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Lunedì, 05 Dicembre 2016 17:07

Speranza

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Mt 24,37-44
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

E’ il giorno della vittoria di Trump. Il quattro di dicembre ci sarà il Referendum. L’immigrazione. Il lavoro. Il terremoto. La scienza. La religione. La Russia. L’America. L’Europa. La Cina. La Siria… Questo il mondo che entra in casa nostra o nel quale viviamo e che naturalmente porta con sé paure e speranze. Ma c’è anche il quotidiano che può essere distratto dal mondo dei media e vivere di cose dette “più concrete” solo perché in grado di assorbire i nostri pensieri con interessi più personali, o più vicini. Ed anche il nostro quotidiano porta con sé paure e speranze. Può bastare rievocare tutto questo per accorgerci che il futuro (ciò che ancora non c’è) ci abita più di quanto ci abiti il passato o lo stesso presente?
L’uomo è un essere in attesa, l’avvento, ciò che sta per venire, determina il presente con una forza insospettabile. La più grande forse. Il futuro, persino quel futuro che non ci sarà perché da noi sognato o temuto, è capace di tristezza o di speranze.
A questa attesa è dedicato il tempo liturgico dell’Avvento e Matteo, l’evangelista, ne testimonia la consapevolezza. Ma contrariamente a quanto siamo soliti pensare a proposito della fede, Matteo ci allarma e la sua testimonianza sembra collocarsi sul versante delle paure piuttosto che su quello delle speranze. L’attesa del figlio dell’uomo.
Chi è, perché viene come un ladro? Come uno che scassina la casa?
Se il figlio dell’uomo è Gesù, egli è buono, ci vuol bene, ha dato la vita per noi. Perché Matteo mette in bocca proprio a Gesù un discorso del genere? Insinua o addirittura dà per scontato che siamo colpevoli e che ci troveremo di fronte ad un giudice severo, capace di scassinare la nostra casa. Sembra che ci sia un contrasto totale con l’attesa di quel Gesù che il Natale celebra e che si presenta nella debolezza e nella bellezza di un bambino che nasce capace di rilanciare la speranza oltre ogni amara delusione.
Dio è un Dio di misericordia, non può comportarsi così.
Ma forse Matteo offre una scappatoia, avverrà la distruzione solo per quelli che non sono stati e non saranno svegli in quel momento. Se saremo svegli, scamperemo il pericolo. Di due uomini nel campo, uno verrà preso e l’altro lasciato, così pure di due donne alla macina. Dunque, vegliate, che vuol dire: pensa continuamente al ladro che ti studia, che controlla i tuoi movimenti, le tue abitudini per colpirti non appena ti distrai. Se riuscirai a non distrarti ce la farai a difenderti al momento opportuno.
Spero, fin qui, di aver interpretato correttamente e correntemente il brano di Matteo.
Ma le cose stanno così? Quando faccio rientrare nei miei pensieri quel mondo che ho richiamato all’inizio, non vedo che gli uomini svegli sono trattati diversamente da quelli addormentati. Prendiamo, per esempio, il terremoto. Davvero succede che chi è sveglio scampa e chi dorme soccombe? Davvero muoiono i delinquenti mentre gli innocenti si salvano? E le bombe in Siria cascano sulla testa dei colpevoli, mentre gli innocenti vivono sereni? Domande retoriche per dire che i conti non tornano.
Ci dev’essere un qualche punto di vista nascosto che permette di ritenere per buono sia il giudizio di Matteo che il riscontro della realtà poiché sembrano presentarsi come incompatibili. E’ l’eterno dilemma dei giusti che soccombono alla violenza, mentre gli empi prosperano a lungo. A pagare sono sempre i poveri, e non solo le tasse.
Una soluzione al dilemma è quella di separare il mondo di qua da quello di là. Lazzaro in terra soffre i suoi mali ma sarà accolto nel seno di Abramo, mentre il ricco epulone sarà cacciato all’inferno. Di qua c’è il regno della terra, di là quello dei cieli. Quel po’ di regno dei cieli che sta sulla terra è di quelli che ancora vivi in terra sperano la giustizia nell’altro mondo, nel cielo, dopo la morte.
E i disperati?
Possiamo distinguere anche tra i disperati, quelli buoni e quelli cattivi. Può succedere infatti che non sia sempre vero che gli innocenti soccombono e i violenti vivano sereni e beati. Capita anche che qualche innocente se la cavi e qualche violento cada in disgrazia. La disperazione di questi pochi violenti è meritata e andranno perciò all’inferno, mentre i costretti alla disperazione dai violenti andranno in paradiso.
Voleva dire queste cose Matteo con il suo avvento del Figlio dell’uomo? O non piuttosto che la disperazione è nel futuro dell’uomo, di ogni uomo e il sapere questo coincide con lo stare svegli? Probabilmente qui è in gioco lo scandalo della croce e “Beati quelli che non si saranno scandalizzati di me!” (Mt 11,6)

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