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Giovedì, 01 Settembre 2005 00:00

Non da soli

Scritto da Irene Larcan
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8 Agosto: puntuale come ogni anno ecco giungere il momento della festa: preparativi frenetici, anche se programmati, i foglietti dei vespri e dei canti da stampare, la chiesa da addobbare, qualche specialità culinaria da mettere in tavola, ospiti che arrivano da lontano e quelli che arrivano da più vicino, portando le loro specialità da "assaggiare" con gli altri... e poi la celebrazione eucaristica con l'omelia tenuta tradizionalmente da un frate francescano (quest'anno da fra Mauro dei Frati Minori) ed il rinfresco che procede in allegria fino... all'arrivo serale delle zanzare che mettono in fuga i nostri numerosi amici.
Per me l'8 agosto è soprattutto occasione di rileggere il progetto, il sogno di San Domenico. Quanto Domenico ha voluto è ancora fiorente, vitale? La vita domenicana è questione di numeri o è questione di fede in quello che facciamo? Ci troviamo a vivere in momenti di difficoltà ma in passato andava meglio? Leggendo la vita di S. Domenico si fanno sempre tante scoperte: si tratta di re-inventare la bellezza, il fascino che abbiamo sentito un giorno e per il quale ci siamo impegnati. Parlare di vita domenicana significa ovviamente parlare di S. Domenico, che ha vissuto pienamente il suo tempo, l'oggi di Dio. La sua epoca presentava determinati problemi, tragedie; ciò che ha suscitato in lui quel radicalismo che è il vivere le promesse di Cristo in quelle situazioni concrete e non in altre. Radicalismo che vuol dire mettere le radici nella realtà in cui viviamo o almeno fare in modo che la nostra fede affondi in questo tempo, lo fecondi, lo converta. Ed il tempo sta per umanità, per fratelli con cui viviamo.
Per essere domenicani dunque bisogna essere radicali come lo fu Domenico nel suo tempo. Il nostro tempo lo possiamo analizzare, giudicare in molte maniere: ci sono scienze che forniscono il metro per comprendere determinati fenomeni. Ma a noi che ci presentiamo come testimoni di Cristo si domanda una testimonianza attendibile, veritiera. E' perciò necessario chiederci, oggi, chi è Cristo per me? Che cosa è questa mia fede? Chi sto cercando? Perché Cristo potrebbe diventare per me un idolo, una "apparenza", essere scambiato per una ideologia.
Gli Israeliti da una pseudo-conoscenza, dalla idolatria sono chiamati alla conoscenza del vero Dio. Come questi progenitori nella fede anche noi siamo chiamati ad una scelta: Dio o gli idoli; Colui che è la Verità o ciò che sembra essere verità.
L'idolo non è ai nostri occhi quella realtà palesemente contraddittoria, ma si presenta in una veste affascinante. Si chiama tecnologia, edonismo, denaro, salute, potere ecc.. Sotto ognuna  di queste forme, di queste "filosofie" vi sono uomini schiacciati e vilipesi. La cronaca odierna delle guerre senza fine, dai momenti oscuri, è sotto i nostri occhi. San Domenico si è buttato nel mondo dove l'eresia causava discordie, dove l'immagine dell'umano veniva alterata, tradita. Questa passione si chiama fede.
Solo essa ci può liberare dall'idolatria, perché ci fa scoprire qual è l'atteggiamento di Dio nei nostri confronti: è attaccamento, alleanza, fiducia, è essere al sicuro, è giungere alla roccia. Credere non è pensare che Dio esiste, ma buttarsi in Dio, giocarsi tutto in Dio.
Questo ha fatto Domenico.
La fede ha attirato a lui dei compagni, questa fede non astratta che è passione per l'uomo, preoccupazione per la salvezza di tutti.
Il Signore ci chiede di lasciare ogni giorno il banco di esattori di quanto ci è dovuto, per rispondere alla misericordia di quanto ci è stato dato. Una chiamata ed una risposta che ci viene richiesta e rinnovata ogni giorno.
Prima di incontrare gli eretici ed i loro bisogni, Domenico non aveva ancora conosciuto pienamente la sua strada. Alle sue spalle c'è il servizio contemplativo come canonico di Osma, c'è lo studio, c'è l'istituzione a Palencia dell'elemosina per i poveri vendendo i suoi libri, ci sono i due viaggi con il suo vescovo, ambasciatore di nozze regali mai avvenute.
Attraversando la Linguadoca, poco per volta nel suo cuore prende forma un disegno: dare la sua vita per questi poveri contro cui la chiesa aveva mandato i Legati papali per la predicazione o il braccio secolare. Domenico è a Faujeaux per dieci anni, da solo assumendosi personalmente l'incarico di accostare gli eretici. Gli giungono voci di assassini, di apostasie, ma egli regge alla tentazione della fuga.
Una delle chiavi di lettura della vita di Domenico è la misericordia: quando studia, quando svolge l'ufficio divino, quandi si installa nelle terre francesi e la sua vita è per gli "ultimi" che stanno perdendosi.
Che cosa anima oggi noi domenicani?
Se siamo animati dalla misericordia e dalla passione per l'uomo, allora siamo sulla buona strada. Siamo domenicani per amore di Cristo e per amore del prossimo e questi sono complementari e non possono essere distinti. Chiamati non si è mai per se stessi, ma sempre per il servizio dei fratelli. La vitalità dei domenicani non è sul numero (spesso ho sentito lamentarsi: siamo pochi, siamo vecchi, non riusciamo più a svolgere il nostro ministero...) o nella fama, ma nell'avere il cuore di S. Domenico, la carità verso i peccatori.
La tentazione di salvarci da soli è sempre tanto forte!

 

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