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Mercoledì, 01 Giugno 2005 04:00

Il canto nella vita

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Esiste un detto   popolare che dice: "Canta che ti passa". A me non passa la voglia di sottolineare che le cose di questo mondo non vanno bene. Provo a cantare ma le note mi sembrano tristi. E' vero che nella nostra fraternità l'impegno di fra Raffaele ci permette di cantare le lodi e i vespri, ma poi, usciti di chiesa, nessuno canta più, nessuno "¦fischia o zufola. Mi dico: saranno tristi per le mie stesse ragioni o non sono abituati a cantare? Certo dal punto di vista morale o politico ho poco da sperare che le cose cambino, anzi, da come mi appaiono le vicende di questo mondo, non lasciano vedere nessun barlume di una prossima luce. Poi mi domando ancora: ma quando Gesù ha ordinato ai suoi discepoli di andare in tutto il mondo ad annunciare la Buona Novella, non sapeva di tutti i guai che gli uomini avrebbero combinato lungo il corso dei secoli? Forse sono io che ho compreso male, Lui voleva dire: "Guardate che il Vangelo diventa "Buona Novella" soltanto quando gli uomini si decidono a dire, come mia Madre: "Si faccia di me secondo la Tua parola", guardate che non è sufficiente portare la "Buona Novella", ma è necessario accoglierla, farla vostra, trafficarla ed impegnarvi con questa Parola. Solo in quel momento scaturisce, come da una sorgente misteriosa ma reale, il canto di lode, di ringraziamento".
Ora capisco perché S. Teresa diceva saggiamente che: "Un cristiano triste è un tristo cristiano", e non so più chi, aggiungeva acutamente: "Un cristiano anche se ha mille motivi per essere triste ne ha almeno uno per essere lieto: la certezza che il Signore è con lui". Ora, se il Signore cammina con noi, tutto il resto ha poca importanza.
Questo Signore si fa uomo perché l'uomo possa scoprire la stupefacente realtà di essere deificato con Lui, identificato con Gesù Cristo e, come san Paolo, possa ripetere nella fede: "Sono inondato di gioia in tutte le mie tribolazioni". Solo così si riesce a cantare anche quando sembra che tutto crolli.
Il cristiano è un innamorato, e un innamorato non dubita del suo amore. Riesce a vedere chiaro anche nell'oscurità. Sa che dove lui non può arrivare arriva l'amore di Gesù. Non si scoraggia e continua sereno a lavorare affinché il Regno, iniziato da Gesù Cristo, si realizzi. Crede che l'amore rivelato dal suo Signore è l'ultima dimensione di tutto.
Mi sembra fosse Sant'Agostino a sostenere che "Chi canta prega due volte". Come vecchio scout ricordo che il fondatore degli scout riteneva che "Un reparto che canta è un reparto che cammina". Ricordo, con nostalgia, il canto di mia madre e delle altre donne impegnate a lavare i panni nella lavatoio pubblico su cui si affacciavano le finestre della mia casa. Canto che faceva scorrere il tempo più veloce e alleviava la fatica di donne che passavano buona parte della giornata con le mani dentro l'acqua. Spesso erano nenie tristi che raccontavano di giovinetti costretti ad emigrare, oppure canti di rabbia o di amore, a volte stonati, sempre però vigorosi, squillanti.
Il ricordo vivissimo diventa santa nostalgia ripensando ai canti fatti in chiesa, spesso stonati, fuori tempo, eppure magnifici perché, a me bambino, davano il senso di una fede genuina fatta di tanti miracolosi "sì" al piano di Dio. Mi pareva che tutta la corte celeste si riversasse nella nostra chiesa al canto di tutto il popolo. Ora sono aumentate il numero delle Messe, ma è diminuito, quasi abolito, il canto del popolo. Qua e là sono nati piccoli o grandi cori, spesso con una buona preparazione musicale, ma la maggioranza del nostro popolo non sa più cantare. I più se ne stanno silenziosi, a volte annoiati, sembra con grande disagio in una chiesa che non sentono propria, forse ripetendo quelle due o tre preghiere imparate da bambini. Il canto, quello che faceva vibrare i vetri delle grandi finestre, non si sente più. La dolcezza di quei canti superava il disagio di non capire ciò che si cantava.
La liturgia allora era legata alla lingua latina, e la maggioranza del popolo non comprendeva il latino. Certo tutti sapevano che si cantavano le lodi di Dio, e ciò era sufficiente perché anche i più dotti sorridevano e pazientavano nell'ascoltare gli strafalcioni che il popolo cantava.
Durante la novena del santo Natale, per esempio, si cantava la maternità verginale di Maria con un inno che iniziava con le parole: "Castae parentis viscera" e il popolo cantava: "Ha dei parenti in Svizzera".
Per me, a quel tempo, era più importante sentire la mia mamma e le altre lavandaie cantare le lodi di Dio che preoccuparmi se Maria avesse i parenti in Svizzera. Neppure mi stupivo, sempre nella novena di Natale, che si cantasse: "O Bambino pieno di vino". Infatti, nessun dono poteva portare il piccolo Gesù al mio papà più gradito del vino. Né mi preoccupavo quando sentivo cantare nelle litanie lauretane che la Regina di tutti i santi (Regina sanctorum omnium) diventava: "Regina sant'armonium". L'armonium, lo sapevo bene, era uno strumento musicale, e chi poteva essere maestra e regina della musica se non la Madre di Gesù?
Forse in questi tempi, in cui non si ha più voglia di cantare, è avvenuto un miracolo a rovescio: La "Regina sant'armonium" ha cessato di suonare ed aspetta che gli alunni cessino di far rumore con le bombe, con gli spintoni e i pugni e ritornino in pace intorno a Lei per riprendere il canto.


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