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Venerdì, 01 Giugno 2007 04:00

La famiglia cristiana e gli altri

Scritto da p.Ennio Staid
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Da quando alcuni gruppi di cattolici hanno deciso di scendere in piazza per difendere la famiglia, cosa assai lodevole, mi vado interrogando sul senso e sul perché di questa manifestazione che si è tenuta a Roma il 12 maggio. Che sia un bene difendere la famiglia mi sembra scontato perché, siano essi cattolici o non cattolici, tutti dicono di amare la "propria" famiglia, forse un po' meno le altre famiglie. In questo senso penso alle famiglie mafiose che nascono per aumentare il potere economico e politico della propria famiglia e vedono le altre famiglie come serve della loro (vedi il vocabolo latino "famulus" che significa servo). A parte queste "amenità" linguistiche, capisco il valore del raduno se non vi avessero partecipato molti politici spinti alla partecipazione più per fini elettorali che per un effettivo amore alla famiglia. Sono convinto che un cristiano è sempre chiamato come ci invita la Sacra Scrittura ad "essere sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt. 3, 15),  ma non credo che san Pietro intendesse  rendere ragione della speranza di ottenere voti e di far valere la propria parte politica. Il cristiano non è colui che indica la strada e poi lui non la percorre o nel suo intimo la disprezza, non può parlare del valore della giustizia se lui, in prima persona, non vive questo valore. San Francesco è credibile quando parla di povertà perché effettivamente vive la povertà. Chi predica bene e razzola male rende tragico un detto popolare: "Armiamoci e... partite". Chi deve partire sono gli altri.
Che la famiglia debba essere aiutata non c'è dubbio; ma è cristiano negare dei diritti a chi non è cristiano o metterlo alla gogna perché non si comporta come i cristiani? La scritta che si leggeva con più ripetizione in piazza san Giovanni era: "DICO mai". Non sarebbe oltraggioso se i non cristiani scrivessero: "Cristiani mai"? La Costituzione italiana dà ad ogni cittadino gli stessi diritti e gli stessi doveri, allora perché si vuole escludere coloro che intendono la famiglia in un modo diverso dal nostro?
La domanda che mi sono posto mi lascia sconvolto perché penso che molti dei partecipanti al raduno non abbiano chiare le idee sulla famiglia cristiana che si basa sul matrimonio celebrato in chiesa e che PER NOI cristiani è un sacramento. E' bene, perciò, che io sottolinei questa particolarità che distingue tale matrimonio da ogni altro tipo di unione.
I cattolici intendono come matrimonio quello voluto da Gesù Cristo ed è lo stesso Gesù che spiega bene cosa Lui intenda per matrimonio. Egli non si discosta dall'Antico Testamento e a chi gli chiede se sia permesso a un uomo ripudiare la moglie dice: "Quello che Dio ha unito un uomo non può scioglierlo" (Mc 10,9), e poi: "Chi ripudia sua moglie e sposa un'altra donna si rende colpevole di fronte a lei di adulterio. E se la donna lascia suo marito e sposa un altro, commette adulterio" (Mc 10,11-12). Ancora: "Voi avete udito che è stato detto: non commettere adulterio. Ma io vi dico: chi guarda una donna col desiderio di farla sua, nel suo cuore ha già commesso con lei peccato di adulterio" (Mt 5,27-28). Nella lettera agli Efesini, san Paolo paragona il matrimonio cristiano all'amore di Cristo per la Chiesa. Parla dell'unità del matrimonio in termini estremamente vigorosi: "Gli uomini debbono amare le loro donne così come essi amano il loro corpo. Chi ama sua moglie ama se stesso. Nessuno ha mai odiato la sua propria carne; al contrario la nutre e la cura, così come Cristo fa con la sua Chiesa" (Ef 5,28-29).
Gesù parla del matrimonio, come i profeti parlavano dell'amore di Dio per Israele, con l'amore coniugale. Cristo, però, questo paragone lo rende più incisivo, rendendo il matrimonio così ricco da poter essere paragonato all'amore di Cristo per gli uomini. Questo sacramento traduce qualcosa dell'insondabile profondità del dare e dell'amare, del consumarsi e del saziarsi nell'altro, che è propria dell'essere di Dio. Allora davvero tutti i partecipanti all'incontro vivono o, perlomeno, si sforzano di vivere i dettami della nostra fede cristiana? Davvero tutti sentono la famiglia come un servizio reso alla società civile? Tutti si impegnano a vivere quell'amore sponsale che fa di due persone una carne sola? Nella buona e nella cattiva sorte? Tutti vivono la loro sessualità così come la Chiesa ci ricorda, ossia non usano la pillola anticoncezionale, accettano i figli che il buon Dio manda loro, si fidano della Provvidenza, vivono la vita sacramentale della Chiesa, frequentano la messa domenicale, si confessano regolarmente, s'impegnano a conoscere e a testimoniare i valori del Vangelo? Se così non è, la manifestazione romana non si è tramutata in un contro segno e, bene che vada, in un comizio politico e in una manifestazione per contare quelli che la pensano come loro e non per difendere i valori cristiani?
So di essere duro nel pormi questi interrogativi, ma Gesù Cristo ha detto che il nostro parlare deve essere "Sì, sì, no, no". Non vi sono mezze misure: o si è cristiani o non lo si è. E seguire il Cristo significa "prendere ogni giorno la propria croce". Lui ci chiama a seguirlo ed ad entrare "dalla porta stretta" senza "ma" e senza "se". Ciò non significa altro che COERENZA, e come dice san Giovanni: "Non dobbiamo amare con le parole e in apparenza ma con i fatti concreti" (1 Gv 3,17-18). Anzi Gesù Cristo dice ancora di più: "Se amate quelli che vi amano che merito ne avete? ... Ma io vi dico amate i vostri nemici" (Lc 6,32.35). Cioè amate quelli che la pensano e vivono diversamente da voi ed aiutateli a ravvedersi vivendo voi, in prima persona, ciò che predicate.
Mi sta bene lo slogan della manifestazione romana: "Ciò che è bene per la famiglia è bene per il paese"; infatti, la famiglia, come diceva Paolo VI, "è la Chiesa domestica" ossia è quello spazio terrestre riservato a Dio. "E' il luogo santo, per una speciale presenza di Dio che dà all'uomo la possibilità di mettersi a contatto con Lui attraverso riti, momenti, persone, egualmente santi... Questa realtà profonda del nostro essere cristiani, esige che portiamo Dio in tutti gli impegni concreti dell'esistenza quotidiana".
Questo è il bene della famiglia! Si penserà, inoltre, davvero al bene del paese e non soltanto al bene della propria famiglia? A sentire certi partecipanti che hanno aderito alla manifestazione lo slogan mi sembra riguardi più il bene proprio che quello del Paese. Il mio unico figlio vale mille volte di più dei nove figli di un altro. Se mio figlio è un delinquente trovo mille scusanti, se a delinquere è il figlio di un altro, non vi sono prigioni così sicure e severe dove metterlo.
Se poi penso che l'Italia è all'ultimo posto nel procreare figli e che chi frequenta e vive i sacramenti della Chiesa è solo il trenta per cento della nostra popolazione, il dubbio diventa certezza, almeno per alcuni dei partecipanti al convegno di Roma.
Spesso sento dire da molti che sono cattolici ma non praticanti. Ciò mi fa pensare ad un marinaio che dice di non navigare mai. Comunque non voglio togliere a chi non "naviga" la possibilità di sognare la navigazione purché non accusi i montanari di non amare il mare.
Certo, io appartengo ad una generazione che non aveva molto da sognare ma che, per quello che è stato il mio vissuto, si impegnava, con grandi sacrifici, a vivere il Vangelo. Quando dico a qualcuno che non ha tempo di andare a Messa e che non può permettersi di generare un altro figlio, che mia nonna aveva generato nove figli e che andava a Messa tutti i giorni, i più si meravigliano e chiedono come facesse con nove figli ad andare a Messa tutti i giorni. La sua risposta era semplice, diceva: "Come farei, con nove figli, se non andassi a Messa tutti i giorni?". Per la nonna i figli erano dono di Dio e la preghiera le dava la forza per adempiere il suo compito di madre e di educatrice. Chi s'impegna a vivere il Vangelo non lo usa come martello per colpire chi vive diversamente, ha già un compito difficile da portare avanti.
L'amore, quello vero, non è un giro di valzer, è la fatica di ogni giorno. I figli sono, oltre che gioia, anche fatica, impegno. Tengo a precisare che fatica ed impegno non servono solo a farli crescere fisicamente nutrendoli e vestendoli, ma anche a educarli, farli crescere moralmente, prepararli a gestire la propria vita e ad essere cittadini e fratelli di tutti. Più spesso invece si trovano uomini e donne che non sono mai diventati tali, sono rimasti adolescenti viziati a cui la mamma e il papà non hanno negato nulla, incapaci di gestire la propria vita. Purtroppo di questi figli di "mammà" ne ho conosciuti molti.
 Va bene dunque che i vescovi ci spronino ad amare e difendere la famiglia cristiana così come l'ha voluta Gesù Cristo, ma va ancora meglio, se ci spronano anche alla libertà della coscienza e all'amore di chi non la pensa e non vive come noi.  

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