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Venerdì, 01 Ottobre 2004 00:00

"...e la sua grazia in me non è stata vana"

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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Mi è sempre costato fatica scrivere, soprattutto quando è in gioco il mio vissuto personale; avverto quasi una refrattarietà. Non so bene neanch'io i motivi di questa resistenza, credo che siano molteplici. Uno certamente è legato alla natura stessa del linguaggio; le parole, segni socializzati, nel momento in cui manifestano il mondo di una persona, al tempo stesso non possono comunicare l'unicità di un'esperienza, sono consegnate ad altri vissuti, interpretate a partire da questi e facilmente travisate. La comprensione dell'altro è un lavoro lungo, paziente, mai concluso, di continua modifica delle proprie precomprensioni. Un lavoro già arduo nel colloquio vivo.
Più passa il tempo, inoltre, si diventa gelosi della propria interiorità, quasi custodi del mistero della propria esistenza,  un mistero a cui noi stessi abbiamo accesso soltanto parzialmente, e desiderosi di una solitudine, che è l'opposto dell'isolamento. Ancora: mi frena a scrivere un'esigenza estetica, il bisogno che lo scritto sia non solo vero, ma anche bello e mi ritrovo  sempre insoddisfatto di quanto riesco a produrre.
Eppure esistiamo  per la Parola, l'Ordine  a cui appartengo ha come fine la predicazione del Vangelo ed ora mi viene chiesto di testimoniare con le parole la misericordia di Dio, come l'ho colta nella  mai vita. Lo faccio, consapevole, oltre a quanto ho premesso, che l'inganno è sempre presente, che, nel celebrare le lodi di chi ci dona la salvezza, la tentazione di esaltare se stessi è sempre accovacciata sulla soglia.
Forse, sintetizzando la mia esperienza, potrei, per alcuni aspetti, far riferimento all'episodio della guarigione del cieco nato narrato da Giovanni: interrogato sull'identità di chi l'aveva guarito, considerato un peccatore dai farisei, il cieco risponde «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo». Se dicessi di sapere chi guida la mia storia, non parlerei con onestà; mi trovo piuttosto nella condizione che don Giovanni Barra ha descritto con straordinaria drammaticità nel suo testamento spirituale: "a sessant'anni, circondato di tenebre più che a venti!". In me, Pier Paolo,  non c'è stata una conversione fulminante come quella di Paolo, né ho la coscienza di un tradimento (la coscienza del peccato è dono dello Spirito) e la passionalità di Pietro, mi trovo tutt'ora tiepido nella fede, nella speranza, nella carità"¦.Qualcosa però è accaduto e leggo la storia di questi anni, da quando ho deciso di legare la mia vita al Vangelo, come storia di salvezza. Certo, anche l'interpretazione della propria storia è una scelta. O un dono.
"Quando il Signore ti farà gettare via tutte le tue idee sballate su Dio e ti farà fare il salto nella libertà?": è quanto mi disse un  anziano sacerdote, al quale mi ero rivolto per un consiglio nel momento in cui mi apprestavo a entrare in comunità. Allora, cieco,  credevo di conoscere, credevo di vedere, ma vedevo l'idolo, non il Dio Vivente, il Signore che "aspetta per farvi grazia, per questo sorge per aver pietà di voi" (Isaia, 30,18).
Leggo questi anni come un lento, a volte quasi impercettibile cammino di liberazione e di incontro con la Vita, esperienza della Parola che si è fatta carne ed ha posto la sua tenda in mezzo a noi. Non credo che ci sia stata frattura tra il tempo prima e quello dopo l'incontro con i domenicani, c'è piuttosto stata una "ricapitolazione"  del mio passato, un portare a frutto quanto negli anni già mi era stato donato.
Sto crescendo nella coscienza del debito mai colmabile nei confronti di chi in vario modo mi ha dato e mi dà vita. Mi sono aperto "“ nel modo compatibile col mio temperamento, perché la Grazia non annulla la natura "“ all'incontro ed alla speranza, all'ascolto ed alla condivisione. Guardo con stupore all'intreccio di eventi e di relazioni in cui sono radicato, e in cui scopro con gioia e con timore e tremore, al tempo stesso, di essere tramite per altri incontri e altre attese  (solo la furia devastatrice dell'idolatria, che di nuovo insanguina anche  il nostro secolo, è capace di negare  che questa trama  è l'humus di ogni uomo ed usa  la menzogna della  purezza etnica o religiosa per scatenare l'inferno). Ho vissuto e vivo momenti di amore.
Le "mille bufere del mio disordine mentale", per riprendere un verso che ho citato la volta scorsa, stanno tacendo per fare spazio alla pazienza e alla calma, al mormorio di un vento leggero.
Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. (1Re, 19,13).


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