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Venerdì, 06 Gennaio 2017 00:28

Beati

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Mt 5,1-12.
Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Senza dubbio la pagina delle “beatitudini” è una fra le più conosciute e intriganti del vangelo. Attira e respinge come il comando di amare i nemici.
L’effettivo problema però di questo scritto è che sono una serie di stupidaggini, messe in fila per 9 volte, a cui nessuno crede e tuttavia restano per tutti affascinanti. Come mai?
Quale segreto ed oscuro antro del cuore umano vanno a toccare?
Che siano parole che non si accordano col buon senso comune credo paia evidente a tutti. Pardon, tranne a quelli che per farle rientrare nell’ambito della ragione arzigogolano le più diverse teorie fra le quali campeggia il paradiso (piangono adesso, ma in paradiso rideranno = adesso non sono tanto beati perché soffrono, ma dopo saranno beati quando saranno nell’aldilà).
Se però le lasciamo nella loro semplice dichiarazione, rasentano l’assurdo e resta la domanda iniziale del perché del loro fascino.
Penso che abbiano una capacità di distruzione indicibile e proprio questa distruzione sia la chiave della loro fortuna.
In verità ci potrebbero essere ragioni esterne al testo che fan sì che non possa essere buttato via come insensato. Per esempio, sono parole dette da Gesù e siccome, sappiamo, Gesù è Dio, tutto ciò che ha detto è di grande/issima importanza. Non si capiscono, ma le ha dette lui e se le ha dette lui, chi è l’uomo per poterle contraddire?
Torniamo a noi. La prima cosa che distruggono è la chiesa, la chiesa con la c minuscola per dire quella chiesa che sta nella testa dei cosidetti cristiani. Infatti sono affermazioni che non hanno destinatari se non gli uomini in quanto tali. Non si parla di poveri giudei o di poveri cristiani, non sono rivolte ai miti della chiesa e non ai miti dell’Islam, agli italiani che piangono e non ai coreani che, pare, piangano anche loro. Dunque se il discrimine non sono i sacramenti, in primis il battesimo, non è l’appartenenza a qualsivoglia società umana, il criterio della beatitudine è strettamente e semplicemente legato all’affermazione che viene fatta: quelli che piangono sono beati, ecc.
La seconda cosa che distruggono è la divinità. Un dio dev’essere funzionale a qualcosa, altrimenti che dio è e a che cosa serve credere in lui. Se si è miti e perciò schiacciati, si prega un dio che tolga il peso dell’oppressione e sarà tanto più vero quel dio che riuscirà a riscattare dal giogo che grava sulle spalle. Dio, espressione di vertice del ben essere in ogni senso, non può dire beato chi sta soffrendo ingiustizia (non sto pensando alle beghe per l’eredità o alle cause matrimoniali). Dio principio morale per il giusto comportamento vuole che, se uno piange, io vada a consolarlo e, se ci riesco, a farlo ridere. Non vuole certo che un uomo muoia di fame. Come si fa a dire che l’affamato è beato?
Tolti questi imbrogli che una volta li chiamavano idolatria, resta l’uomo di fronte a un suo pari che muore disperato, sottolineo pari e disperato. Ci sono i barboni che muoiono, ma potrebbero non essere pari, è più facile che si percepisca la parità con un figlio od un amico. Ci sono uomini che muoiono pieni di speranza ed altri massacrati dalla violenza nella disperazione, abbandonati da Dio e dagli  uomini.
Di questi ultimi viene dichiarata la presente e non futura beatitudine. Si tratta di un insulto senza pari, cinico a dismisura. Ebbene, l’uomo ha davanti a sé una tragedia di questa portata. Tra parentesi il peccato degli apostoli nel tradimento del Cristo ha degli aspetti ancora più atroci che non è il caso di prendere in considerazione qui, che fanno capo alla loro colpa nella violenza usata contro Gesù.
C’è da credere che l’unica strada che si apre ad una tale vista sia la pazzia ampiamente comprensibile. Ma il punto cui voglio arrivare è questo: dal punto di vista umano, del giudizio che è possibile fare su un uomo disperato e un uomo sereno che non vive questa tragedia, chi dei due ha dignità piena di uomo? Chi dei due è il più grande in quanto uomo? E una volta stabilita la grandezza, chi dei due merita rispetto, venerazione, emulazione e tutto quanto porta con sé la grandezza?
Ci troviamo esattamente al centro dello scandalo della croce che nella sua assurdità ha dichiarato insipienti tutti gli uomini, non gli ebrei, ma l’uomo di ogni tempo e luogo.
Si può, fin che si può, eludere questo giudizio rifugiandosi nell’uguaglianza di tutti gli uomini, o imboccare la strada del non giudizio, del non sapere, e per lo più così si fa e così facendo possiamo mantenere il nostro giudizio, in questo caso giusto e doveroso, che cioè un disperato è un poveraccio, un povero dis-graziato. Notate la parola disgraziato e non beato naturalmente.
E un tale giudizio, sovraccarico di pietà, arriva al suo vertice nei tentativi continui ed ostinati di farlo scendere dalla croce.
Torniamo alla domanda di partenza. Dove sta il fascino di questo famoso discorso della montagna? Forse, nelle pieghe segrete del cuore umano ci sta, impresentabile in società, il sapere di essere un disgraziato e una parola buona sulla sua disgrazia raggiunge la statura della fascinazione.

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