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Giovedì, 05 Maggio 2016 00:13

Caro papà Domenico

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Caro papà Domenico,
                         sono passati tanti anni da quando bussai alla porta della tua casa. La povertà non mi aveva permesso di frequentare la scuola media, e la scuola dell’avviamento professionale mi aveva congedato dandomi la …patente di incapacità ad ogni tipo di lavoro manuale. Senza l’incontro provvidenziale di un tuo figlio non so cosa sarebbe stata la mia vita.  
 Tu, otto secoli fa, avevi chiaro sin da bambino il cammino, volevi essere al servizio di Dio. Il tracciato era deciso, i tuoi genitori erano contenti della tua scelta e ti aiutarono a realizzarla. Non è stato così semplice per me. Non avevo né studi, né lavoro, né genitori capaci di aiutarmi a scegliere una strada, ma le vie di Dio non sono le nostre che hanno sempre bisogno di un tracciato, e la misericordia che un giorno avrei chiesto ai tuoi figli mi venne incontro. Avviene sempre così con il Dio di Gesù, Lui viene e cambia le carte in tavola, scrive anche sulle righe storte e non ha bisogno di strade asfaltate e con le indicazioni chiare. Non sono così tanti quelli che, come Te, riescono a seguirlo senza tentennamenti. Non è facile dire: “Sia fatta la Tua volontà”.
Tu, caro Papà, non hai avuto ripensamenti, dubbi, e quando una volta diventato presbitero della cattedrale di Osma, Dio ti gettò per le vie del mondo, ti sei lasciato plasmare e hai abbandonato le strade… “asfaltate” e preso i sentieri ripidi su cui ti conduceva lo Spirito. Per gente come me sarebbe stato difficilissimo lasciare la quiete del chiostro, come hai fatto Tu, ed iniziare una nuova vita in un paese straniero senza il borsello colmo di monete. I tuoi biografi dicono che il cambiamento di strada avvenne in una osteria di Tolosa parlando con un eretico che aveva abbandonata la Chiesa. Non sappiamo il nome di quell’oste con cui passasti la notte a parlare di fede ma sappiamo che al mattino lui non era più un cataro e tu non eri più il sotto priore della cattedrale di Osma. Dio ti chiamava a mettere il tuo cuore vicino ai miseri. La misericordia diventava per te l’unica strada percorribile.
Quell’osteria rimane per me il punto di partenza della famiglia dei frati predicatori; a Betlemme in una stalla è nato il cristianesimo e in una osteria la nostra famiglia.  In quella locanda di Tolosa e con la successiva pratica evangelica hai compreso che presbiteri non si diventa attraverso un processo di identificazione in un ideale che precede e sorpassa l’uomo, bensì con l’esercizio del ministero del perdono e della misericordia. Non è la ricerca della perfezione che ci rende perfetti, né la ricerca della salvezza a salvare. La salvezza appartiene all’unico Salvatore, è un dono gratuito.
Dio non ha bisogno di ammiratori che applaudano; vuole collaboratori coraggiosi e continuatori del suo progetto di amore e Tu hai compreso che mettersi al servizio della PAROLA non consiste nel farsi paladini di una idea, sia pure splendida, essa deve tradursi in impegno ed inserirci nel piano della creazione e della salvezza.
La fraternità che hai voluto non poteva essere un’isola felice che accoglie e rincuora definitivamente i naufraghi della terra. Il regno di Dio non è un qualcosa di statico, ma è un continuo divenire, un camminare senza soste, certi di avere al fianco Gesù. Il tuo progetto non era costruire una comunità che si evolvesse alla stregua del modello monastico, né tanto meno pensavi a un rinnovamento della vita monastica. Lasciasti il canto gregoriano, la solenne liturgia, la pace del chiostro per scioglierti come il sale nella grande “pentola” dell’umanità. L’impegno va preso in prima persona. Il mondo si muove se noi ci muoviamo, muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno diventa nuova creatura. Tu e i tuoi frati eravate un minuscolo drappello a Tolosa e tu li hai seminati, come si semina il grano, in tutta Europa, mandandoli due a due come chiedeva Gesù. A tutte le obiezioni e le difficoltà che ti vennero presentate hai sempre risposto con fermezza: “non vi opponete, so bene ciò che faccio”.
Gli storici ci ricordano che i tuoi primi figli non erano tutti uomini d’eccezione. Erano semplici e poco istruiti. Alcuni paventavano il sacrificio ed altri si smarrivano per un non nulla nelle difficoltà materiali, solo la tua volontà seppe forgiare degli apostoli da mediocri uomini di buona volontà. Tu stesso li trascinavi con l’esempio. Li elevavi con la preghiera gettandoli poi in piena azione, sempre sollecito a correggerli con carità e fortezza quando cadevano vittime dello scoraggiamento.
Lo studio, che volevi come mezzo e non fine della nostra vita spesso, lungo il corso dei secoli, ci ha trasformati in maestri sedentari, e i conventi sono diventati più abbazie che luoghi dove riunirsi per partire ancora. Il convento che sognavi era la strada, l’osteria, il carcere. La polvere del tempo ha assopito, non tolto, il tuo desiderio di andare incontro ai Cumani; grazie a Dio, ancora molti dei tuoi figli sono in prima linea dove è urgente la predicazione della buona novella.
Caro Papà Domenico, lascia che ti dica grazie, perché ti ho sentito sempre vicino nel cammino della mia vita, grazie per essere stato accettato tra i tuoi figli portandomi via da una vita scialba e senza senso in cui, certamente sarei vissuto; grazie per la possibilità di studiare, di viaggiare, di incontrare tanta gente, grazie per il dono di Ganghereto e di Agognate dove ho incontrato centinaia di fratelli, ed infine grazie per  avermi fatto camminare con la certezza che quella misericordia che ho chiesto entrando nella tua famiglia, non mi è mai mancata.

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