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Giovedì, 05 Febbraio 2015 23:48

Tutto questo non deve succedere più

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Tutti, in questo nostro affaticato mondo, dicono di rifiutare la guerra, in realtà tutti la vogliono. Dalla guerra delle idee si passa alla guerra delle parole e alla guerra per il cibo, il lavoro, la dignità, la casa. Si uccide per i colori della propria squadra di calcio, per la gelosia, per la religione.
 Piangendo, si constatano le conseguenze prodotte da ogni tipo di guerra e con il cuore straziato si grida: “Tutto questo non deve succedere più”. Quante volte ho sentito proclamare questa frase, ma è sufficiente un giorno per dimenticare e la rabbia riprende il sopravvento. Più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi, in cui è seminato il peccato di Adamo: “Io sono come Dio”. Siamo convinti che nessuno come noi ha la capacità di capire dove sta il bene e il male e giudichiamo buoni, intelligenti, bravi tutti quelli che pensano ed agiscono come noi. “Io ho sempre ragione!”
Sin da bambino ho avuto paura di quelli che erano sicuri di avere ragione, di essere nel giusto; ero incapace di rispondere a chi mi sfotteva perché non rispondevo con i pugni a chi mi derideva; forse avrei potuto anche vincere e girare orgoglioso della vittoria, ma ero sicuro che qualche pugno di certo mi sarebbe arrivato. L’orgoglio della vittoria non avrebbe fatto cessare il dolore dei pugni ricevuti. L’orgoglio è una bomba pronta a esplodere per un nonnulla e dentro di noi di queste bombe ne abbiamo una caterva. È assolutamente necessario il disarmo dell’orgoglio, cambiare atteggiamento, modo di parlare, di porsi perché più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. È tempo di guardare ciò che ci unisce più di ciò che ci divide, sapendo che l’ottimo è sempre nemico del bene possibile. Il mondo è in continuo cambiamento. Dobbiamo cambiare anche noi, non possiamo continuare ad intestardirci sulle nostre ragioni e continuare a vivere chiudendo gli occhi e il cuore su ciò che accade, ripetendo con sdegno e le lacrime agli occhi: “Tutto questo non deve succedere più”.  
È necessario operare il bene possibile per tutti, piuttosto di quello che conviene ed è meglio essere onesti, più che furbi. Un cristiano dovrebbe avere come bagaglio l’amore alla povertà. Un povero, un autentico povero, non dichiara guerra a nessuno, tende la mano accettando anche quel poco che gli viene dato.
San Paolo aveva compreso che la violenza, la furbizia, l’immoralità danno SEMPRE frutti di morte e ci ha lasciato la “ricetta” per cambiare vita. Rileggiamola questa ricetta insieme; e rileggiamola quando ci sembra di avere ragione e quando ci sentiamo buoni e bravi.
 “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia.  Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”
 È necessario prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. È il momento di uscire allo scoperto senza vergognarci della nostra fede; è il momento d’impegnarsi per i valori in cui si crede. Non è necessaria la fede per capire che la violenza genera altra violenza: tu uccidi mio fratello, io uccido il tuo, che è vendicato dal figlio, che a sua volta si vendicherà o, come sosterrà in tribunale, ha voluto fare giustizia.
L’altra sera ho sentito la signora Le Pen sostenere con forza che la Francia deve rimettere nel suo ordinamento giuridico la pena di morte come difesa della nostra, in questo caso presunta, civiltà.
Già Tiziano Terzani nel 2002 scriveva subito dopo l’attacco alla Torri Gemelle di New York.
“Dal 1983 gli Stati Uniti hanno bombardato nel Medio Oriente paesi come il Libano, la Libia, l’Iran e l’Iraq. Dal 1991 l’embargo imposto dagli Stati Uniti all’Iraq di Saddam Hussein dopo la guerra del Golfo ha fatto, secondo stime americane, circa mezzo milione di morti, molti dei quali bambini, a causa della malnutrizione. Cinquantamila morti all’anno sono uno stillicidio che certo genera in Iraq e in chi si identifica con l’Iraq una rabbia simile a quella che l’ecatombe di New York ha generato nell’America e di conseguenza anche in Europa. Importante è capire che fra queste due rabbie esiste un legame. Ciò non significa confondere le vittime coi boia, significa solo rendersi conto che, se vogliamo capire il mondo in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista.
Non si può capire quel che ci sta succedendo solo a sentire le dichiarazioni dei politici, costretti come sono a ripetere formule retoriche, condizionati a reagire alla vecchia maniera a una situazione completamente nuova e incapaci di ricorrere alla fantasia per suggerire ad esempio che, invece di fare la guerra, questo è il momento di fare finalmente la pace, a cominciare da quella fra israeliani e palestinesi. Invece guerra sarà” (Lettera da Orsigna).
Se noi davvero crediamo nella santità della vita, dobbiamo accettare la santità di tutte le vite. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione. Fermiamoci, riflettiamo, prendiamo coscienza, facciamo ognuno qualcosa. Nessun altro può farlo per noi. Dobbiamo capire, convincersi, credere, che l’unica via d’uscita possibile dall’odio, dalla discriminazione, dal dolore è la non violenza.
La violenza brutalizza non solo le sue vittime, ma anche chi la compie. Solo l’Amore genera Amore. “Bonum est diffusivum sui”. L’Amore di per sé si espande.

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