Informativa

Su questo sito utilizziamo solo cookies tecnici. Navigandolo accetti. Clicca su Leggi Policy per ulteriori informazioni.

Ultimo Giornalino  

   

Accedi  

   
Domenica, 05 Aprile 2015 17:34

Non comprendere

Scritto da
Vota questo articolo
(0 Voti)

Gv 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Giovanni è straordinario nel dire ciò che ha capito della vita, e tradurlo in una maniera discorsiva lascia sempre l’amaro di non dire bene ciò che lui ha detto attraverso un linguaggio semplice che condensa ciò che è storico (cioè della storia di ogni uomo e di sempre, passato presente e futuro) con ciò che è storico (cioè che riguarda quel Gesù di duemila anni fa, protagonista del suo Vangelo). Per la nostra mentalità forse viene penalizzato il secondo elemento, la cosidetta storicità di Gesù, visto che i suoi racconti hanno sempre qualcosa di “improbabile”.
E’ come se da quel Gesù che lui ha conosciuto estraesse quella parte che è eterna cioè da sempre e per sempre e che lasciasse nell’irrelevanza, contrastandolo con durezza, ciò che passa, e ciò che passa è il “mondo” ossia quel modo di vedere la realtà che dichiara la fine di ciò che è. C’è chi dice che il suo vangelo è un processo nel quale si oppongono il giudizio del “mondo” con il giudizio di “Dio”. L’affermazione finale è che Dio ha ragione, quel Gesù è eterno e lo è proprio e massimamente in quel momento in cui il mondo si dichiara vittorioso: la crocifissione. Il crocifisso esprime in pienezza la gloria del Cristo. Non c’è bisogno di attendere la risurrezione come atto successivo alla morte in croce per dichiarare la regalità del Cristo. La piena manifestazione della gloria, se vogliamo la risurrezione, è una cosa sola con la morte, con quella morte, la peggiore possibile del morire.
La fede è il riconoscere che quel Gesù (crocifisso) è il Cristo, la non fede è il non crederlo. Ma qui, in queste affermazioni, interviene il nostro cristianesimo a confonderci nella comprensione. Nel nostro cristianesimo l’atto di morire e di risorgere sono due momenti diversi, prima si muore e poi, speriamo, si risorge, con tutte le conseguenze che ne derivano. Pensiero più che naturale che relega nella solitudine (isolamento) quel Gesù: lui è risorto e il suo sepolcro è vuoto, mentre noi forse risorgeremo e il nostro sepolcro è pieno.
Come è arrivato Giovanni a un tale modo di pensare, di vedere? Il brano di vangelo che ho preso in esame conclude che fino a quel momento Pietro e Giovanni non avevano compreso la Scrittura che diceva che Gesù doveva risuscitare. Ora, da nessuna parte nelle scritture c’è scritta questa cosa. Alcuni commentatori suggeriscono che probabilmente l’evangelista aveva a disposizione dei testi che poi si sono perduti, ma data l’importanza di questi testi perduti la cosa è improbabile. La Scrittura in questo caso, invece, sembra corrispondere più che ai testi della Bibbia, alla Legge con la L maiuscola cioè a come sono ordinate tutte le cose di questo nostro mondo, la Legge della natura (da non confondere con le leggi della natura che via via le scienze o i filosofi scoprono e che stanno in piedi finché resistono alla sperimentazione). Fino al momento del sepolcro vuoto Pietro e Giovanni non avevano compreso un qualcosa che la Legge, che pure conoscevano, dice, e cioè che egli doveva risorgere dai morti. Il sepolcro vuoto è per loro la porta d’ingresso per una comprensione di qualcosa che è già nella Scrittura, nella Legge.
Ora, tutto questo sa di follia e se devo recuperare dalla realtà un’esperienza simile mi vengono in mente solo casi (esperienze) di gente “fuori di testa”. Lo scoprire un sepolcro vuoto non è cosa normale e da tutti e quindi i normali e i tutti parlano di risurrezione ma non sanno che cosa sia. Pietro e Giovanni si accorgono che proprio quell’uomo finito, morto e morto nel peggiore dei modi, proprio lui è vivente, è il vivente, avrà addirittura la statura del divino, di Dio.
La Pasqua celebrata in questi giorni ci porta a pensare, a comprendere l’uomo sotto la luce di questa scoperta. Ci spinge a prendere in considerazione la sua espressione più bassa, un uomo alla vista del quale giriamo la faccia per non vederlo tanto è ripugnante il suo aspetto, e contemporaneamente a vederne la sua espressione più alta, quella che si confonde con la divinità.
Il nostro giudizio sulla realtà può stare al di qua di una tale visione e ci troviamo in grande compagnia con tutti quelli che non hanno mai visto il sepolcro vuoto, o andare al di là come chi ha visto il sepolcro vuoto. Ma di questo “mistero” non potremo mai diventarne padroni, non potremo mai impossessarcene perché l’esserne padroni può coincidere al più con la durata del nostro protagonismo che inevitabilmente svanirà col nostro morire. Ci insinua però un giudizio che non è per nulla umano, che all’uomo non viene spontaneo, che è fuori dalla sua portata: l’uomo che grida la sua disperazione perché abbandonato da Dio e dagli uomini è al vertice della sua grandezza. Detto altrimenti, raggiunge il Cristo nell’espressione più alta del suo amore per noi. E ciò è carico di conseguenze. Smaschera la presunta fede, di cui volentieri ci nutriamo, in un Dio onnipotente secondo i nostri criteri di potenza. Abbatte le nostre speranze, soprattutto quelle che si vestono di bontà e ci inserisce nella scoperta di un mondo che non ci saremmo mai sognati di vedere.
Come vi sarete accorti, devo tornare all’inizio di queste quattro righe per confermare che il mio parlare è inconfrontabile con quello di Giovanni perché la ricchezza del suo modo di dire la realtà vi avrà suggerito tante altre cose che io non ho detto e non ho saputo dire.

Letto 1083 volte

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.

   
© Copyright 2018 Fraternita’ Domenicana di Agognate - Via Valsesia Agognate 1, 28100 Novara - 0321.623337 - 0321.1856300 - info@agognate.it - Webmaster: P. Raffaele Previato op