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Martedì, 01 Febbraio 2005 00:00

"L'Eucarestia fondamento della Comunità"

Scritto da Lucia Iorio
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"La misura in cui Dio concede il dono di una comunità visibile è vario. Il cristiano in diaspora è consolato da una breve visita di un fratello cristiano, da una preghiera in comune e dalla benedizione fraterna; è persino fortificato da una lettera scrittagli da mano cristiana. Il saluto aggiunto dall'apostolo Paolo di propria mano alle sue lettere era certo anche un segno di questa comunione. Ad altri è donata la comunione nel culto domenicale. Altri ancora possono vivere una vita cristiana nella comunità familiare [...]. Tra i cristiani impegnati di una comunità oggi nasce il desiderio di incontrarsi, negli intervalli concessi dal loro lavoro, con altri cristiani, per breve tempo, per vivere insieme e studiare insieme la Parola. [...]
Comunione cristiana è comunione per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Non esiste comunione cristiana che sia più di questo e nessuna che sia meno. Solo questo, sia nel breve incontro di una sola volta sia in una comunione quotidiana prolungata negli anni. Siamo uniti solo per mezzo di Gesù Cristo e in Lui."
(D. Bonhoeffer, La vita comune, Queriniana, Brescia 19735, pp.39-40)

Comincio questo mio scrivere con una citazione di D. Bonhoeffer tratto da: La vita comune, testo molto caro ad Agognate perché usato come abbecedario per iniziare i primi passi di uno stare insieme che si prospettava fuori dagli schemi precedenti ma non ancora definito nel suo farsi. Di acqua sotto i ponti ne è passata, ci siamo lasciati già dietro le celebrazioni dei vent'anni e la strada che resta da fare è ancora tanta.
Quest'anno, abbiamo ripreso in mano questo testo, con i nostri fratelli evangelici, come gruppo S.A.E. per confrontarci su un tema di fondamentale importanza per la vita della Chiesa.
Vogliamo approfondire lo studio dei testi biblici che ci parlano dell'Eucarestia e cercare di capire per ognuno cosa dicono alla nostra fede e come si è comunità.
Sapendo che il "come" si è comunità è parte della comunità stessa; nello stesso modo in cui il "come" ci amiamo è parte dell'amore. Non è una cosa a parte, la comunità: in primo luogo, è "data", "donata", nel mistero di Cristo, a noi resta il "come" viverla.
"Poi preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; ..." Gesù Cristo ha dato il proprio corpo; siamo nati come Chiesa e come comunità in questo corpo spezzato per noi.
Gesù Cristo ci ha fatto dono di una unità nella notte in cui veniva tradito e perciò questa unità ha dentro di sé la forza e l'ampiezza per contenere tutte le nostre possibili divisioni.
"Fate questo in memoria di me" a questo siamo chiamati nella strada dell'Incarnazione, ad accogliere un corpo spezzato e a vivere la comunione che ne scaturisce.
Se ci accogliamo in questa frattura, quello che ci daremo l'un l'altro, non sarà un contratto più o meno equo ma parte di un mistero che ci comprende e supera.
Nella morte in croce di Gesù Cristo il velo del Tempio si è squarciato e ogni giorno il velo del Tempio si squarcia ai nostri occhi; ci troviamo immersi in tanti drammi, personali e sociali di fronte ai quali possiamo solo assistere impotenti. Quante volte anche a noi che crediamo nel suo Nome è venuto da chiedere "perché?", quante volte abbiamo pianto o siamo stati costretti ad ingoiare le lacrime per poter continuare. Quante volte abbiamo avuto davanti ai nostri occhi un Dio padrone, implacabile, e, se è difficile sopportare i "padroni" umani figuriamoci uno divino!
Siamo richiamati allora ad aprire i nostri occhi, a trovare un'unità in Cristo fatta non come un blocco monolitico, dove tutto è a posto, dove non ci sono imperfezioni, tutto risponde ai nostri desideri e ai nostri bisogni; a vedere una unità riconciliata, un UNO che riconosciamo capace di tenere in sé tutte le cose, anche contraddittorie.
Questo significa scegliere di non tenere fra le mani la propria storia ma consegnarla, significa metterla al suo posto; lì dove deve essere, dove le è resa giustizia.
Allora la nostra comunità è fatta in Cristo nella misura in cui include ciò che incontra e nella misura in cui si lascia definire dal Dio che si fa storia.
Le nostre comunità umane per continuare a stare in piedi hanno bisogno continuamente di escludere: i vecchi, i malati, i poveri... e la lista diventa sempre più lunga, togliamo chi veste male, chi parla troppo e chi parla poco e il cielo man mano si svuota e siamo sempre più persi.
La Verità tiene dentro tutto e solo nell'accoglienza non la si tradisce. E' un cammino faticoso, occorre morire a se stessi ogni attimo, prendere la propria croce, il proprio mezzo di salvezza, perché questo è della Croce il senso più autentico, e seguire il Signore. La strada è tracciata ovunque e per chiunque, e l'unità è presente nelle mani di Colui di cui tutto è parte.
A noi è chiesto di accogliere la nostra parte e, come Giacobbe che lotta con Dio per strappare una benedizione, fare uno strappo sulla nostra realtà per far emergere quella di un Dio che ci ha benedetti. E ridefinendoci in Gesù Cristo, ridefiniamo in noi, e nelle nostre comunità, il suo volto come misericordia.

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