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Venerdì, 06 Febbraio 2015 17:40

A proposito di suocere

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Mc 1,29-39
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

La guarigione della suocera di Pietro si presenta come un miracolo fra i tanti e quasi di poco conto, visto che la febbre non è una grave malattia e che Gesù e i quattro apostoli avrebbero potuto arrangiarsi. Si trattava di un giorno, uno o due pasti in tutto. Perché inserire nel vangelo un episodio apparentemente così insignificante? Poteva essere riassunto nel racconto, di poco successivo, dei numerosi malati ed indemoniati che Gesù guariva.
Si può fantasticare intorno a queste poche righe riempiendo alla maniera della Valtorta quegli spazi e quelle ragioni che i racconti evangelici non dicono lasciandoli seminati e persi tra le righe. Così provo anch’io a ricostruire la scena e poi a cercarne un senso. L’episodio è successivo ad una decisione importante di Pietro: Lasciate le reti, il lavoro e la moglie, forse anche i figli, si mette a seguire Gesù. E qui nella reazione della suocera, ci sta la reazione della famiglia rispetto alla scelta di Pietro. La febbre della suocera poteva essere di rabbia, di sgomento, di delusione, di abbandono, di perdita, o tutte insieme. E’ un fenomeno abbastanza consueto e frequente nelle dinamiche della separazione dalla famiglia quando un figlio decide la vita religiosa. Più in generale succede sempre quando l’uomo avverte che colui o coloro sui quali aveva posto le sue speranze, i suoi sogni, la sua fiducia, vengono meno, anzi se ne vanno addirittura per strade contrarie, avverse al proprio desiderio. Si sta male, si sta molto male. L’oggetto del nuovo desiderio, in questo caso Gesù per Pietro, genera quanto meno una sorta di gelosia in chi resta e vede svanire la sua storia per l’ingresso violento d’un terzo prima indifferente e sconosciuto. La suocera vede la figlia abbandonata a se stessa, che cosa poteva pensare di quel Gesù che gli aveva sottratto il marito? Vista la statura che Gesù ha nelle nostre teste - è il figlio di Dio - la reazione della suocera può sembrare incomprensibile e sproporzionata. Pietro non lascia la figlia per una qualche mattana sempre possibile agli uomini, ma perché ha incontrato il figlio di Dio. Dunque buon per lui e buono anche per la suocera e sua figlia, si trattava di una vincita al lotto. Ma quel Gesù non era ancora diventato Dio, cominciava proprio allora la sua ascesa ed era difficile indovinarne la futura carriera. Per intanto era un intruso bello e buono.
La febbre indica però la nobiltà d’animo della suocera. Si ritira nella sua solitudine senza scaricare altrove la sua sofferenza. Per quel po’ di esperienza che ho, non sempre la reazione si declina nei termini della “febbre”. Doveva essere una povera donna avezza allo scacco dei suoi desideri. Già altre volte doveva aver fatto i conti con la realtà della vita che non vuole essere assimilata ai propri sogni e vi si oppone vittoriosa. Non c’è e non c’è per nessuno, si ritira nel proprio dolore finché il tempo non rimarginerà la ferita.
Ma nelle poche righe del racconto è Gesù stesso che va da lei, si avvicinò a lei, dice, e la fece alzare dandole la mano. Si avvicinò. C’è da sottolineare questo avvicinarsi perché ha dello straordinario. Da consigliere esterno nelle mie funzioni di prete ho tentato più volte questo avvicinamento e forse in qualche caso è avvenuto. Ma i consolatori esterni, coloro che capiscono la situazione ma non ne sono direttamente coinvolti, restano pur sempre marginali. Il loro avvicinarsi è superficiale. Avvicinarsi ad un malato e alla sua malattia forse vuol dire entrare nella stessa malattia, gridare con lo stesso grido del malato. Con-solare vuol dire vivere la stessa solitudine, nutrire la stessa rabbia, vivere della stessa lotta in cui è entrato il malato. Avvicinarsi, è una parola decisamente difficile e in questo caso lo è tanto di più in quanto Gesù non è un esterno ma un protagonista della vicenda, oggetto diretto dell’agressività della donna. Sospinto dalle mille ragioni di difesa contro questa aggressività, poteva lasciarla cuocere nel suo brodo. Così avviene per lo più quando si ha una certa nobiltà d’animo e si sanno frenare i propri istinti aggressivi.
La fece alzare dandole la mano. Dopo averla raggiunta, mano nella mano possono camminare insieme. La febbre la lasciò ed ella li serviva.
Possiamo indagare oltre nelle dinamiche psicologiche di questo incontro, ma non credo fosse questo l’intento dell’evangelista Marco. L’intento di Marco è dichiarato nelle prime righe del suo vangelo: Questo è l’inizio del Vangelo, il lieto messaggio di Gesù, che è il Cristo e il Figlio di Dio. Marco dirà come meglio gli riesce chi è questo figlio di Dio che ha la capacità di risuscitare l’uomo. Faccio notare che la traduzione “la fece alzare” poteva esse anche “la fece risorgere”, il verbo usato da Marco è lo stesso che userà per dire la risurrezione di Cristo dopo la sua morte. Ora nel nostro episodio il figlio di Dio, si presenta alla suocera come un tizio sconosciuto, anonimo vorrei dire, che prima le porta via il marito della figlia e poi la raggiunge nel dolore della perdita per riprendere da qui il cammino insieme. Questo è il Figlio di Dio che ha conosciuto Marco e del quale vuole parlare scrivendo il suo Vangelo.
Mi domando, chi è il figlio di Dio per me? Dove lo incontro o l’ho incontrato o l’incontrerò? In paradiso? Nella Chiesa? Nella mia vita virtuosa? Nella mia moralità? Nelle scritture? In chiesa? Nei sacramenti?

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