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Domenica, 01 Giugno 2008 00:00

Il brutto anatroccolo

Scritto da Irene Larcan
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Chi di noi non ricorda la fiaba del brutto anatroccolo che, in una nidiata di cigni, si vede sgraziato confrontandosi con gli altri? Fino a quando anch'esso, crescendo, non diventerà un magnifico cigno.
Mi pare di vedere la vostra sorpresa leggendo questo inizio per niente promettente delle mie riflessioni. Non sono qui a raccontarvi favole già note, e non  ho la capacità e la creatività di inventarne di nuove. Ma sto leggendo un libro interessante sul laicato cattolico italiano di Fulvio De Giorgi che porta questo titolo (Ed. Paoline, 2008)e mi stuzzica l'idea di fare qualche considerazione sulle fraternite laiche domenicane, sulla loro vita e sulle difficoltà di vivere l'impegno assunto.
Molti di coloro che leggono questa nostra pubblicazione forse non sanno cosa sia una fraternita e  sentendo parlare di domenicani pensano subito ai frati che vestono l'abito bianco con una cappa nera.
Nell'Ordine fondato da San Domenico, oltre ai frati e alle monache, c'è quello che fino a qualche tempo fa veniva chiamato Terz'Ordine ed i cui membri erano conosciuti come Terziari domenicani, uomini e donne che si impegnano a vivere secondo una Regola e che condividono il medesimo carisma dei frati e delle monache: la predicazione.
Dopo il Concilio Vaticano II, che, con la Costituzione dogmatica Lumen Gentium, dedica una grande attenzione al ruolo dei laici nella Chiesa, l'antica definizione di Terz'Ordine viene sostituita da quella più moderna di Laicato che deriva dal greco Laos = popolo. Il laico in questo senso è il fedele battezzato, membro del popolo di Dio, che vive il suo impegno nel mondo, nella famiglia, nel lavoro e diventa fermento e testimone del vangelo. Ha il compito di portare il Vangelo anche in ambiti difficilmente raggiungibili da una predicazione ministeriale.
Fin dagli inizi dell'Ordine domenicano gruppi di laici si unirono ai frati nel vivere un certo stile di vita e nell'annuncio del Vangelo, pur non avendo voti religiosi.
Ancora oggi uomini e donne, sposati e single, desiderosi di condividere lo spirito di San Domenico, si impegnano con una Regola e vivono l'appartenenza all'Ordine.
"I laici Domenicani, rinvigoriti dalla comunione fraterna, rendono anzitutto testimonianza della propria fede, si dimostrano disponibili alle necessità dei loro contemporanei e lavorano al servizio della verità" (Costituzione Fondamentale n°5). Spetta al laico sapere declinare nelle situazioni secolari l'annuncio cristiano. Spetta a lui trovare le parole per comunicare, in modo vero ed efficace, l'unica Parola che salva, portare l'annuncio della misericordia e del perdono nella città degli uomini inserendolo nelle sue leggi, dialogare con le culture in cui è immerso, imparare ad ascoltarle, a metterle in crisi, a rianimarle alla luce del Vangelo, come invita  la Commissione episcopale CEI per il laicato.
E' più facile per chi è "popolo", per chi vive tra la gente e con la gente, farsi comprendere parlando e ascoltando la gente, le loro necessità, i loro problemi, le loro sofferenze, lasciando che, come diceva il Card. Martini, "rimbalzino nel cuore e lasciando che poi risuonino nelle nostre parole, così che le nostre parole non siano prese dall'alto, da una teoria, ma siano prese da quello che la gente vive, e portino la luce del Vangelo". Che  è una luce che non ci porta parole strane o incomprensibili, ma parole che tutti possono intendere.
Emerge con chiarezza l'esigenza di una predicazione più vicina alla vita delle persone. Occorre impegnarsi in un "cantiere" di rinnovamento: le prospettive verso cui muoversi riguardano la centralità della persona e della vita, la qualità delle relazioni all'interno delle comunità, le forme della corresponsabilità missionaria.
Come laici domenicani siamo disposti ad uscire dal nostro guscio, lasciare il nostro piccolo mondo privato per andare incontro alla gente? Siamo capaci di venire fuori dalla mentalità della delega per cui affidiamo ad altri responsabilità e doveri, nascondendoci dietro la scusa di un'età avanzata o del senso di abbandono in cui viviamo per la chiusura di tanti conventi? Desideriamo fare nostre le sfide che la secolarizzazione della società ci mette davanti agli occhi? Se Caterina da Siena, piccola grande donna del Trecento, avesse rispettato le convenzioni sociali del suo tempo, non avremmo avuto una grande Santa, né si sarebbe avuta una riforma della Chiesa con il ritorno del Papa a Roma, e neanche l'annuncio della misericordia di Dio e la conversione di tanti peccatori.
"La mentalità del mondo in cui viviamo può permeare anche noi cristiani e l'incredulità è la tentazione che attraversa anche il nostro cuore: prendere coscienza dei suoi tratti essenziali è fondamentale per discernere potenzialità e rischi presenti anche nella nostra esistenza.[...]Nessuno può pretendere di disporre totalmente della verità che sempre ci precede; solo cercandola, e cercandola insieme, tutti i nostri desideri potranno trovare un senso[...]. Solo a partire da una buona qualità dei rapporti umani sarà possibile far risuonare nei nostri interlocutori l'annuncio del Vangelo". (CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia).
La spiritualità domenicana, come la conosciamo dalla vita di San Domenico, non è una spiritualità astratta, ma concreta ed aderente alla vita. Non una spiritualità che si nutre di chimere o di vane speranze, ma esigente e propositiva. E' l'espressione di chi ha un sogno, un ideale, e che non ha paura di rimboccarsi le maniche e lavorare per la costruzione di una società vivibile, di una politica che sia per la "polis", per la città e per il bene comune, dell'accoglienza dell'altro, per l'apertura e non per il potere.
Prendendo coscienza della nostra vocazione di laici e dei compiti che questa comporta, quello che oggi potrebbe sembrare il brutto anatroccolo si trasformerà in un bel cigno e forse anche in una colomba, come dice Fulvio De Giorgi.
Una colomba che è messaggera e portatrice di pace, perché avrà imparato a lottare per un mondo in cui "Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno".

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