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Domenica, 05 Aprile 2015 23:52

Essere Chiesa

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Sono trascorsi 52 anni da quando sono un frate domenicano. Era il 1962 e in quello stesso anno Giovanni XXIII apriva il Concilio Ecumenico Vaticano II. Da quell’anno La Chiesa è profondamente cambiata, non è più come quella che conoscevo, dentro la quale tutti i bravi cattolici dovevano cercare personalmente ed individualmente di santificarsi. “Fatti santo”, mi diceva in continuazione un mio confratello. Da quel tempo tutto è cambiato e i progetti di santificazione personale hanno sempre più coinvolto il mistero della Chiesa. Secondo quello che io avevo capito, la santità si riusciva ad attuare soltanto attraverso l’esercizio dei consigli evangelici, la preghiera e l’austerità della vita, tenendo comunque sempre lo sguardo fisso sulla obbedienza alla gerarchia. Oggi ogni cristiano deve vivere personalmente il mistero della Chiesa, non basta essere fedeli agli ordini che discendono dall’alto. È necessario sentirsi Chiesa.
Spesso nel passato e, purtroppo ancora, molti erano e sono convinti di essere attirati da Cristo, saltando la Chiesa, la comunità, il popolo di Dio, rimandando la giustizia, la pace, l’uguaglianza ad un futuro, che è dopo la nostra morte corporale. Gesù è l’uomo del presente e una santità come quella di San Simone stilita, che passa la sua vita su una colonna, non farebbe più fremere di gioia nessuno.
La Chiesa che io conoscevo era basata sul concetto di istituzione di salvezza e, in quanto tale, dotata di particolari prerogative. A Lei era affidata tutta la creazione perché essa doveva santificarla fino a ricondurla alla sottomissione al Padre. Certamente la Chiesa ha una sua regalità nel mondo, ma non di tipo giuridico. Mettere insieme il potere carismatico, che le appartiene, con il potere giuridico, ha favorito il nascere di sistemi di governo in cui l’autorità politica era vista come emanante da Dio ed esercitata dal clero. Si è così diviso il popolo di Dio in due stati: clero e laici e la Chiesa in due settori: docente e discente. Così vi era una minoranza che si salvava governando e una maggioranza che si salvava soltanto obbedendo.
 Con il Concilio si è avuto un salto qualitativo di grande importanza su cui non si medita mai abbastanza. La Chiesa è vista come popolo di Dio al quale Cristo ha conferito le sue potestà: quella sacerdotale, quella profetica e quella regale; popolo di Dio messianico che è dinanzi al mondo “luce delle genti”. Intendo dire che i cristiani, tutti indistintamente, sono chiamati a realizzare il Regno di Dio sulla terra. Con il battesimo siamo tutti sacerdoti, profeti e di stirpe regale. Tutti legati all’unico sacerdozio di Gesù Cristo che esercita questa triplice potestà, indissolubile e indivisibile. Responsabile della salvezza del mondo non è più solo la gerarchia, come in passato, ma il popolo di Dio nella sua unità fondamentale. Voglio dire che non vi dovrebbe esser più una gerarchia che ha in sé, lei sola, i privilegi del sacerdozio, della regalità, della profezia e del magistero, ma un popolo di Dio che ha questo triplice potere, per realizzare il quale ha avuto dal Cristo il carisma dei ministeri. È improprio, a mio avviso, chiamare i preti sacerdoti, essi svolgono nella chiesa il ministero (servizio) presbiterale al servizio del sacerdozio comune che appartiene a tutti i credenti in Cristo.
Ognuno di noi è chiamato a realizzare il sacerdozio di Cristo. Sacerdozio che è unico e indivisibile. Solo in rapporto a questo sacerdozio del popolo di Dio ha senso il sacerdozio ministeriale. Per esser più chiaro dico che la più alta qualità di un vescovo è di essere battezzato, l’ordine episcopale non lo colloca in un terzo piano: battesimo, cresima, ordine. L’Ordine lo destina al servizio e basta. Ricordo con simpatia una suora in un congresso che energicamente sosteneva, con ragione, di essere stanca di trovarsi sempre dalla parte della Chiesa discente (che ascolta sempre) e in contrapposizione a una Chiesa docente (Gerarchia che insegna sempre).
 Vi sono ancora preti e vescovi che preferiscono la gente semplice ed ubbidiente, passiva, infantile e un po’ ignorante del Vangelo, che vede di buon occhio un popolo di bambini che va diretto e governato, altrimenti fa i capricci. Non si riflette abbastanza sul monito di san Paolo che ci ricorda: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato” (Corinzi ,11). È necessario diventare adulti nella fede, ma spesso fa comodo a tutti sentirci bambini, non avere responsabilità, non sentirci impegnati a costruire il Regno.
Da quando è nata la nostra fraternità di Agognate ho SEMPRE esortato tutti allo studio della Parola di Dio, a dare almeno un’ora della nostra settimana a questo studio, a venire alla Lectio divina e sempre ho ricordato a coloro che frequentano la nostra chiesa di portare via il foglietto della liturgia e di rileggerlo, meditarlo più volte a casa. Il risultato non è stato clamoroso, mai più di venti fratelli!
Sono un presuntuoso se brucio di una impazienza che nasce dall’amore per la Chiesa, in cui, purtroppo ancora vivono due cose contraddittorie: una struttura giuridica del passato, generata dalla concezione della “Società perfetta”, e una realtà di fatto che scaturisce dalla nuova consapevolezza? Se non si provvede presto, non si ama la Chiesa anzi non si ama e basta. Dobbiamo spostare l’asse visibile sia della chiesa, non più sulla istituzione ma sul sacramento - sul segno. Tutto ciò è uno spostamento sismico, con tutte le frane, gli smottamenti, i crolli che in ogni spostamento di tale importanza e vastità sono inevitabili.
L’asse sacramentale è quello che va dal Battesimo all’Eucaristia. Il culmine della visibilità della Chiesa è l’assemblea Eucaristica, non più la gerarchia. Nel passato la Chiesa era rappresentata come una piramide con in cima il Papa, poi i vescovi, i preti e i fedeli in fondo. Oggi dobbiamo abbandonare questa gloriosa piramide. Il punto più alto della piramide è il tavolo su cui c’è il pane e il vino e una comunità di fratelli che si amano e condividono quel pane. Dobbiamo camminare verso una comunità che si modelli sull’Eucaristia.
Tutto ciò non annulla l’altra ma la ingloba e la riassume, la Chiesa rimane una società gerarchica, ma sui generis, con una gerarchia che sta all’interno della dinamica Eucaristica. Noi siamo certi di essere afferrati da Cristo e suoi testimoni quando esternamente e visibilmente realizziamo l’Eucaristia ossia il canto di lode, non singolarmente, ma in comunione con gli altri fratelli: “Dove sono due o tre persone riunite nel mio nome io sono in mezzo ad esse”.
Il mio, il nostro augurio per la Pasqua è un augurio ricolmo di luce che è ben spiegato da un aforisma che ho trovato in un foglietto.
“Un maestro domandò ai suoi discepoli come facessero a capire quando era finita la notte e iniziava il giorno. Uno rispose: quando vedo da lontano un animale e riesco a distinguere se è una mucca o un cavallo. No, replicò il maestro. Un altro discepolo disse: quando guardo un albero da lontano e riesco a capire se è una quercia. Sbagliato anche questo - disse il maestro. E allora come si fa? Chiesero i discepoli. Quando guardi negli occhi un uomo qualsiasi e vi riconosci un fratello, quando guardi negli occhi una donna e riconosci in lei una sorella. Se non sai far questo, è ancora notte, anche se il sole è alto nel cielo”.

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