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Venerdì, 05 Dicembre 2014 23:21

Creare ponti

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Papa (padre) e Pontefice (colui che costruisce i ponti tra popoli diversi, tra culture diverse, tra conoscenze diverse, tra religioni diversificate, tra esistenze diverse, ponti d’amore, di comprensione verso l’essere umano, contro ogni emarginazione), due parole che si addicono perfettamente al Vescovo di Roma Francesco.
Milioni di persone gli riconoscono appropriati i due vocaboli, in quanto vedono in Francesco un padre e un costruttore di ponti. Queste due parole non valgono soltanto per il vescovo di Roma, esse dovrebbero appartenere a tutti gli uomini in modo particolare a chi ha generato dei figli.
La paternità racchiude in sé il dono della vita, dell’altruismo, dell’amore senza confine e l’altra parola Pontefice ne specifica le modalità. Un padre non è tale se non costruisce in continuazione ponti con i suoi figli. Non dà soltanto la vita, ma quel seme che ha piantato lo cura, lo protegge, lo educa, lo ama, per cui un padre che non ama i suoi figli e non costruisce ponti con le sue creature è un patrigno, un padrone.
Non è facile oggi riscontrare nella nostra “civiltà” occidentale la paternità, la fratellanza, l’amore, tanto meno trovare uomini disposti a costruire ponti tra di noi. È sotto gli occhi di tutti l’opposto di queste due parole. Aumentano sempre
di più i patrigni e i distruttori di ponti. La guerra, la miseria, la fame spingono quotidianamente povera gente a imbarcarsi su piccole barche e affrontare un lungo viaggio, sbarcando sulle nostre coste o morendo in mare. Chi riesce ad arrivare spera di trovare una terra migliore che gli offra un lavoro e un’integrazione nella società. Questo continuo flusso di immigrati è destinato a crescere nei prossimi anni e non vi è dubbio che crea gravi problemi, ma ciò che crea più preoccupazione è sicuramente il fatto che molti di questi immigrati sono clandestini e vivono in condizioni degradanti, sfruttati, costretti a prostituirsi, a spacciare droga. Tutto ciò non è più chiamato schiavismo, ma le condizioni sono le stesse. Le persone sono vendute come oggetti, costrette a lavorare gratis o per una paga minima, a vivere molto peggio degli schiavi, che erano merce buona da trattare bene. Questa nuova schiavitù, voluta dalle organizzazioni criminali, usa gli emigranti come merce usa e getta, tanto arriveranno ancora altri schiavi da sfruttare. Non diversamente da come si sono spesso trovati tanti nostri connazionali quando, nelle loro stesse condizioni lasciarono l’Italia.
Si dimentica la nostra storia. “Tra il 1860 e il 1885 sono state registrate più di 10 milioni di partenze dall’Italia. Nell’arco di poco più di un secolo un numero quasi equivalente all’ammontare della popolazione che vi era al momento dell’Unità d’Italia (23 milioni nel primo censimento italiano) si trasferì in quasi tutti gli Stati del mondo occidentale e in parte del Nord Africa.
Si trattò di un esodo che toccò tutte le regioni italiane. Tra il 1876 e il 1900 interessò prevalentemente le regioni settentrionali, con tre regioni che fornirono da sole circa il 47% dell’intero contingente migratorio: il Veneto (17,9%), il Friuli-Venezia Giulia (16,1%) ed il Piemonte (13,5%). Nei due decenni successivi il primato migratorio passò alle regioni meridionali, con quasi tre milioni di persone emigrate soltanto da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, e quasi nove milioni da tutta Italia”.
Di contro il colonialismo italiano ebbe inizio nel 1882 su 4 territori d’Africa (la Libia, la Somalia, l’Etiopia, l’Eritrea) e sull’Albania. In Cina vi fu una piccola colonia a Tientsin”. Non esiste l’emergenza immigrazione ma l’emergenza di fraternità. Forze occulte (capitalismo sfrenato) impongono un detto latino “Mors tua vita mea”, la tua morte è vita per me.
Siamo tutti contro tutti. L’antico male italiano inizia dagli Orazi contro i Curiazi e si completa sempre con il motto: “Divide et impera”, dividili così comanderai. Gli schiavi di oggi, inoltre, hanno un bassissimo costo d’acquisto. Questo mercato è alimentato dalla fortissima necessità di emigrare o di migliorare la propria condizione di vita; perciò gli sfruttatori “usano” queste persone finché sono giovani e forti e poi le abbandonano trovando molto facilmente “merce” più fresca.
È vero che la situazione italiana è gravissima. Il Papa ha parlato di terza guerra mondiale. Ma l’Italia non diventerà un paradiso in terra scacciando chi fugge dalla guerra e dalla fame. Non saranno i respingimenti di massa come fece Maroni e come vuole Matteo Salvini a far ripartire la nostra economia, ma soltanto l’onestà di tutti gli italiani iniziando dai politici. Sarà sufficiente che ogni cittadino crei ponti verso chi ha di meno e veda nell’altro non un nemico da eliminare ma un fratello con cui condividere i beni che madre terra ci dona.
Il 9 giugno 2014 Papa Francesco riunì in vaticano Abu Mazen Shimon Peres e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, in quella occasione disse: “Bisogna dire sì all’incontro e no allo scontro, sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza”. Ho vissuto nella giovinezza l’orrore del fascismo, del razzismo, della caccia all’ebreo, al diverso, allo straniero. Mi ritrovo nella vecchiaia a rivivere, come un film già noto, le stesse angosce e con il desiderio (cattivo) di fuggire da questa mia terra che amo intensamente.
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