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Lunedì, 05 Dicembre 2016 00:19

La Vergine Maria

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Perché la Chiesa e la devozione popolare ama chiamare Maria: La Vergine Maria? Non sarebbe sufficiente chiamarla Madre di Dio? (Theotokos). Quale titolo più grande di questo?  Eppure normalmente Maria viene più spesso chiamata La Vergine Maria. Sempre si sottolinea la verginità, valore poco stimato nell’antico testamento, che al pari della sterilità è una forte umiliazione. Vedi: Rachele in Gen 30, 23; Anna in 1 Sam. 1,11; la figlia di Jefte in Giudici 11,37; Elisabetta in Lc 1,25.  Il popolo doveva crescere e moltiplicarsi, secondo la stessa promessa di Dio ad Abramo. I figli quindi erano il miglior segno della benedizione divina. La verginità era stimata prima del matrimonio come segno di preparazione ad esso (Gen 24, 16), ma non certo come valore in sé.
Fa riflettere come permanga intatta in Maria questa caratteristica della verginità anche nel nostro tempo dove spesso le vergini sono derise, considerate zitelle e la castità è destituita di ogni senso.
Che Maria sia presentata quale modello di verginità cui il buon cristiano, l’uomo di fede debba configurarsi, spinge alle radici della questione cristiana e cioè ha a che fare con il mistero stesso dell’incarnazione: Dio che vuole essere riconosciuto nel niente dell’umano, si presenta e dichiara il suo luogo preferito di visibilità sul calvario.
La verginità di Maria sottolinea la sua povertà (assenza di fecondità) e dice la sua obbedienza (assenza di volontà propria). In modo particolare dice che Lei è terra vergine, non lavorata, incolta, deserta, oppure ammasso caotico di sterpaglie. Afferma l’umano nella sua nudità, prima di ogni intenzionalità. E’ il non essere che ha un’unica caratteristica, quella di poter diventare, di poter essere. E’ terra pura, senza proprietari. Espressione della radicale povertà umana. Solo gli autentici poveri, dirà Gesù, hanno la possibilità di entrare nel Regno di Dio.
Come il cristianesimo sia arrivato a considerare la verginità un valore, un qualcosa da cercare, da volere, non è semplice da capire.
La Vergine Maria sotto la croce vive la più grande delle povertà umane: lo strazio di vedere il Figlio crocifisso e nello stesso tempo continuare a credere che in quella morte si realizzi la misericordia di Dio.  Come gli anawim (i curvati, gli ultimi) Maria si abbandonò con fiducia, per tutta la sua vita terrena, a Dio. Povertà vera che inizia a Betlemme; non ha una casa, una culla, per quel Figlio. Povertà che si fa più chiara a Gerusalemme quando lo ritrova tra i dottori nel tempio e viene rimproverata. Povertà sottolineata a Cana di Galilea. Infine sotto la croce nella quale, per Lei e dopo di Lei, ogni cristiano misura la sua povertà. In Lei la speranza dei poveri trova il compimento. La Vergine, umile figlia di Sion, ne è consapevole e nel Magnificat si rivolge a Dio che “ha rivolto lo sguardo alla bassezza e all’umiliazione della sua serva”.
Il mistero cristiano vive anche di un altro elemento di pari importanza e che, nel contrasto con la verginità, acquista, per sé e per la stessa verginità, una dimensione indicibile: la maternità. Maria è vergine e madre allo stesso tempo, pienamente vergine   pienamente madre.
Sta qui la fecondità della croce, una fecondità di cui l’uomo non può impadronirsi perché si riceve per Grazia.  È al di là delle possibilità e delle capacità umane. All’uomo spetta il grido disperato, che questo poi abbia la statura del divino è per Grazia.
 Il giusto culto che si deve alla Madre di Gesù è quello di sapere che Essa si è lasciata riempire dalla Grazia di Dio “Piena di Grazia”.
 Con questi pensieri vi giungano i nostri auguri di un Natale ricolmo della Grazia di Dio. Ci aiuti la santa Vergine a fare vuoto dentro di noi in modo che in tutto lo spazio che vi rimane vi possa albergare il piccolo Gesù.

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