare al mondo per comprendere che i cristiani, da molto tempo, non sono più ultimi. Il fatto che la parte più sviluppata del mondo sia cristiana è una spia non banale di questa situazione. La contaminazione resta inevitabile fino a quando non si è toccati dalla grazia dura (troppo dura) di essere resi, in proprio, davvero ultimi".
La grazia di essere ultimi? Come può essere una grazia essere ultimi? Io sto affogando, Signore! Salvami! pregavo. Perché mi abbandoni? Perché non mi fai sentire, almeno, la tua vicinanza?
Continuavo a leggere: "Ma si tratta di una condizione (quella di essere ultimo) vissuta solo da chi è costretto a ripetere in prima persona: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato»; vale a dire è riservata a chi emette quel grido senza cogliere Gesù vicino a lui in quell'abbandono. In fin dei conti si tratta di una sorte consegnata solo a chi non è cristiano o a chi cessa di essere tale. Il vero ultimo è colui che muore come Gesù, non già chi avverte, anche nell'abbandono, Gesù al suo fianco".
Questo è troppo. L'autore si sarà sicuramente sbagliato: io ho creduto nel Dio della mia salvezza, non in un Dio che mi dà la grazia (ma quale grazia!) di essere ultimo e abbandonato.
Poi ho letto ancora un pezzo: "Il nascondimento storico del Figlio dell'uomo in colui che è nel bisogno e la svelata presenza finale in lui sono simboli di una salvezza promessa nel tempo e dispiegata solo nell'ultimo giorno".
Non possono stare così le cose: e che ne è della mia salvezza ora, oggi? Qualcosa non torna: Grazia, essere ultimi, abbandonati... I miei dubbi aumentano, sono confuso, Signore.
Se le cose stanno così, Signore, forse non sono più sicuro di voler essere veramente salvato.


