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Mercoledì, 01 Febbraio 2006 02:00

Tu non rubare

Scritto da p.Ennio Staid
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 "Il Signore mandò il profeta Natan a Davide e Natan andò da lui e gli disse: "Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l'altro povero.
Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia.
Un ospite di passaggio arrivò dall'uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui portò via la pecora di quell'uomo povero e ne preparò una vivanda per l'ospite venuto da lui".
Allora l'ira di Davide si scatenò contro quell'uomo e disse a Natan: "Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non aver avuto pietà".
Allora Natan disse a Davide: "Tu sei quell'uomo! Così dice il Signore, Dio d'Israele: Io ti ho unto re d'Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa di Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi avrei aggiunto anche altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria l'Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l'Hittita." (2 Sam. 12,1-10)

Questo episodio famosissimo della vita del Re David mi ha portato a riflettere sul comandamento di Dio: Non rubare. Comandamento quanto mai attuale nel nostro mondo capitalistico. La scena descritta dal libro sacro è bellissima, sembra di leggere una cronaca di oggi. C'è un ricco, un povero, un ospite e un'agnellina. C'è il ricco (David) che crede di dover giudicare un altro, per cui la sua sentenza è durissima. Quando chi ruba o commette qualcosa di grave sono gli altri, si diventa giudici impietosi. Misericordiosi verso se stessi, severissimi con gli altri.
 Così, tra il silenzio complice della nazione, si leva la voce del profeta che punta il dito contro il ricco e gli grida: "Sei tu quell'uomo". Poi Natan ricorda al ricco i benefici che Dio gli ha elargito, benefici che diventano un'aggravante. David infatti ha più mogli e più concubine di qualsiasi altro ma ruba anche la donna di un suo suddito e per di più fa uccidere l'uomo. La sua coscienza non gli ha rimproverato nulla.
Soltanto in seguito la storia parla del pentimento del ricco e delle sofferenze che Dio gli manda. A sue spese il ricco comprende che Dio perdona, ma non ignora che è anche necessaria la riparazione, l'espiazione.
Normalmente rubare significa appropriarsi di un qualcosa che non è di nostra proprietà, che appartiene ad altri e che noi prendiamo senza il consenso del proprietario.
Un cantante, di cui non ricordo il nome, definisce il nostro tempo: "Un mondo di ladri" e, sotto certi aspetti, anch'io credo viviamo in un mondo di ladri e tutti, se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo ammettere di far parte di questa massa di ladri. Chi di noi non ha rubato un'ora di lavoro, un grappolo d'uva che ci faceva gola passando vicino ad una vigna, un cucchiaino in un ristorante? Vi è anche un rubare l'affetto, una carezza, la stima non meritata, ecc. Oppure, c'è chi ruba per fame un pane, una gallina, un uovo. Inoltre come potremmo chiamare chi mentisce; per appropriarsi del voto degli elettori, chi inganna il correntista bancario, chi si arricchisce vendendo pillole miracolose, chi turlupina la povera gente con raggiri, chi vende fumo leggendo le carte o facendo presunte magie? Anche altri latrocinii gridano vendetta agli occhi di Dio: gettare il pane nella pattumiera e sciupa il cibo, possedere 100 case, mille paia di scarpe e mille vestiti, oppure spendere interi patrimoni per curarsi, per rimanere in forma, per essere più bello.
 Come si possono chiamare costoro? Come catalogarli? Alcuni li considerano uomini che sanno farsi valere, che sono capaci di venderti fumo per arrosto, furbi, intelligenti, scaltri. Ma i poveri, gli sfruttati, gli ingannati, le moltitudini di coloro che muoiono di fame, di freddo, che vanno scalzi e sono trattati come spazzatura negli ospedali, come li considerano? E davanti alla legge di Dio come si sentono? Come li vede Dio?
1) Come li vede Dio non posso dirlo io che, sotto altri aspetti, non sono migliore di loro, e personalmente mi auguro che anche per questi fratelli vi sia una abbondanza di misericordia.
2) Non posso azzardare neppure come si sentono davanti alla loro coscienza perché spesso la coscienza, che dovrebbe essere come il termometro che dà la misura del bene e del male, che approva o disapprova i nostri atti, può non funzionare. Infatti, in ciascuno di noi, dei meccanismi alimentati dall'orgoglio, dalla vanità, dall'accidia, dall'invidia, dalla paura, e da un certo tipo di cultura possono sciupare il termometro della coscienza. Per esempio, per un figlio di ladri, rubare non è un reato ma è un'azione positiva se si supera la bravura dei genitori. Se lo riesce a fare senza essere scoperto diventa un'azione meritevole dell'elogio paterno. Parimenti lo scalare in modo disonesto, nella gerarchia di una azienda o dello stato, diventa per gli assetati di potere un'azione che merita l'applauso e per cui è lecito adoperarsi. La coscienza, in questi casi, si accomoda dicendosi che lo si fa per il bene dell'azienda, per i figli, per far progredire il gruppo, per la patria. La menzogna non è vista più come un male intrinseco ma è un mezzo lecito che serve per raggiungere lo scopo che si vede buono, almeno per se stessi. Nessuno potrebbe muoversi e operare se non vedesse le sue azioni buone e, quanto più queste sono in se stesse cattive, tanto più chi le fa deve giustificarle alla sua coscienza.
    Credo che siano pochi coloro che rubano coscienti che stanno privando altri di qualcosa. Costoro, a mio avviso, sono i più pericolosi perché si sentono nel giusto. Molto meglio come diceva Fabrizio De André che cantava: "Molti rubavano in nome di Dio, io voglio rubare in nome mio". Era più onesto!
   3)   Come li vedono i derubati è molto semplice: li vedono ladri, ingannatori, imbroglioni, sfruttatori, senza cuore e senza coscienza.
    In ogni modo è bene chiarificare ancora come tra codesti ladri vi siano delle differenze notevoli che aggravano o mitigano il verbo rubare. È così necessario distinguere tra chi ruba un gioiello, chi ruba un'ora di lavoro, chi mentisce per arricchirsi o per accaparrare potere. Non possiamo mettere sullo stesso piano chi ruba un miliardo di euro, la credulità degli elettori, o chi ruba una gallina, l'affetto o un'idea.
  Personalmente credo che ogni menzogna sia un furto della verità e se è vero, come dice Gesù Cristo che: "La verità vi farà liberi", chi ruba la verità rende schiavi e toglie il bene supremo della libertà.
  Voglia il buon Dio farci cantare, come David, il salmo 51 (il Miserere) e tutti sentire che non abbiamo soltanto rubato qualcosa al nostro prossimo ma che abbiamo violato la stessa misericordia che Dio ci ha concesso.

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