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Lunedì, 01 Dicembre 2003 00:00

Chiodo non scaccia chiodo

Scritto da p.Domenico Cremona
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Potrà sembrarvi strano trovare in questa rubrica un brano del vangelo spoglio di riferimenti natalizi e soprattutto un brano che non abbiamo mai trattato nelle nostre lectio del venerdì sera.
Ma ciò che sembra strano, ciò che rompe gli schemi, ciò che va oltre l'ordinario, è a fondamenta del nostro credere nel Dio incarnato. Ciò che vi propongo vuole quindi essere un metodo (non il metodo) che si può applicare anche ai testi natalizi che la liturgia ci proporrà in queste feste.
L'idea di proporvi questo brano dell'evangelista Marco, nasce proprio dalla possibilità, anzi, dalla necessità, di andare oltre all'evidente: leggere la Parola di Dio senza lo sforzo di cercarne il senso oltre alle parole significa mettere la "Parola" sullo stesso piano delle "parole", svuotandola del suo contenuto e della sua ricchezza.
Oggi tendiamo a leggere velocemente; la civiltà moderna è di corsa, esige velocità in tutto, anche nella stessa lettura, la quale è soprattutto "informativa", tende a far sapere il maggior numero di cose nel minor tempo possibile; la lectio divina, invece, deve essere lenta. La lettura che cerca di acquistare nuove conoscenze lo vuole fare nella maniera più veloce; la lectio divina, al contrario, è a base di "ruminazione", cioè della lenta assimilazione del testo letto. L'insegnamento che traiamo dalla lettura della Parola di Dio è un processo lento, che necessita una disposizione particolare (oltre al sostegno dello Spirito Santo!): "rientrati in casa" (v 10), nella tranquillità delle mura domestiche (non nelle grandi cattedrali o negli atenei pontifici), l'insegnamento di Gesù ha luogo.
Premesso ciò, ad una lettura superficiale del brano in esame, possiamo facilmente individuarne il tema (che identificheremo, per negligenza o superficialità, come il contenuto): è evidente che si sta parlando di matrimoni e divorzi. Individuato il tema/contenuto, siamo pronti a sciorinare le nostre profonde riflessioni sull'indissolubilità del matrimonio (argomento, tra l'altro, molto amato dai preti, dispensati dal vivere sulla propria pelle tale legge). Questo è il risultato di una lettura che attinge dal testo solo ciò che è in superficie; è il meccanismo della lettura informativa: raccolgo le informazioni contenute nel brano, le assolutizzo, e ne faccio conseguire le dovute riflessioni (o leggi).
Ma i vangeli sono un insegnamento, una catechesi (non testi nozionistici). Nei vangeli Gesù insegna ai sui discepoli (che rappresentano la comunità cristiana): l'insegnare è un'azione diversa e più profonda rispetto all'ammaestrare che si limita al livello nozionistico.
Torniamo quindi al nostro brano cercando un approfondimento. I versetti 11 e 12 compongono una frase che non ha nessun valore giuridico, cioè non è una frase che vuole regolare una situazione giuridica; sono le nostre interpretazioni, le nostre letture superficiali (nozionistiche) che hanno trasformato in legge un'affermazione che ha lo scopo di orientare, di insegnare. Se, come sostengono gli studiosi, questa frase (vv. 11-12) non ha valore giuridico, bisogna considerare l'espressione come un'affermazione di principio formulata in termini concreti, cioè con un esempio concreto di vita quotidiana nell'accezione del matrimonio e ripudio.
La frase ha quindi valore di orientamento/insegnamento (non di legge): un orientamento per chi ha davvero orecchie per intendere, cioè comprendere a fondo. L'insegnamento vero e proprio, in questo brano (e sempre nei vangeli) è riservato solo ai discepoli (la comunità), i più disposti ad ascoltare e accogliere l'insegnamento. Da questo insegnamento sono esclusi i farisei, cioè coloro che non sanno andare a fondo perché preoccupati solo delle normative giuridiche (ciò che Mosè ha ordinato); per loro è sufficiente - a mo' di lezione - ricordargli ciò che sono: uomini dal cuore indurito (il profeta Mosè aveva visto lungo)...
Partendo da una problematica concreta (matrimonio e ripudio), i discepoli (la comunità) se vogliono trarne un insegnamento (e non una legge), dovranno fare emergere il principio/insegnamento che orienti l'agire.
E il principio è questo: chiodo non scaccia chiodo.
Se ripudio mia moglie o mio marito con l'accusa di adulterio, dovrò prima o poi fare i conti con il mio adulterio: "Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei". In altre parole: il mio senso di fare giustizia di fronte a ciò che condanno come ingiustizia, avrà come risultato un'ulteriore ingiustizia, dove io divento il soggetto di ingiustizia (io che condanno l'adultera, divento a mia volta adultero). La recente e ancora permanente guerra in Iraq è l'esempio più grave di questo meccanismo: per eliminare la violenza terroristica usiamo una violenza maggiore (da accusatori di adulterio si fa giustizia divenendo adulteri).
Questo è l'insegnamento di Gesù in questa pericope: un principio che va interiorizzato, ruminato, affinché possa trovare applicazione nella nostra vita quotidiana per evitare ogni strumentalizzazione della giustizia o del senso di essa.
Andare oltre l'evidente quando leggiamo la Parola di Dio, per scoprirne con stupore la sua profondità e il suo insegnamento, ci permette di svincolarci dagli assolutismi. Possiamo appropriarci della Parola di Dio solo quando la ascoltiamo come insegnamento, non come legge, perché la legge va eseguita o rispettata, mentre la Parola ha bisogno di essere interiorizzata per insegnarci veramente qualcosa.
E questo sia il mio augurio per queste feste natalizie.

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