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Giovedì, 05 Febbraio 2015 17:48

Smemorati

Scritto da p.Domenico Cremona
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Ci sono fatti e situazioni di bene che vanno tramandati e fatti e situazioni di sofferenza e morte che vanno ricordati.
Scrivo l’articolo di questo numero del Giornalino in concomitanza con il “Giorno della Memoria”. Tale ricorrenza è stata istituita dieci anni fa (2005) dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite in ricordo della liberazione dei “detenuti” del campo di concentramento di Auschwitz (27 gennaio 1945). Mantenere viva la memoria di fatti tragici accaduti nel passato è importante non solo per ricordare le tante vittime (spesso più strumentalizzate che commemorate) ma, soprattutto, per dare spazio ancora e ancora ad una riflessione sull’umanità e su quanto l’essere umano sia capace e disposto a vedere e percepire altri non più come esseri umani di pari dignità e diritti. Una dinamica che continua a permanere e a realizzarsi in tanti, troppi, contesti odierni in cui l’essere umano non viene più percepito tale dal proprio simile (immagine e somiglianza). Un processo psicologico che ha toccato i suoi vertici con il Nazismo e la Shoah e il Giorno della Memoria ci deve aiutare a riflettere e non solo a ricordare.
Il 2015 segna anche i 100 anni del Genocidio armeno. Mai nella storia tante vittime della violenza e della guerra come nel secolo scorso, mai tanta disumanizzazione. E le premesse di questo nuovo secolo non ci fanno sperare in meglio. E come il ricordo del passato ci deve aiutare a riflettere, anche i tragici e violenti fatti del presente, che a loro volta diventeranno memoria, ci impongono una riflessione. Non per ultimo il 7 gennaio diverrà una data di commemorazione, come lo è già l’11 settembre.
Il 7 gennaio a Parigi, un attentato alla sede del giornale satirico (in realtà molto nazionalista e razzista) Charlie Hebdo: 12 morti e altrettanti feriti. Forse anch’io sono un po’ contagiato dal processo psicologico della disumanizzazione dell’umano, ma quell’attentato ha suscitato in me pensieri e sentimenti contrastanti. Il giorno prima nel sud dell’Iraq un attentato simile provoca 23 morti (quasi il doppio di Parigi) ma quasi nessun mezzo di informazione ne ha parlato, non ci sono state edizioni straordinarie di TG, né maratone televisive (dove il livello culturale è sempre quello del bar-tabacchi del mio paese quando avevo 16 anni); non ci sono state manifestazioni di diniego, né funerali di Stato (politicizzati).
Nella stessa settimana in Nigeria c’è stato un inasprimento delle offensive dei terroristi Boko Haram con l’uccisione di circa 2000 persone; lo stesso giorno dell’attentato di Parigi, i morti ammazzati sono stati più di cento. Ma pare che per noi bravi europei/occidentali questi morti non contino, non sono abbastanza umani. La banalità del male si affaccia ancora in tutta la sua imponenza: le vittime della violenza, della guerra (in Iraq la guerra è più che mai in corso), del terrorismo non sono tutte uguali. Il terrorismo ci preoccupa solo se viene a sconvolgere il nostro territorio. Se vengono ammazzate 12 persone occidentali vogliamo che in tutto il mondo gridi di sdegno e si proclami il lutto; se muoiono contemporaneamente (e per le stesse cause) 23 iracheni o 2000 persone nigeriane, a noi poco importa, e se l’informazione evita di mettere in risalto la notizia, tanto meglio. La disumanizzazione dell’umano non è applicabile unicamente a chi tira il grilletto di una pistola o il detonatore di una bomba; la disumanizzazione dell’umano inizia là dove la vita e la morte delle persone viene diversificata: morire ammazzati a Parigi o a New York è diverso che morire ammazzati a Baghdad o in Nigeria. Per questi ultimi non c’è e non ci sarà nessuna memoria.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi, “Se questo è un uomo”.