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Mercoledì, 01 Ottobre 2008 06:00

Credere in Gesù vuol dire...

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Credere in Gesù vuol dire accettare di essere responsabili della società in cui viviamo
Spesso mi sono sentito dire che la Chiesa e i preti non devono parlare di politica ma soltanto annunciare il Vangelo. E' vero, i cristiani debbono annunciare il Vangelo, ma qui è il problema. Annunciare il Vangelo non significa forse obbedire a Gesù Cristo? Non è lo stesso Signore Gesù che ha lasciato nella mano dell'uomo il programma di costruire sulla terra il Regno di Dio? Perciò un suo discepolo non può dire di amare Lui e non prendere a cuore il progetto che Lui è venuto ad inaugurare: realizzare sulla terra il Regno di Dio. Ora, le vicende di questo Regno si svolgono nel tempo e nella società, nella polis, in cui ci troviamo a vivere. Quanto più, perciò, ci dichiariamo cristiani, tanto più ci dovremmo appassionare per il Regno di Dio e viceversa.
Un concetto errato di sacralità, a mio avviso, tende a separare le persone e le cose e ogni separazione è sempre opera del demonio che è il divisore per eccellenza. Sono convinto che se mi dedico alla costruzione del Regno con un impegno che aumenta nel tempo, sempre più il "sì" dato al Vangelo si fortifica e cresce. Ora, se questo Regno si deve fare nella società, mi sembra ovvio che in essa si debba operare. D'altra parte, sono convinto, come spesso suggerisce Benedetto XVI, che la nostra società non può fare a meno del pensiero cristiano. Pensiero che ha alle sue spalle duemila anni di tradizione filosofica, letteraria e scientifica. "Una società che volesse escludere o solo emarginare il fenomeno religioso sarebbe per ciò stesso destinata a una inevitabile autodistruzione. In ogni tempo, in ogni cultura che abbia creato progresso e sia stata promotrice di ricchezza intellettuale, la religione è sempre stata presente come forte strumento di coesione per la società. Anche il legislatore, ieri come oggi, quando non esclude la religione dalla sua analisi può avere garanzia di un coerente impegno per il bene di tutti".
Di contro ci viene ricordata una frase di Gesù che sembra dia ragione a chi dice che i cristiani debbano solo pregare. Il detto di Gesù è: "Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mc 12,17). Chi ha fede sa che l'uomo è prima di tutto del suo Creatore. Egli è fatto a sua immagine e somiglianza. Ora, se l'uomo è di Dio, tutto ciò che lo riguarda appartiene a Lui. Lo Stato tenga pure la sua moneta e se la faccia restituire dai cittadini, ma deve sapere che tutto ciò che riguarda l'uomo e la sua vita appartengono solo a Dio. Certo, è doveroso ed è bene che il cristiano preghi, ma non gli è permesso di rendere culto a nessun uomo politico.
E' necessario rivendicare sempre la nostra identità di cristiani, chiamati a rendere manifesta in modo palese e nella vita pubblica la forza del Vangelo, sapendo che esso è frutto di rivelazione. In forza di questa fede chiediamo che anche chi non crede si confronti con la nostra fede per verificare le ragioni delle proprie posizioni. Non comprendo, quindi, perché un simile intervento debba essere interpretato come un'ingerenza nella vita politica. E' dunque dovere di ogni credente riflettere, porsi delle domande e trovarne "“ certo, insieme ad altri uomini "“ le risposte.
In ogni tempo e in ogni situazione l'autentico cristiano è sempre stato in prima linea nel promuovere e difendere i principi basilari del vivere comune e civile. I valori democratici che si sono imposti nella modernità non avrebbero potuto neppure essere concepiti se il cristianesimo non avesse posto le premesse fondamentali per la loro genesi e il loro sviluppo. Questi sono una conquista tale che si pongono come valori irrinunciabili su cui costruire un sistema politico e di conseguenza anche la fede è chiamata in questione. I dettami della fede non possono essere presi come ripiego in un momento e poi gettati al vento in un momento successivo.
Nel 1974 Paolo VI denunciava a Puebla che: "Uno dei drammi della nostra epoca è costituito dalla rottura tra la cultura e la fede. Ne è derivato che la cultura si è indebolita e frammentata mentre la fede si è rifugiata nell'esperienza individuale. Ambedue le condizioni non hanno permesso un rinnovato rapporto di responsabilità nei confronti della costruzione della società, soprattutto da parte di quanti hanno il compito della rappresentanza politica. Sorge, pertanto, l'urgenza di presentare in termini culturali moderni il frutto dell'eredità spirituale, intellettuale e morale del cattolicesimo".
Viviamo in un tempo di "pressappochismo" politico e dovunque si vedono specchietti per le allodole che falsificano la verità. Si suonano pifferi magici che invitano alla danza e che oscurano l'avvenire delle prossime generazioni. Oppure, a secondo dei casi, ci trasmettono la paura facendoci vedere nei diseredati, nei poveri, negli affamati di pane e di giustizia, dei nemici da combattere. Ci viene troppo spesso suggerito che "noi siamo i buoni e gli altri i cattivi". Mentre ritorna a galla il motto dei romani: "Divide et impera".
Situazione non facile quella di far riflettere sul futuro quando da diverse parti è pressante il canto di nuove sirene che impongono di gestire solo il presente puntando su diverse forme di effimero che producono illusione. Sono pessimista se affermo che si stanno distruggendo intere generazioni che precipitano verso un abisso di debolezza perché non si ha il coraggio di prospettare loro un impegno serio e duraturo su cui costruire la loro vita? E' tornato di moda il canto di Lorenzo De' Medici che diceva: "Come è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol essere lieto sia, di doman non c'è certezza".
Parlavo di queste cose con alcuni giovani recentemente. Uno mi disse: "Domani è un altro giorno. Ci penserò domani". Costui non sapeva che ogni oggi è già tutto ricolmo di domani, ed il domani è così prossimo che è da stolti chiudere gli occhi. Non c'è più sordo di chi non vuole sentire!
Spesso il modo di pensare che alberga in molti è fondato sull'imposizione del diritto individuale a scapito di ogni interesse per la convivenza sociale. Quando si orienta la cultura all'esasperazione del diritto soggettivo senza più alcun riferimento al vivere sociale e alla responsabilità comune, allora è ovvio che si rende necessaria e urgente una svolta culturale che sappia di nuovo rimettere al centro la persona e la sua relazionalità. "Se le scelte sono compiute non più in base a un principio etico, ma si fa diventare etico tutto ciò che proviene dal desiderio individuale e si spalanca la porta all'emotività per farla dominare sulla razionalità, allora è necessario domandarsi se queste premesse su cui si vuole indirizzare la società potranno reggere allo scontro inevitabile con il valore oggettivo del diritto e il mantenimento della democrazia" (Mons.Fisichella).
E' necessario che in politica si ponga in primo luogo al centro la dignità della persona, unitamente al bene comune. Principi questi che da sempre sostengono l'insegnamento sociale della Chiesa. Esistono "esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili" per un credente, sia che questi si impegni in politica sia quando è chiamato a valutare un programma per decidere del suo voto. Per questo sono convinto che non votare significa comportarci come Pilato.
Su alcune questioni è in gioco l'essenza stessa dell'ordine morale che tocca la totalità della persona. Si pensi, ad esempio, allo sviluppo di un'economia che sia al servizio della persona e del bene comune oppure a come costruire la pace tra i popoli in modo che essa non sia strumentale alla politica di sopraffazione di un popolo su un altro, ecc. Su questi temi si gioca la concezione stessa della vita, della natura e dell'uomo che apparterranno alle prossime generazioni.
Credo che sia un dovere del cristiano operare perché la politica non viva soltanto di numeri e di programmazioni economiche, ed è bene che qualcuno richiami a volare più alto e riproponga una dimensione progettuale che sappia preparare il futuro. Questo tipo di far politica è vincente ed è capace di dissipare i sospetti e l'indifferenza particolarmente nelle giovani generazioni, che non riescono ad afferrare la passione per l'impegno politico.
Scrive Arturo Paoli: "Pensate a iniziative della tv come il Big Brother che presenta chiaramente il criterio seguito per distruggere alla radice le prerogative essenziali della persona. Nel mondo devi sbrigartela da solo e devi essere un duro. Hai bisogno di alleati ma non di amici. Gli alleati sono di per se stessi provvisori, quando non ti servono più devi essere pronto a sbarazzartene. Nel mondo non trionfa il migliore ma il più furbo, il più libero da scrupoli, da quello che hai imparato dalla religione se mai l'hai avuta. Se ti capita serviti anche di questa ma non farti legare dai suoi moralismi. Pensare che esista gente in questa Europa cristiana centro di civiltà che si diverte a questo spettacolo infinitamente più crudele di quello dei gladiatori che divertiva gli antichi romani, c'è da chiedere che venga presto la fine di quest'occidente. Questi ultimi tempi dominati dal brutto che ha ucciso Dio (Cacciari) sono una esplicita condanna di un cristianesimo che mi è stato predicato da un giovanissimo italiano spedito in Brasile per fare dei proseliti per il suo club ultracattolico. Tu puoi salvare il mondo? Tu puoi salvare la tua anima? Dopo aver atteso per qualche attimo la mia risposta che non è venuta, la sua conclusione è stata: Dunque salva la tua anima e non ti occupare del mondo! La tecnica ha prodotto uno strumento quasi miracoloso, ma il Brutto lo usa per convocare ragazzi da dodici a quattordici anni a spettacoli di pornotecnica per renderli sempre più lontani dagli altri: vivi solo, solo ti basti anche per soddisfare quel bisogno essenzialmente altruista. L'altro o l'altra in carne e ossa sono, come scrive Sartre, l'inferno. Questo esiste nella nostra società e le loro azioni sono in crescita e confesso di sentirmi spesso preso da quell'indignazione che porta Gesù a sragionare e abbandonare quello sconfinato mare di compassione per l'uomo. Voi che per denaro tradite con tanta disinvoltura e tanta abilità la persona umana distruggendo il suo bisogno vero di amicizia e fate della sua bellezza una copertura dell'infamia che state consumando, uno strumento di produzione monetario, sopprimetevi, uscite dal mondo, fate presto perché questa epidemia che sta distruggendo la gioventù può essere vinta solo se voi uscite dall'esistenza, quando voi non ci sarete più. E l'invettiva di Gesù raggiunge pienezza di senso se pensiamo alle mine che emergono dalla terra in forma di balocchi per attirare i bambini prediletti dal Maestro e strappare loro gli arti perché crescano incapaci, così non potranno contrastare l'avanzata degli avidi conquistatori".
Se poi mi accaloro a parlare di politica, cioè di queste cose, vengo spesso tacciato, da alcuni, come un cattivo religioso, anzi vengo preso per un prete comunista. Forse comunista lo sono perché vivo in una comunità e non perché appartengo ad un partito. Se poi mi si dà del comunista perché difendo l'uomo in quanto creatura di Dio uguale a me, a qualunque popolo o fede appartenga, allora sono felice di essere considerato tale. Ma il silenzio che mi si richiede diventa una violenza alla mia coscienza di cristiano.
 La forza di ogni autentico cristiano è forza del Vangelo che viene annunciato e percepito come vero senso della vita. Solo nella misura in cui siamo forti del Vangelo che portiamo allora diventiamo anche un segno visibile e concreto, presente nella società come espressione di libertà, di fiducia nell'intelligenza dell'uomo e come rimando perenne verso una Presenza che dà pieno significato alla vita dell'uomo e di ogni uomo. Se venissimo meno a questa nostra missione allora sì saremmo deboli e insignificanti; come il sale di cui parla il Signore che diventato insipido non solo viene gettato, ma calpestato con disprezzo dagli uomini (Mt 5,13).

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