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Venerdì, 05 Giugno 2015 23:56

Non amiamo a parole

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“Parole, parole, parole, parole parole soltanto parole, parole tra noi”. Così cantava Mina tempo fa.
Qualche secolo prima San Giovanni richiamava coloro che si dichiaravano discepoli di Gesù di non essere nella verità se amavano soltanto con la lingua. L’amore ha certo bisogno di parole e tanto più sono belle quanto più hanno bisogno di essere incarnate in azioni. Coloro che parlano e non vivono ciò che dicono, non sono solo bugiardi ma rendono odiosa la religione, la politica, il rapporto con l’altro. “Quello predica bene, ma razzola male” si dice di persone che non vivono ciò che dicono. A lungo andare anche le parole importanti come amore, giustizia, fratellanza, non dicono più nulla. Ricordo una specie di barzelletta in cui il parroco è il prototipo di chi parla in un modo e vive in un altro: “Un prete dopo aver celebrato tre messe in tre posti diversi, tornando a casa trovò in salotto due uomini che stavano bevendo un bicchiere di vino seduti comodamente sul divano. Corse in cucina a chiedere alla perpetua chi fossero. Questa restò meravigliata della domanda. Guardò il parroco preoccupata e gli disse: Sono i vostri fratelli, almeno così mi hanno detto. Il prete si precipitò in salotto gridando: “Chi siete e che volete da me?”. Uno dei due si alzò per abbracciarlo e gli disse: “Fratello mio carissimo, ci siamo invitati a pranzo, siamo di passaggio e ci siamo detti, dopo aver ascoltato la tua predica: fermiamoci a pranzo da nostro fratello”.
 È facile dire io voglio bene a tutti i cinesi, difficile ripeterlo se un cinese o una famiglia di neri o di zingari vuole vedere realizzato a proprio favore il bene che si dice di avere. Senza l’attuazione della buona notizia (il Vangelo) il nostro cuore si tramuta in pietra e si dimentica che ogni uomo è un fratello che sparisce dal nostro orizzonte e non esiste più per noi. Ma tutti fanno sempre parte dell’alleanza di Dio con ogni uomo e non è neppure questione di chi abbia ragione o torto: il cristiano deve fare il primo passo, come fa con noi Dio che non si stanca di cercarci e di perdonarci.
Per molti secoli si è parlato tanto di cielo, di paradiso considerandoli come ultima meta in cui si sarebbero poi realizzate quelle parole di amore, di giustizia, di fratellanza. “Ora soffri, ma in paradiso non soffrirai più ed avrai il centuplo”. Si dimenticava di sottolineare che chi avrà lasciato tutto “riceverà già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e (solo) nel futuro la vita eterna”.
Nel discorso della montagna Gesù non dice: Beati voi che parlate bene, ma: beati i poveri, gli afflitti, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia; infine dice che si è “beati quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. (Mt 5,11). Queste beatitudini non riguardano la vita eterna, il paradiso, ma la nostra vita terrena.
 Papa Francesco al raduno dei giovani a Rio de Janeiro disse:
“Le Beatitudini di Gesù sono portatrici di una novità rivoluzionaria, di un modello di felicità opposto a quello che di solito viene comunicato dai media, dal pensiero dominante. Per la mentalità mondana, è uno scandalo che Dio sia venuto a farsi uno di noi, che sia morto su una croce! Nella logica di questo mondo coloro che Gesù proclama beati sono considerati “perdenti”, deboli. Sono esaltati invece il successo ad ogni costo, il benessere, l’arroganza del potere, l’affermazione di sé a scapito degli altri. Gesù ci interpella, perché rispondiamo alla sua proposta di vita, perché decidiamo quale strada vogliamo percorrere per arrivare alla vera gioia. Si tratta di una grande sfida di fede. Gesù non ha avuto paura di chiedere ai suoi discepoli se volevano davvero seguirlo o piuttosto andarsene per altre vie (cfr Gv 6,67). E Simone detto Pietro ebbe il coraggio di rispondere: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). Se saprete anche voi dire “sì” a Gesù, la vostra vita si riempirà di significato, e così sarà feconda”.
 La sincerità rende l’uomo amabile e per un cristiano non è un optional. Gesù ammonisce senza mezzi termini: “Il vostro parlare deve essere: “Sì, sì, no, no poiché il più viene dal maligno” (Mt 5, 37)

Nel vangelo di Marco (10, 17-22) c’è un tale che non è felice malgrado sia molto ricco; va da Gesù, si getta ai suoi piedi e gli chiede: “Cosa debbo fare per avere la vita eterna?” A quel tale non basta essere ricco ed aver osservato tutti comandamenti. Vuole qualcosa di più, vuole la certezza di andare in paradiso. Gesù gli risponde: “Ti manca una cosa sola: vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Marco conclude: “Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni”. L’uomo del brano era convinto di poter comperare il paradiso magari dando una parte delle sue ricchezze, ma Gesù lo delude. C’è un bene che non si può comperare ed è l’Amore. Ciò di cui parla Gesù deve condurre ad una pienezza di vita in questa terra; è per questa vita e non per quella che verrà dopo la nostra morte che dice:” Io sono venuto (mi sono incarnato) perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10); ancora: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11).
 Gesù non vuole porre limiti alla vita di qualcuno, ma dilatarla. Vuole che si realizzi il Regno dei cieli in questa terra, indica una via per arricchirci, dicendo che i beni di questo mondo debbano essere tramutati in beni adatti a realizzare il Regno qui tra noi. La tristezza di quell’uomo significa che ha perso l’appuntamento decisivo con la felicità. Marco non dice che quel tale si sia procurato la dannazione; era onesto e possiamo immaginare che abbia continuato a vivere da onesto, obbedendo ai comandamenti. Ma ha perso l’occasione di portare a pienezza la sua vita, ha reso meschina quell’esistenza che poteva essere significativa non solo per lui, ma anche per gli altri.

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