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Mercoledì, 01 Febbraio 2006 00:00

Soprammobili d'autore

Scritto da Irene Larcan
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"Ho vissuto cinquant'anni e più nei grandi regni, o meglio nel vasto e nuovo mondo delle Indie, accordato ed affidato da Dio e dalla sua Chiesa ai re di Castiglia perché nel loro nome questi re lo dirigano e lo governino, temporalmente e spiritualmente, al fine di condurlo verso la conversione e la speranza. Laggiù ho visto commettere misfatti ed abusi, estorsioni e brutalità, impossibili a immaginare da parte di uomini. Poiché tali azioni sono di per sé inique, tiranniche, condannate, detestate e maledette da tutte le leggi naturali, divine ed umane, ho deciso, per non divenire io stesso colpevole, a causa del mio proprio silenzio, delle innumerevoli perdite di anime e di corpi occasionate dai tiranni, di dare alle stampe la descrizione di alcune di esse". (da Bartolomè de Las Casas, Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie, 1552).
Così scriveva Las Casas richiamando alla responsabilità umana e cristiana i molti conquistadores spagnoli che andavano nel nuovo mondo solo per arricchirsi e spadroneggiare.
Qualche secolo prima Caterina da Siena richiamava i signori della sua città perché fossero coscienti che la città era un bene "prestato" di cui rendere conto.
Ai nostri giorni mons. Pierre Claverie, ucciso in Algeria per il suo impegno a vivere insieme nella pace e nel rispetto reciproco di fedi diverse e fra Albert Nolan che lotta in Sudafrica contro l'apartheid.
Tutti domenicani che hanno saputo e sanno assumersi la responsabilità di un mondo, di una società affidata a loro perché giunga a ritornare "libera" come al momento della creazione.
E noi, come viviamo questa eredità?

La nostra Fraternita ha chiuso il 2005 con lo studio su Bartolomè de Las Casas. Infatti nel lavoro delle riunioni mensili di novembre e dicembre ampio spazio è stato dedicato alla conoscenza ed all'approfondimento della vita e l'opera di questo frate vissuto a cavallo tra il 1400 ed il 1500.
La domanda che spesso si pone, quando ci si avvicina alla vita dei grandi personaggi del passato, e che anche nel nostro studiare serpeggiava qua e là, è: che cosa hanno da dirci, che rapporto c'è tra noi e loro, tra la loro storia e la nostra vita? Credo che il rischio più grande che corriamo quando guardiamo a queste importanti figure dell'Ordine o della Chiesa sia quello di farle diventare dei bei soprammobili o dei quadri d'autore che stanno lì, in casa nostra, a fare arredamento. Ogni tanto le tiriamo fuori dall'armadio o le spolveriamo, ma restano degli estranei al nostro vissuto quotidiano: "che personaggio straordinario questo fra Bartolomè! Lui sì che era tanto bravo ed ha fatto delle cose importanti!" Sì, ma a noi, a me cosa rimane? Che cosa c'è tra noi e lui oltre a questa ammirazione vuota e un po' infantile?
Man mano che il lavoro di studio andava avanti ci siamo resi conto dell'importanza e dell' attualità di Bartolomè de Las Casas. La sua vita e la sua opera hanno una carica, un insegnamento, una "utilità" pratica per noi oggi che, almeno per me, è sorprendente. Bartolomè subito dopo le prime spedizioni di Colombo si lancia alla conquista delle Americhe insieme ai colonizzatori. Divenuto il primo sacerdote ordinato nel nuovo mondo, la cosa non gli impedì di essere un possidente che utilizzava nella sue proprietà il sistema di schiavitù e sfruttamento delle popolazioni indigene allora normalmente in uso tra gli occupanti spagnoli. Un giorno, una domenica dell'avvento del 1511, ascolta una predica che lo scuote profondamente: è la voce di Antonio Montesinos, frate domenicano, che si alza per denunciare l'ingiustizia e la privazione della dignità a cui i "cattolicissimi" conquistatori sottoponevano gli indios. Da quel momento inizia un cammino di conversione: apre gli occhi su ciò che gli sta intorno, sul sistema che anche lui contribuiva a far esistere, se ne distacca e inizia a contrastarlo. Da ora in poi tutta la sua esistenza sarà spesa a favore dei diritti degli indigeni. Un impegno nel quale Las Casas unirà i diversi aspetti che tengono insieme, oggi come allora, un sistema sociale. Oltre che combattere contro la privazione dei diritti umani fondamentali degli indios contrasterà le concezioni filosofiche errate che ne erano il sottofondo culturale (nella fattispecie una lettura discutibile del pensiero aristotelico, che definendo alcune categorie di persone, nati "schiavi per natura" ne legittimava intellettualmente l'esproprio della dignità umana); unì a questo l'azione pratica, l'impegno in ambito amministrativo-legislativo e l'elaborazione teologica. In questo suo prodigarsi a tutto campo Bartolomè incappò anche in errori clamorosi, di cui si pentirà amaramente; ma lungi dal farsi vincere dai sensi di colpa o dalla vergogna, saprà farne tesoro sia in termini di conversione personale che di azione.
Credo che il suo esempio e la sua vicenda possano dirci molto e molto insegnarci. Come domenicani, la proposta che ne riceviamo è uno stile di ascolto attento di una parola che diviene conversione interiore ed apertura al mondo che ci circonda e a partire dalla quale portare un nuovo annuncio della Parola. Dal punto di vista umano, l'insegnamento che maggiormente colpisce è il modo in cui quest'uomo ha saputo vedere sé e le situazioni dei suoi contemporanei realisticamente, senza sminuire la gravità degli aspetti negativi, ma al contempo senza chiudersi in una rassegnazione apatica e senza perdersi d'animo per suoi sbagli o difficoltà esterne. Da una situazione di ingiustizia che sembrava difficilmente modificabile da un singolo, ha tratto spunto per sognare prima e costruire poi un mondo meno disumano. Possa davvero l'esempio di fray Bartolomè diventare strada quotidianamente percorsa da ognuno di noi!

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