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Giovedì, 01 Giugno 2006 04:00

La prima comunione

Scritto da p.Ennio Staid
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Domenica 14 Maggio ho concelebrato in una parrocchia durante laprima Comunione ditrenta bambini, tra cui un mio pronipote. Ciò che ho vissuto è difficile esprimerlo con delle parole perché dovrei avere il dono del giudizio e saper discernere tra realtà ed apparenza, e mi auguro che Dio veda le cose in modo diverso da come le ho viste io.
Non mi è dato di entrare nel cuore di quei bambini, del Parroco, dei genitori e dei parenti dei comunicandi e i pensieri che scrivo vogliono essere un atto d'amore sia verso le persone che verso la Chiesa tutta. Chiesa che amo e che, come scriveva Paolo VI nel suo diario, è "da amare, servire, sopportare, edificare con tutto il talento, con tutta la dedizione, con inesauribile pazienza e umiltà, ecco ciò che resta da fare sempre, cominciando, ricominciando, finché tutto sia consumato, tutto ottenuto, finché Egli ritorni. In omni fiducia sicut semper, con ogni fiducia come sempre".
Premesso e sottolineato tutto ciò, mi posso permettere di dire che forse è arrivato il momento in cui diventa necessario cambiare le attuali disposizioni che permettono ai bambini di ricevere il sacramento dell'Eucarestia a dieci anni e subito dopo ricevere il sacramento della Cresima che, con il dono dello Spirito Santo, li fa perfetti cristiani e difensori della fede.
Ciò a cui ho assistitonon mi è parsa una celebrazione ecclesiale dove lo Spirito Santo guida i comunicandi all'altare. Mi è sembrato più un carnevale o un mercato vociante, che un effettivo raggiungimento di un percorso catecumenale.
 Il pensiero, che mi ha accompagnato per tutta la celebrazione, è ciò che scrive San Giovanni nel capitolo 6 del suo Vangelo dove Gesù asserisce: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". Poi prosegue: "Se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita". Subito però l'Evangelista fa notare lo smarrimento dei discepoli che si dissero: "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?" Di fatto molti dei suoi discepoli se ne andarono. Discorso difficile al tempo di Gesù, discorso altrettanto difficile dopo duemila anni di cristianesimo. Gesù però non deflette, non torna indietro, ma aggiunge: "Forse anche voi volete andarvene?".
 Domenica 14 avrei voluto andarmene io da quella celebrazione, non perché non credevo nelle parole del Signore ma perché, come presbitero di questa Chiesa, mi sentivo in colpa. E' facile esprimere giudizi negativi, più difficile accettare il nostro fallimento come educatori. Ogni cristiano dovrebbe sapere, ed ogni pastore dovrebbe interrogarsi, se davvero si può amare qualcosa che non si conosce. Si dovrebbe sapere, per poterla amare e vivere, che "La Croce e l'Eucaristia sono la pietra di paragone della fede", e che: "Nell'Eucaristia abbiamo sia la manifestazione più alta dell'azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia la risposta di fede più aperta e significativa con cui la Chiesa rende culto a Cristo e per lui al Padre nello Spirito Santo"; ma questi bambini, queste mamme e queste nonne conoscono davvero a sufficienza il mistero che debbono vivere? Sono state sufficienti le lezioni di catechismo fatte? Hanno oggi le nostre famiglie una fede forte, una continua tensione verso l'aldilà, una capacità di contemplare il rapporto delle realtà invisibili con questo mondo che è sempre più proteso verso un edonismo ed un consumismo come mai prima di questi anni? Sono pessimista se dico che, senza questo dinamismo di fede, sarà sempre troppo facile giocare sull'ambiguità dei segni della Chiesa, per cui non si vede nulla? Scompare il Sacramento, che non è più segno, mentre appare solo l'esteriorità. I bambini, non conoscendo il Segno-Sacramento, di quel giorno ricorderanno soltanto i regali ricevuti.
Come accennavo, non ho doni particolari che mi permettono di entrare nell'intimo dei cuori di tutta quella gente radunata per celebrare con i bambini la loro prima Comunione, ma l'impatto con quella assemblea è stato drammatico. La chiesa affollatissima mi sembrava un mercato arabo, non un luogo di culto. Tutti parlavano, gridavano, si muovevano, mentre i fotografi immortalavano il..."mercato" composto, oltre che dai bambini, da qualche centinaio di genitori e nonni indaffarati a mostrare i bambini agli amici, a farsi fotografare con loro, a raccogliere pacchetti di regali, a sussurrasi inviti per il pranzo.
Tra quel baccano a me sembrava di sentire la voce dello scrittore sacro che nel libro dell'Esodo ricorda ai fedeli: "Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come un rito perenne". Mentre la mia piccola fede mi faceva dubitare che in quell'assemblea qualcuno sapesse cosa significa Memoriale e avesse la consapevolezza di come il Memoriale esprima una realtà ben più profonda che un semplice ricordo storico e possa commuovere e rendere partecipi anche esteriormente i partecipanti, mi domandavo se quei bambini fossero coscienti che in quella celebrazione il mistero si rinnovava, si rendeva presente in tutta la sua efficacia e dubitavo che essi fossero sufficientemente nutriti dalla Parola di Dio. "Parola che nella Messa introduce l'assemblea dei fedeli nel mistero della fede che in lei si compie. Nutrita dalla Parola, la Chiesa cresce, fortifica la sua fede, ricorda i grandi benefici ricevuti e rende grazie al Signore. Cristo è il nuovo agnello pasquale... il suo corpo che mangiamo e il suo sangue che beviamo, sono il segno e la realtà che Dio è con noi e tra noi, commensali di un unico convito" (Catechismo degli adulti). Ma in queste assemblee si verifica davvero ciò che dice il catechismo?
Voglio far mie, ancora una volta le parole di Paolo VI che negli anni del dopo Concilio si domandava: "Soffre la Chiesa oggi?... Soffre per l'abbandono di tanti cattolici della fedeltà, che la tradizione secolare le meriterebbe, e lo sforzo pastorale, pieno di comprensione e di amore, le dovrebbe ottenere. Soffre soprattutto per l'insorgenza inquieta, critica, indocile e demolitrice di tanti suoi figli, i prediletti - sacerdoti, maestri, laici, dedicati al servizio e alla testimonianza di Cristo nella Chiesa viva, contro la sua intima e indispensabile comunione, contro la sua istituzionale esistenza, contro la sua norma canonica, la sua tradizione, la sua interiore coesione (...) Ma soffrite ed amate con la Chiesa. Con la Chiesa operate e sperate".
 Operare e sperare non significa anche interrogarci e riproporre con forza una nuova evangelizzazione che renda tutti coscienti di ciò che facciamo quando chiediamo di essere ammessi a ricevere un Sacramento? Non sarebbe necessario riprendere il catechismo degli adulti e rendere sempre più coscienti i genitori di ciò che obbligano i loro bambini a fare?
 Che cosa rimarrà nel ricordo a questi bambini così sballottati tra un parente e l'altro, e tra un regalo e l'altro nel giorno in cui prendono per la prima volta Gesù Eucaristia? Sono scettico se penso che rimarrà poco, anzi, pochissimo? Di fatto quasi il novanta per cento dei bambini dopo aver ricevuto i sacramenti dell'Eucaristia e della Cresima diserteranno le nostre chiese e di quel "giorno importante" non ricorderanno nulla se non, bene che vada, qualche vaga nozione appresa tra una spinta e un gioco quando avevano dieci anni.

p.s. Mi permetto di consigliare, a chi leggerà questo modesto sfogo, di leggere e meditare il Catechismo degli adulti edito dalla Commissione Episcopale per la dottrina della fede

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