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Sabato, 01 Dicembre 2007 00:00

A nostra immagine e somiglianza

Scritto da p.Domenico Cremona
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Sono immagini di persone famose e di persone sconosciute, di persone che decidono la nostra storia e di altre che la subiscono; di chi soffre e di chi gode, di chi muore di fame e di chi muore di colesterolo, di chi è forte e di chi è debole, del santo e del perverso... Ma chi è immagine di Dio?
Se l'uomo e la donna sono immagine di Dio, non dovrebbe esserci differenza tra Bill Gates e un barbone, tra Ratzinger e un transessuale. Diciamo spesso, con assoluta superficialità, che siamo tutti figli e figlie di Dio creati a Sua immagine e somiglianza. Però nel nostro immaginario ciò è molto relativo: il povero, il sofferente, l'oppresso sono facilmente identificabili con il "volto" di Dio (in tal caso Dio non sarebbe messo molto bene); più difficile attivare il nostro cervello e la nostra fede per identificare Dio nello sguardo indemoniato di Condoleezza Rice, o in quello affascinante di Bin Laden, o in quello inquietante di Putin (in tal caso Dio è messo anche peggio). Se fosse solo questione di gusti, personalmente preferirei fare coincidere l'immagine di Dio con l'immagine di Monica Bellucci o con quella di Benazir Bhutto che, se non evoca proprio Dio, può considerarsi una affascinate icona mariana.
Di fatto per chi ha il cuore invaso dai buoni sentimenti, la fotografia straziante dello scheletro di un bambino africano evoca l'immagine di Dio più della fotografia di un piccolo americano che si ingozza di hamburger e coca-cola; oppure, quel che rimane di un bambino afghano saltato su una mina antiuomo, coincide con la divinità più di chi in Afghanistan si è arricchito con quelle mine. E' il nostro immaginario che si attiva immediatamente all'immagine del piccolo affamato o mutilato identificando la disumanità con la divinità. Così, la sofferenza e l'ingiustizia subita (DAGLI  ALTRI!) diventano per noi, giusti e sani, rappresentazione divina, immagine sacra, ispirazione e fondamento delle nostre filosofie e teologie. Guerra, fame, malattie, sofferenza, emarginazione, violenza, sono necessari perché ci permettono di "pensare Dio", a condizione che tutto ciò riguardi gli altri, non noi. Siamo tutti esperti nello strumentalizzare la sofferenza degli altri per affermare che noi siamo sensibili a queste cose, assicurando e confermando i nostri buoni sentimenti cristiani.
Del resto se non ci fosse la guerra, saremmo privati del nostro pacifismo; se non ci fosse la povertà, saremmo privati del nostro senso di ricchezza; se non ci fosse la fame, saremmo privati della nostra sazietà; se non ci fosse la sofferenza saremmo privati del nostro benessere.

Se proviamo a identificare l'immagine di Dio con la nostra personale immagine preferiremo che essa assomigli al tatuato o alla Regina d'Inghilterra, al malato terminale di AIDS o al Dalai Lama? Siamo disposti a modellare la nostra immagine su quelle che noi identifichiamo, nel nostro immaginario, con l'immagine di Dio oppure questa immagine preferiamo rimanga sempre altro da noi? In tal modo non possiamo considerarci creati a Sua immagine, accontentandoci però di esserne fieri spettatori e giudici. Ci basta essere creati a nostra immagine.
In Italia si spendono miliardi di euro per cosmetici, creme, lozioni e profumi per la cura estetica del corpo, senza contare i costi riguardanti chirurgia estetica e quanto viene speso per sfilate di moda, concorsi di bellezza, calendari... Viviamo in una società dell'immagine, dove tutto è in relazione con l'immagine, l'esteriorità, la visibilità. La cura dell'immagine è fondamentale (un valore insindacabile!): se indossi una divisa (religiosa o civile) hai rispetto e considerazione; se vesti di stracci sei emarginato; in giacca e cravatta si può rubare meglio e di più che con un maglione infeltrito; non puoi fare politica se non hai un'immagine curata; non puoi fare la modella se hai qualche chilo in più, non puoi andare ad un ricevimento se non indossi un completo Armani o un tailleur Prada. Chi ha stabilito questi canoni estetici?
Nella nostra barbara civiltà fondata sull'immagine e sull'immaginario, dove l'agire ha lasciato il posto all'apparire, non c'è posto per un Dio invisibile ed è impossibile inserire l'immagine di Dio nei nostri parametri estetici. Così Dio deve accontentarsi di riflettere la sua immagine in ciò che è altro da noi. Così Dio non può incarnarsi nelle nostre comode case Ikea: se proprio vuole si adatti ancora una volta in un presepe, tra l'umidità e il freddo di una grotta, dove solo le bestie, le zecche e i pastori mettono piede. E noi ancora una volta ci beiamo soddisfatti nel vedere questo dio-Uomo avvolto in stracci; ci trastulliamo nel cantare inni sul freddo che patisce, ci commoviamo della sua povertà.  E tra un torrone e un panettone la disgustosa immagine di Dio riflessa nel bambino affamato si sbiadisce fino a sparire per non rovinarci la festa. Però siamo contenti e ci sentiamo buoni perché quest'anno il panettone è quello del "mercato equo solidale".
Il tutto a nostra immagine e somiglianza.

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