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Lunedì, 01 Dicembre 2008 00:00

Narratori di speranza

Scritto da Irene Larcan
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"L'unico vero viaggio non consisterebbe nell'andare verso nuovi paesaggi, ma nell'avere altri occhi" (M. Proust, La Prigioniera).


Mi fermo su questa citazione di Proust, che costituiva come un sottotitolo al tema del Convegno Provinciale del Laicato Domenicano "Pronti a rendere ragione della speranza che è in noi", tenutosi qualche settimana fa a Brescia.
Scopo dei convegni è solitamente quello di fare il punto della situazione, riflettere sui necessari cambiamenti da apportare al nostro cammino, approfondire la consapevolezza del nostro essere domenicani e laici, e tornare a casa con proposte e propositi nuovi. Tutto questo è vero, ma il convegno, con la relazione del Prof. Riccardo Salvini, membro dell'Istituto Secolare Cristo Re e gli approfondimenti delle tre commissioni, ha contribuito a farmi prendere coscienza ancora una volta che il passo essenziale  è la conversione, o come dice Proust "l'avere altri occhi". Senza questo cambio di prospettiva, la realtà di ogni giorno resta sempre la stessa, e noi non riusciamo a cogliere la bellezza e la novità di vita che ci viene donata. Potremmo cambiare città, lavoro, giro di amici, parrocchia, famiglia, ma dopo un po' l'insoddisfazione di prima ci prenderebbe ancora, lasciandoci l'amaro in bocca.
Padre Ennio ripete sempre che è necessario il collirio dell'amore per vedere nuove tutte le cose. La verità è che abbiamo bisogno di conversione che, sola, ci permette di leggere con occhi e cuore nuovi la vita e la nostra storia personale.
Viviamo un tempo caratterizzato da una cultura che istilla in massicce dosi la convinzione che niente di bello, di nobile, di grande ci sia da perseguire nella vita ma che ci si debba accontentare di un "qui e ora". Gli adulti vivono una forte delusione perché i principi che avevano costruito la loro giovinezza e le loro speranze di un futuro di pace, hanno tradito le loro aspettative; ed i giovani non sono più educati ai valori importanti e cercano soddisfazione ai loro bisogni e desideri in occasioni immediate che svelano tutta l'incapacità di pensare e progettare il loro futuro.
Viviamo una insicurezza non tanto causata da motivi esterni, che pure ci sono, quanto da motivi soggettivi interiori quali il sentirsi frammentati, e nello stesso tempo incapaci di ricreare quell'unità necessaria alla vita stessa.
Ciò che manca al nostro tempo è la speranza. Ma a quale sorgente attingere per diventare uomini e donne di speranza? Non certo ai programmi televisivi che propongono ai nostri occhi scene di inaudita violenza e alle nostre intelligenze programmi di una inconsistenza illusoria o di una banalità deprimente. Non ai quotidiani in cui leggiamo parole senza significato o alle riviste in cui ci vengono presentati modelli effimeri di comportamento e di ricerca del benessere.
Il prof. Salvini ci richiamava ad essere "narratori della speranza". In una società come la nostra, inviluppata dentro una vera e propria crisi della speranza,  non si tratta di cercare rimedi esteriori quanto di acconsentire ad una trasformazione dell'uomo interiore diventato in Cristo nuova creatura. Siamo chiamati come cristiani a testimoniare di essere stati "rigenerati per una speranza viva" (1 Pt 1,3). "Sento la Scrittura come un inesauribile serbatoio di speranza, anzi come l'originario dispositivo fungente a tener sempre viva in me questa speranza" diceva Salvini aggiungendo le parole di san Paolo: "Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture, manteniamo viva la nostra speranza" (Rom.15, 4).
Scopriamo così che le Scritture hanno come destinazione quella di istruirci alla speranza, infondendo perseveranza e consolazione, cioè capacità di tener duro, pazientemente sotto il peso delle prove presenti, e pesanti!, fidando nella promessa, ed al tempo stesso pregustandone con gioia l'adempimento.
Ma noi cristiani ci abbeveriamo a questa sorgente di speranza, o piuttosto non ci lasciamo avvolgere anche noi nel ristretto ambito della gratificazione immediata? Per cui il futuro non ingenera in noi speranza ma paura, non fa nascere fiducia ma angoscia?
La Speranza di cui noi cristiani rendiamo ragione a chi ce lo domandi, di cui siamo narratori non è un sentimento, ma una persona, è la Parola di Dio che si è incarnata duemila anni fa, e che si incarna ogni giorno della nostra vita, facendosi compagna del cammino dell'uomo, indicandogli la meta e ridonandogli il vigore ed il coraggio di ascoltare il desiderio del proprio cuore, che cerca di ritrovare il percorso segnalato dalla luce delle stelle quando sembrano inghiottite dalla notte.
Un tempo propizio quello del prossimo Avvento che ci introduce al mistero dell'Incarnazione, tempo di grazia che ci invita a guardare con altri occhi la vita. Cerchiamo la stella che ci guidi alla scoperta di un Signore che fattosi piccolo ed uomo come noi è la fonte della nostra speranza. Buon Natale!

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