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Venerdì, 01 Ottobre 2004 06:00

Venti anni a Novara per tornare alle origini

Scritto da p.Ennio Staid
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Il prossimo ottobre sono venti anni da quando i domenicani sono tornati a Novara, città da cui mancavano dalla soppressione napoleonica degli ordini religiosi. Fatto abbastanza singolare per la nostra famiglia religiosa, in quanto da venti anni a questa parte, non si fa altro che chiudere conventi. Si è chiuso: Trino Vercellese, Carmagnola, Modena, Vercelli, Poirino, Bologna San Ruffillo parrocchia e San Ruffillo collegio, Padova Collegio San Domenico, e forse si dovranno ancora chiudere altre case.
 Il motivo che sento ripetere è sempre lo stesso: non abbiamo più vocazioni e i religiosi rimasti sono vecchi e molti anche malati. Questa risposta non mi soddisfa. Mi sembra di sentir parlare delle vecchie signore, una volta bellissime, che per paura di sciupare la loro beltà non hanno messo al mondo dei figli. Signore troppo attente al loro passato glorioso tanto che per conservarlo più a lungo possibile vanno dal chirurgo e si fanno tagliare pezzi di pelle credendo così di ritrovare l'antica beltà. Voglio dire che non si vince una guerra ritirandosi ma attaccando. Non serve chiudere i conventi ma è necessario aprirne di nuovi senza pensare alle "Beltà" antiche. E' necessario ritornare, come suggerisce il Concilio Vaticano II, alle origini. I giovani non vengono più perché spesso sentono puzza di morte, perché si ha paura di ritornare a quelle origini in cui tutti si sentivano costruttori della comunità, in cui si viveva nella effettiva povertà, perché non ci si vergognava di mendicare. I frati vivevano l'oggi di Dio e se guardavano in avanti intravedevano soltanto la misericordia di Dio e l'entusiasmo dei fratelli.
 Con questo spirito e con il coraggio che viene dalla fede oggi stanno nascendo nuove comunità che non hanno il peso della storia, che iniziano, come noi dal nulla, senza grande rumore, senza denaro, senza appoggi particolari, senza uomini di grido ma con l'unico desiderio di vivere in comunione stretta, come amici e fratelli carissimi, l'ideale che si ha. Comunità che non hanno bisogno di dimostrare glorie passate o strade riservate a personaggi eletti per censo, per cultura o per antichi fasti. Comunità di piccole dimensioni. Modeste famiglie di fratelli che si amano e si stimano.
Non sarebbe giusto e conveniente fermarci e porci delle domande?
Interrogativi, che in questi ultimi anni, mi sono posto, non soltanto per i religiosi frati e suore, ma anche per le tante Diocesi senza preti, e con i seminari vuoti. Interrogativo doloroso vedendo tante chiese, una volta ricolme di popolo, ormai frequentate da una minoranza di persone anziane.
Tempo fa scrivevo parlando dei tanti giovani che cercano in altre religioni di soddisfare il loro bisogno di trascendenza: "Il bitume che asfalta le strade di questi Romei del nostro tempo è il bisogno di soprannaturale. Vogliono riprendersi quella parte dello spirito troppo a lungo mortificata. Sono diffidenti delle dottrine troppo sistematiche e contrari ad istituzioni che continuano a dettare principi e regole formulate tra l'altro con linguaggi incomprensibili e con schemi di una logicità tanto lontana dalla provvisorietà e dalla fragilità in cui essi invece si muovono. Il pane offerto dalle istituzioni lo trovano duro, difficile da digerire. Forse hanno bussato timidamente o con violenza alla porta di una chiesa che avrebbero voluto spalancata, pronta ad affrontare il rischio del mare agitato, cercando di avere a bordo Colui che comanda al mare e ai venti, ma l'hanno trovata chiusa. Questo nostro secolo ha dato a tutti, nel bene e nel male, il gusto della libertà e ciò che sa di costrizione e viene presentato come l'unico pane dà fastidio ed è rifiutato, soprattutto quando chi lo propone, per primo, mostra di non gradirlo. E' molto facile smascherare un semplice venditore di Dio da un innamorato. Molti giovani cercano silenzio, preghiera autentica, amore che si incarna, amore che coinvolge ed impegna in prima persona sentono come Abramo il comando di lasciare la propria terra, le sicurezze acquistate per iniziare una avventura con Colui che non ha né nido né tana. D'altronde il Dio di Gesù Cristo non è facilmente collocabile nelle nicchie che per secoli gli sono state edificate. Forse i giovani cercano una festa che è stata loro sempre promessa e spiegata, ma poche volte celebrata. Le nostre famiglie religiose, come tante parrocchie, hanno tutti gli strumenti per organizzare una festa: c'è lo Sposo, vi sono gli invitati, i regali, i musici; ma la festa, quella che rende lieto il cuore, non è stata per costoro mai piena e gli invitati alle nozze sono sembrati loro più spesso spettatori che attori. Quante "feste" o "cene" del Signore senza gioia!" ("Perché in India", Inter Linea editore, pag 10)
Per lunghi anni ho fatto il promotore del Rosario ed ho avvicinato migliaia di bambini e di giovani. Se escludo, forse un centinaio di questi che ancora si gloria di pregare con il Rosario, i più non solo non pregano con la santa corona, ma non vivono la vita della Chiesa, non frequentano la Santa Messa, si disinteressano di tutto ciò che riguarda la fede e la morale. Dove ho sbagliato? Cosa potevo dare di più e non ho dato? Domande che ogni cristiano, non solo un prete, deve farsi.
L'unica giustificazione che ho trovato è stata la impossibilità concreta di seguire, da solo, il cammino di tanta gente. Difficoltà comprensibile soprattutto se si parla di giovani per cui è necessaria una attenzione particolare.
 E' stato in quel lungo periodo della mia vita che ho iniziato a far collaborare con me quanti più laici potevo, spiegando che ogni cristiano, con il Battesimo è Sacerdote, Profeta e di stirpe regale. Capivo che dovevo coinvolgerli nella missione che l'Ordine mi aveva affidato. Nascevano così, in tante città, piccoli gruppi di bambini, di giovani o di adulti, che si impegnavano a pregare ed a vivere ciò per cui avevano pregato aiutandosi tra loro. Era un Rosario vivente dove ogni chicco ha un suo valore se rimane attaccato a quello che lo precede o lo segue. Ogni piccolo gruppo aveva un capo cordata (così io lo chiamavo) e tutti si rendevano conto della importanza di rimanere uniti nella preghiera e nell'azione.
Intanto mi convincevo sempre più che i grandi movimenti, le grandi parrocchie, i grandi conventi non potevano supplire al dono naturale della famiglia. Si possono infatti fare mille discorsi, illustrare in modo magnifico la fede che si professa, ma se il terreno della famiglia è arido, il fiore appena piantato non cresce. L'esempio che si ha davanti, tutti i giorni, vale più di mille prediche.
Inoltre in quel tempo avevo letto con passione le opere di Santa Teresa d'Avila e scoprii che la grande riformatrice del Carmelo non volle creare grandi comunità ma ne ha limitò il numero dei componenti. Se si superava quel numero si doveva aprire una nuova casa.
Il Rosario e la regola delle carmelitane mi hanno aiutato a riflettere ed a sognare piccole comunità. Dovevo fare nonun passo avanti ma uno indietro. Tornare alle origini. Non pensare alle grandi folle ma al piccolo gruppo. Tornare a quella Chiesa domestica, famigliare di cui parlava Paolo VI. Scoprivo che nei grandi conventi, nelle grandi parrocchie, c'è pericolo di essere soltanto dei numeri sul registro dei battezzati. Spesso hanno più la possibilità di nascondere che di mettere in luce un membro della comunità. Solo nel ristretto di una famiglia ci si accorge di tutti. Il piccolo nucleo è più facilmente governabile ed è più semplice per il "capo cordata", il padre, l'educatore, il superiore, trovare il tempo per uno o l'altro dei membri.
Anticamente ogni convento era organizzato come una famiglia e non chiedeva frati alla Provincia, così pure avveniva per le parrocchie che dovevano da sole sapersi governare. Ogni gruppo li "partoriva", li allevava, li faceva studiare e li seguiva passo passo fino alla piena maturità. Se poi il gruppo era sterile non aveva più ragione di esistere.
San Domenico soleva dire che il grano ammassato imputridisce. Convinto di ciò disperse i sui figli per il mondo, dando inizio ad un modo nuovo di seguire Gesù. Domenico volle i suoi figli mendicanti e sparsi, come il sale, nelle strade del mondo ed il convento era il luogo dove i religiosi con-venivano per riposarsi, studiare e ripartire di nuovo.
 L'esperienza mi permette di sostenere che dove lavorano due o tre fratelli che si stimano, si costruisce qualcosa, mentre spesso ho rilevato che dove la comunità si allarga è difficoltoso lavorare insieme. Nella comunità numerosa ogni religioso ha un compito e se uno fa l'economo tutti gli altri si disinteressano di economia, così se uno fa il cuoco nessuno si preoccupa della cucina. Così non avviene dove vive una piccola famiglia dove tutti sono chiamati a pensare a tutto. Nel piccolo gruppo chi non lavora è subito individuato e, se la mattina qualcuno non viene in chiesa a pregare, la sua assenza si nota e stride.
Gesù, non ha forse detto che ci riconosceranno da come ci amiamo? Non saremo dunque riconosciuti come suoi discepoli né dai miracoli che potremmo fare, né da come predichiamo, né dai libri che potremmo scrivere, o dalle cariche importanti che potremmo assumere, ma semplicemente: "Vi riconosceranno da come vi amate".
Vista dall'esterno una comunità, in cui non c'è questa unione, appare, più un albergo dove abitano brave persone, che una chiesa domestica. In questo caso non si è più "vincoli" ma "sparpagliati" come diceva Peppino De Filippo.
Abbiamo bisogno di unità di persone, unità non solo nella fede comune o sul progetto indicatoci dal Vangelo o dalla Chiesa, ma unità con delle persone concrete che si stimano e si amano, che non siano gelosi e tanto meno invidiosi dei doni che Dio dà agli altri membri della fraternità.
E' necessario ricordare sempre che si è in cordata!
Ad Agognate da venti anni c'è questo impegno che con l'aiuto di Dio cerchiamo di realizzare OGNI GIORNO!

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