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Lunedì, 01 Dicembre 2008 04:00

L'inclusione e l'esclusione - Natale 2008

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Di fronte alle luminarie che già si vedono nelle nostre città, anticipando in un certo qual modo la festività del Natale, vi sono di contro notizie allarmanti da ogni parte del mondo che parlano di morte, di recessione, di disagio, di esclusione. Penso che sarebbe stupendo poter scrivere questa lettera raccontando soltanto cose belle. Non ne sono capace. D'altronde il Natale ricorda, almeno ai cristiani, la storia di una famiglia povera, migrante ed extra comunitaria, esclusa dagli abitanti di Betlemme. Ricorda di un bambino che ha avuto per culla un poco di paglia e per riscaldarsi il tepore degli animali con i quali, bimbo e genitori, condividevano il tetto. Il Vangelo sottolinea che il figlio di Dio venne sulla terra ma i suoi non lo accolsero. Non è reale ricordare la sua nascita dimenticando cosa avvenne a Betlemme, anche se in duemila anni di storia quella nascita è stata trasformata in un qualcosa di estremamente romantico.
 Il racconto è noto. Tutti sappiamo che il figlio di Dio è nato in una grotta adibita a stalla e si parla di una mangiatoia, di pastori, di angeli che cantano e di Magi che vengono da lontano portando oro, argento e mirra. Leggendo superficialmente il racconto si ha l'impressione che questo bimbo, che era stato escluso dagli abitanti di Betlemme, venga poi riconosciuto e cooptato con tutti gli onori nella società dei potenti. La descrizione della povertà della sua nascita viene usata da una certa mistica buona soltanto per chi povero non è. Basta pensare alla iconografia che si è sviluppata lungo il corso dei secoli, la quale ha trasformato la stalla maleodorante in una specie di reggia (vedi i presepi napoletani o le tante raffigurazioni pittoriche che descrivono la scena). Così un evento che doveva rincuorare i miseri si è trasformato in un qualcosa di sentimentale.
La realtà in cui Maria e Giuseppe hanno vissuto quella nascita ha avuto, invero, poca poesia. Certo è che i tempi sono cambiati e tanta acqua è passata sotto i ponti, ma una stalla non era e non è un luogo molto romantico. Una lettura attenta presenta, a mio avviso, un quadro ben diverso.
E' bene ricordare che Maria e Giuseppe si trovano a Betlemme per ordine dell'imperatore Augusto che voleva si facesse, in tutto l'impero, un censimento. Non è difficile capire il perché di questo rilevamento esatto della popolazione. Il padrone del mondo, di quel tempo, non era un curioso di statistiche, ma considerava l'impero sua proprietà e voleva sapere quanta gente gli doveva pagare il tributo. Inoltre sappiamo che, proprio questo tributo, aveva acceso la prima rivolta armata degli zeloti, patrioti di quel tempo. Così, bande di contadini espropriati della terra, di commercianti rovinati dall'inflazione, e una moltitudine di schiavi si erano raggruppati nel deserto ed avevano iniziato una vera e propria guerra contro Roma. Tutto ciò non va dimenticato quando si pensa alla vita di Gesù; infatti, tutta la sua esistenza terrena ha come sottofondo questa rivolta. Rivolta che finì nell'anno 70 con la distruzione del tempio di Gerusalemme per opera di Tito. L'anno, poi, in cui Gesù nacque è anche segnato dalla prima grande rivolta degli zeloti. Rivolta che i romani hanno soffocato nel sangue crocifiggendo duemila di costoro lungo le strade della Palestina. Oltre a ciò gli evangelisti mettono in scena altri esclusi, come i pastori che vanno a rendere omaggio ad una famiglia di poveri che hanno avuto un bambino. Strano come i poveri siano spesso solidali tra loro!
In questa scenografia è bene ricordare che il mestiere di pastore era spregevole e riservato ai ceti inferiori, agli esclusi dalla società, a chi non veniva dato altro lavoro. A questa gente, che viveva come le bestie che pascolavano, si manifesta la potenza di Dio. Persone povere e semplici che, malgrado il loro fetore, hanno condiviso con la sacra Famiglia il pane e il formaggio.
Dunque ad un popolo oppresso e agli esclusi dalla società è data la buona notizia: "Oggi nella città di Davide è nato il vostro salvatore, che è Cristo Signore". L'annuncio è l'Evangelo, la buona notizia che è data ai poveri e agli sfruttati. La gioia è quella dell'ultimo giorno, quando Dio si rivelerà ai suoi. Cristo è il "Messia", cioè il figlio di Davide, il pretendente legittimo al trono di un nuovo regno. Quel bambino avrebbe guidato il popolo alla rivolta e alla vittoria. In questo annuncio vi è in una formula sintetica tutto l'annuncio cristiano.
All'inizio del Vangelo dunque vi sono solo delle "inclusioni": ai pastori viene assicurata dagli angeli la pace, sinonimo di vittoria finale, di salvezza, di liberazione totale; ai poveri assicurata l'entrata nel regno; agli affamati la sazietà, a quelli che piangono il sorriso. Per cui la pace che cantano gli angeli sulla stalla viene annunciata a quelli che Dio ha scelto e che soffrono l'oppressione e l'esclusione. "Beati siete se gli uomini vi odiano, vi scomunicano e vi scacciano quasi foste il diavolo a motivo del figlio dell'uomo: siate felici in quel giorno e gioite perché, ecco, la vostra ricompensa è grande in cielo perché così si comportarono i loro padri con i profeti".
Prima ancora di questo canto angelico la madre di Gesù aveva fatto sue queste esclusioni, cantando a sua volta nel Magnificat che Dio avrebbe rovesciato i potenti dai troni, ricolmato di beni gli affamati e rimandato i ricchi a mani vuote. Nel discorso della montagna Gesù stesso specificherà tutto ciò: "Guai a voi, ricchi, perché avete già chi vi conforta. Guai a voi che siete sazi ora, perché avrete fame. Guai a voi che ridete ora, perché avrete dolore e pianto".
Per capire bene questa "inclusione" da parte di Gesù dei poveri bisognerebbe stare effettivamente con i poveri e dividerne i problemi quotidiani, le sofferenze, le speranze. Mi sembra che sia importante notare come il tempo in cui venne sulla terra il figlio di Dio non era diverso dal nostro. Anche allora gli uomini non erano tutti uguali, vi erano i ricchi e i poveri, gli oppressori e gli oppressi, quelli che mangiavano in abbondanza tre volte al giorno e quelli che morivano di fame, i malati che si potevano curare e quelli che non avevano medici e medicine. Gesù dice "guai" ai primi e "beati" ai secondi. Tutto ciò in relazione allo sconvolgimento che, con la realizzazione del suo regno, si sarebbe realizzato.
Ciò che capiscono i pastori è che il liberatore è uno di loro, uno come loro. Il liberatore non è un essere potente che dall'alto dei cieli muove le cose, nè un ricco che vuole sentirsi magnanimo verso gli ultimi, ma il liberatore è un povero che avrebbe detto ai poveri, suoi fratelli: siamo noi i beati, perché il regno di Dio è per noi! Quanto ai ricchi, ai potenti, ai padroni, nessuno sarà escluso dalla salvezza, a condizione però che anche loro vengano dalla nostra parte e si facciano poveri per stare con noi.
Il canto degli angeli non si ferma alla realizzazione della giustizia in Israele (paesi e popoli occidentali), ma va oltre, abbraccia tutti i popoli, tutti gli uomini a qualsiasi razza o popolo appartengano. La nascita di Gesù avviene nella storia, ma la sua importanza, il suo significato vanno oltre.
Vi auguro una riflessione che ci permetta di capire il senso del Natale.
p.s.  Se, per una strana magia, oggi il palestinese Gesù dovesse nascere in Italia, ci sarebbe posto per Lui nelle nostre case? I suoi genitori soffrirebbero come i tanti genitori, emigranti e profughi che vedono i loro figli scartati e messi da parte? Oppure anche Lui farebbe parte dei migranti che, come spesso si sostiene, costituiscono una minaccia per la sicurezza, il benessere e l'identità delle nostre città?


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