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Sabato, 01 Marzo 2008 02:00

Al servizio della Parola

Scritto da p.Ennio Staid
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Sono trascorsi più di quarant'anni da quando sono stato ordinato presbitero nell'Ordine dei frati predicatori, ma più gli anni si accumulano più riscontro la difficoltà della predicazione. Forse, anche per i predicatori avviene quello che si dice degli insegnanti. Appena nominati, insegnano più di quello che sanno. A metà della carriera soltanto quello che la cattedra richiede, e alla fine l'essenzialità. L'esempio non calza molto perché la predicazione non è soltanto un insegnare ad altri qualcosa che abbiamo studiato, è anche questo, ma sopratutto è un trasmettere una esperienza di vita. San Giovanni l'esprime così: "Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi e ciò che le nostre mani hanno toccato ... noi lo annunziamo anche a voi (1 Gv 1,1). Predicare non è come insegnare la matematica o la filosofia ma è un raccontare le meraviglie che la Parola di Dio ha operato in chi la propone. Dice qualcosa che deve provocare non solo ascolto, ma anche risposta, confronto. Chi predica presenta una persona, Gesù Cristo, che ha già incontrato ed ha cambiato la sua vita. Se così non fosse il predicatore diventerebbe un "cembalo che suona a vuoto", un venditore di idee, magari anche un bravissimo professore di filosofia della vita, ma non un evangelizzatore.
 Noi tutti sappiamo che la fede è un dono di Dio e tutti dovremmo anche sapere che Gesù Cristo ci chiama a diffondere il Vangelo. Se a questa diffusione del vangelo siamo tutti chiamati, io come religioso appartenente all'Ordine dei predicatori, ne sento la responsabilità e l'obbligo. I predicatori infatti sono esonerati da ogni altro lavoro e il predicare è il loro compito primo.  San Paolo esorta: "Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina" (2 Tm 4,1-2). Questa esortazione dell'Apostolo se da un lato incoraggia a predicare, dall'altro ci fa sentire inadeguati alla missione che ci è stata affidata. Si riscontra come una impotenza, una sorta di separazione, un muro che si è frapposto tra il linguaggio evangelico e il linguaggio ordinario del mondo. Sembra di percepire che, come esiste il linguaggio economico riservato agli studiosi di economia, così esista un linguaggio evangelico riservato agli "addetti ai lavori" e da cui sono esclusi la maggioranza dei fedeli.. Questo tipo di linguaggio lo si può usare solo in chiesa, ma al predicatore non è dato di controllare se sia stato recepito dai fedeli. Il disagio aumenta quando si vuole parlare della fede fuori della chiesa. Il muro tra il nostro modo di parlare e la gente comune diventa un baratro senza fondo. Parlare di Gesù Cristo e del Regno che è venuto a costruire tra noi lascia i più indifferenti, mentre é facile parlare di sport, di politica, di moda o di cose vane. Questo non riuscire a dialogare fa capire che il mio parlare di Gesù Cristo non li coinvolge. Il Vangelo non è per loro una buona notizia.
Perché il messaggio evangelico non affascina? Cosa dobbiamo cambiare?
Quando Sant'Andrea incontrò Gesù corse dal fratello Pietro, non gli fece nessuna predica, ma gioiosamente gli annunciò: "Abbiamo incontrato il Messia". Andrea annuncia una persona, Gesù, che avrebbe cambiato la sua vita e quella del fratello. E Giovanni scriverà poi questo incontro "... noi l'abbiamo vista, noi abbiamo toccato con mano quella vita eterna che era nel mistero e si è resa visibile a noi". E' facile arguire la gioia di Andrea nel dare questo annuncio e, di contro, notare come il nostro proporre  la "Buona notizia - il Vangelo" sia spesso più un trasmettere una idea, piuttosto che la gioia del cambiamento avvenuto. Spesso le nostre prediche grondano tristezza e sono troppo "farcite" di parole difficili. E' come se parlassimo della bontà di un dolce. Ne descriviamo gli ingredienti con cui è stato fatto e spieghiamo il modo migliore per gustarlo, ma noi non lo abbiamo mai assaggiato. Ora il Vangelo non è un dolce da descrivere ma è una catechesi che deve coinvolgere chi ascolta. Va da sé che la predica più ascoltata è quella che il predicatore vive trasmettendo la gioia del suo incontro con Gesù Cristo. Qui nasce il problema perché la gioia dell'annuncio non si acquista con sorrisi, danze e canti né si impara a scuola. Chi predica non può dirsi: "voglio essere lieto" e credere di esserci riuscito. Se mi costringo ad essere di buon umore, certo apparirò lieto, il che è già molto nei confronti di chi ascolta, ma non sarò lieto. La gioia, dice san Tommaso D'Aquino, non è una virtù che si acquista direttamente, ma è frutto della virtù per eccellenza che è l'amore. Ci si rallegra solo quando si è trovato ciò che si cercava, quando si ha ciò che si voleva. E cosa si cerca, che cosa si vuole avere se non ciò che in qualche modo si ama? Senza amore non si ha nessuna gioia e senza gioia la predicazione diventa l'annuncio di un qualcosa che a noi non ha dato gioia.
Anche se il cristiano, come uomo, ha mille ragioni di tristezza, come cristiano ne ha almeno una di gioia: la certezza che il Signore è con lui. Questo genere di gioia non dipende da favori speciali né da circostanze straordinarie, né da condizioni interiori impossibili a realizzare; essa dipende soltanto da questa realtà: la presenza del Signore nella sua vita. Credo che per questo San Paolo poté tanto insistere sulla gioia. Quasi tutta la sua predicazione contiene inviti alla gioia che appaiono nella forma di un comando. Paolo non consiglia la gioia ma la esige: "State sempre allegri nel Signore; ve lo ripeto state sempre allegri". (Fil.4,4) E come uomo cui la gioia della predicazione era famigliare ce ne dà la ragione: "Il Signore è vicino". Poter sempre adorare il Signore, poterlo sempre pregare, potersi sempre pentire dei nostri peccati, poter sempre gioire in Lui, sono altrettanti privilegi della nostra adesione a Cristo, ai quali, per divina misericordia, non ci è permesso di rinunciare.

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