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Martedì, 01 Marzo 2005 02:00

Parole

Scritto da p.Ennio Staid
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Tante volte accingendomi a scrivere questa lettera mi viene lo scrupolo, quasi il timore, di entrare nelle vostre case come per sottolineare che in questo mondo ci siamo anche noi. Mi vergogno a dirlo, ma non sono così umile da desiderare, come tanti santi sostenevano, che "Dio solo basta".
Il Dio che ho conosciuto, a cui ho dedicato la vita, è un Dio che si è fatto carne, che in un certo qual modo non abita più nell'alto dei cieli, che ha scelto come sua dimora il cuore dell'uomo. Ha sottolineato che lo avremmo incontrato per le strade del mondo, tra le case degli uomini. Ha evidenziato che nel giorno del giudizio, quando Lui tornerà per dividere le pecore dai capri, metterà tra i primi quelli che lo hanno vestito quando era nudo, visitato quando era in carcere e gli hanno dato da bere quando aveva sete.
Il mio Dio non è l'onnipotente che se ne sta tra le nubi dei cieli a fotografare le nostre azioni per poi trascriverle in un computer, in modo che alla fine nulla vada perduto e tutti i conti tornino secondo una logica di meritocrazia. Sarebbe come se a ciascuno di noi venisse data una scheda a punti e fosse premiato chi la riempie.
Il Dio che conosco invece è un Dio architetto che continua ininterrottamente a disegnare e creare ponti. Non ama la solitudine, non desidera vivere in un' isola deserta. A volte mi sembra, se debbo attribuirgli un certo lavoro, di vederlo come un solerte sarto che se ne va tra gli uomini a rammendare tutto ciò che abbiamo rotto o si è scucito. Sempre paziente, sorridente, accogliente. Sempre pronto a bussare senza stancarsi, anche quando, per giorni o anni, non gli ho aperto la casa.
Recentemente due persone ci hanno pregato di non inviargli più questa nostra modesta lettera. Li abbiamo depennati, ma che dispiacere! Non abbiamo mai chiesto nulla se non accarezzare il desiderio di continuare un rapporto, di non rompere quel sia pur tenue filo che ci ha fatto incontrare. Agognate non è un giornale dove scrivono firme prodigiose, teologi di grande fama, ma è, e vuole semplicemente rimanere, una lettera che alcuni fratelli scrivono ad altri fratelli.
Eppure ho paura delle parole. Ho paura di questo oceano di parole che spesso non lasciano tracce nella nostra mente. Ho paura di tutta questa carta spesso sporcata da parole oscene, insulse, perfide, banali, insignificanti, vuote. Ho paura di questa montagna di riviste opuscoli e propagande varie. Spesso mi domando se anche questa lettera potrebbe essere accantonata tra le tante che arrivano. Allora il demone della pigrizia e dello scoraggiamento sussurra: Fai silenzio. Ma fare silenzio non significa rinunciare alla mia vocazione di predicatore? E un domenicano che non parla che predicatore è?
Il grande apostolo Paolo di Tarso sottolinea che sarebbe grande sciagura per un cristiano non predicare con ogni mezzo " a tempo opportuno e non opportuno". E questa lettera, oltre che creare o mantenere rapporti osa raccontare agli amici lo stupore della Grazia ricevuta e ridonata. Non ho mai preteso di spiegare misteri, mi sento un modesto ambasciatore che di suo ha poco o niente da dire, però sono fermamente convinto di essere mandato a raccontare le meraviglie di Dio operate per mezzo della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo.
 Certamente vi sono molti modi di parlare di Dio. In modo semplice come San Domenico che "non parlava che con Dio o di Dio", in modo sublime come San Tommaso D'Aquino che è stato elogiato dallo stesso Signore: "Hai scritto bene di me Tommaso". Vi sono poi i poeti come San Francesco che riescono con le parole a farti vedere il fuoco, l'acqua il sole, la notte o il lupo come fratelli.
Io non ho parole così sublimi da farvi salire a Dio con la stessa forza dei santi, ma ho il dovere, se non voglio inaridire e tradire la mia vocazione, di parlare di Lui. La comunicazione per un predicatore è un atto morale. E predicare non è soltanto un dire, ma è un dire dopo aver attentamente ascoltato. Per questo sento sempre più il bisogno di creare rapporti che accettino il mio modesto balbettare di Dio e da cui invoco parole di vita.
Tutto ciò non significa che un predicatore non abbia bisogno anche lui di sentire parlare di Dio, di mettersi in ascolto. Per questo la nostra Lettera vi stimoli a scriverci, a raccontarci le meraviglie che il Signore Gesù continua ad operare anche attraverso di voi.
 Tutti abbiamo bisogno di sorrisi, di parole vere, di mani da stringere e di sentirci compresi, accettati, amati.

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