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Martedì, 01 Giugno 2004 00:00

L'Agnello Pastore

Scritto da Irene Larcan
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IV DOMENICA DI PASQUA   anno C
At 13, 14.43-52
Ap 7, 9.14-17
Gv 10, 27-30

La liturgia di questa IV domenica di Pasqua è dedicata al tema del Buon Pastore in tutti e tre gli anni del ciclo liturgico. La metafora del pastore, radicata nell'esperienza degli "aramei erranti"quali furono i patriarchi di Israele,  esprime bene due aspetti apparentemente contrari e separati dell'autorità esercitata sugli uomini. Il Pastore è ad un tempo un capo ed un compagno. E' un uomo forte capace di difendere il suo gregge contro le bestie feroci, ma anche delicato verso le sue pecore, conoscendo il loro stato, adattandosi alla situazione, portandole sulle braccia, amando teneramente l'una o l'altra come una figlia. La sua autorità è indiscussa, fondata sulla devozione e sull'amore. Jahvè  ha con il suo popolo relazioni descritte come una vera parabola del buon pastore. Il Signore affida ai suoi servi le pecore che fa pascolare Egli stesso. Di fatto però i pastori di Israele si sono rivelati infedeli alla loro missione, pascendo se stessi invece del gregge.
E' questa la situazione del tempo di Gesù nella cui persona giunge a termine l'attesa del Buon Pastore ed Egli stesso delega ad alcuni una funzione pastorale nella Chiesa.
Moltissimi gli spunti di riflessione provenienti dalle tre letture.
Del brano di Atti degli Apostoli ritengo particolarmente suggestivi:
•   Il contrasto con i Giudei (gelosi dei loro privilegi di popolo di Dio e chiusi nei loro schemi mentali)
•  La predicazione ai Pagani (aperti all'annuncio della Parola e gioiosi e pieni di Spirito Santo)
•  "La Parola di Dio si diffondeva in tutta la regione"(v.49): nonostante la persecuzione e l'opposizione giudaica la Parola cresce e si diffonde. La Parola, il Verbo come dirà l'evangelista Giovanni, è diventata carne in Gesù e si manifesta agli uomini ed entra in dialogo con loro. Il nostro destino, la nostra vita si gioca infatti sulla parola scambiata: essa può fiorire in comunicazione, comunione e felicità, oppure abortire nell'incomunicabilità, nella solitudine e nell'angoscia. Come sottolineava qualche anno fa in una sua lettera all'Ordine P. Timothy Radcliffe per noi tutto dipende dalla parola che può generare verità e luce, libertà ed amore, dono e vita, oppure causare errore e tenebra, schiavitù ed odio, possesso e morte. E' così che il diffondersi della Parola suscita nei discepoli  (in chi ascolta ed accoglie) gioia e pienezza di Spirito, mentre nei Giudei solo gelosia e chiusura/esclusione.

Il Vangelo di questa domenica è un brevissimo brano dal capitolo 10 di Giovanni. Per contestualizzare il tema del Buon Pastore sarebbe utile leggere tutto il capitolo 10 ed anche il 9 con la guarigione del cieco nato che porta avanti il contrasto tra Gesù e le autorità religiose di Israele.
Il discorso di Gesù, che si autorivela come Pastore bello è inserito in occasione della festa di Hannukkah o della Dedicazione del Tempio (165 a.C. al tempo di Giuda Maccabeo) durante la quale la liturgia del Tempio faceva leggere il cap.34 del libro del profeta Ezechiele, che presenta la figura del Pastore-Messia. Vista l'incapacità dei capi, politici ma soprattutto religiosi, di guidare e custodire il gregge loro affidato, Jahvè stesso assumerà la direzione del suo gregge e l'affiderà al Messia.
"Io sono il Buon Pastore; conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. E offro la mia vita per le pecore"(Gv.10, 14-15)
Il verbo conoscere, così caro all'evangelista Giovanni, indica una relazione, un rapporto interpersonale e vitale da costruire, non una conoscenza astratta ma una relazione esistenziale. E' proprio di tale comunicazione tra persone amiche che si parla nel testo, tra il pastore e le pecore e tra le pecore ed il pastore. Conoscere qualcosa significa averne esperienza concreta, come si conosce la sofferenza (Is. 53, 3) ed il peccato (Sap.3, 13), la guerra (Gdc.3, 1) e la pace (Is.59,8). Nella conoscenza religiosa tutto comincia per iniziativa di Dio: prima di conoscere Dio si è da lui conosciuti.
Dopo essersi presentato come la porta delle pecore ed il loro pastore, Gesù ha interrotto il discorso. Ma i suoi avversari non si accontentano di allegorie ed insistono per una dichiarazione esplicita: "Se tu sei il Messia, diccelo francamente!"(Gv.10,24). Per tutta risposta Gesù si limita a descrivere l'atteggiamento che le pecore devono avere nei suoi confronti: devono credere, ascoltare la sua voce, essere conosciute e seguirlo. Solo così nessuno potrà rapirle dalla sua mano: Accoglienza della Parola; consapevolezza dell'iniziativa di Dio = sapere che ci chiama per nome, che non siamo un numero nel suo amore; seguirlo, mettersi dietro di Lui e fare quello che Lui ha fatto. E' il nuovo modo di vivere del cristiano.
"Io ed il Padre siamo una cosa sola"(Gv.10, 30)
Così risponde Gesù agli avversari, i Giudei, Farisei e sacerdoti che lo interrogano. Il processo a Gesù iniziato nella sua prima venuta al Tempio (2,13) culmina in questa quarta venuta in cui, dopo la guarigione del cieco nato, Gesù con queste parole fornisce loro il motivo della condanna: è un bestemmiatore! Questa unità tra il Padre ed il Figlio è la fonte della nostra comunione con Cristo e con i fratelli.        
Che cosa attendevano da Gesù-Messia i Giudei? Che Egli si inserisse in un quadro prestabilito, in una mentalità preordinata: anche noi attendiamo un "Salvatore”secondo i nostri schemi mentali?

"L'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro Pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita"(Ap.7,17)
Ritorna anche nel brano dell'Apocalisse l'immagine del pastore. Ma chi è questo Pastore che guida  alle fonti della vita? Al centro dell'immensa scena popolata da "una moltitudine che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua"è collocato l'Agnello, Cristo. Egli concentra su di sé l'intero simbolismo pastorale: è Agnello e Pastore, è capo e corpo della Chiesa.
La funzione dell'Agnello per la moltitudine degli eletti è ripetutamente definita: Egli ha lavato le loro vesti rendendole candide con il suo sangue. La veste è segno della nuova realtà di una persona ed il candore denota partecipazione alla sfera divina. Ritorna così il tema della piena intimità con Dio, testimoniata anche dall' altra azione dell'Agnello nei confronti dei suoi eletti: Egli "stende la sua tenda"su di loro (la tenda e la presenza di Dio in mezzo al suo popolo nell'Arca di Israele e nella carne di Cristo erano i due cardini dell'AT e del NT). La tenda avvolge in pienezza l'assemblea degli eletti così da vincolarli al loro Salvatore.

Dall'analisi di queste letture mi sembra evidente il messaggio per noi: si pensava al tempo di Gesù, si pensa oggi e si penserà domani a Dio ed al suo Messia come a qualcuno che si impone su tutti, con una forza capace di vincere ogni potere avverso, compresa la malattia e la morte. Gesù presenta invece un Dio ed un Messia che non corrispondono alle attese umane ed ai nostri timori: è Signore in quanto servo, è Pastore in quanto Agnello, è Salvatore in quanto dà la vita.
Ci salva mostrando chi è Dio per noi e chi siamo noi per Lui: Dio è Padre che ama e noi suoi figli amati nel Figlio, che si fa nostro fratello nonostante ogni nostra resistenza e rifiuto.
Ma credere o meno è un atto di libertà in cui decidiamo quale fondamento scegliere per la nostra esistenza. L'uomo comunque vive di fede e crede in ciò a cui affida la sua vita, si tratti di cose, idee o persone. Se non si affida a chi dà la vita, si affida ai suoi idoli, che gliela tolgono.
La nostra vita sarebbe diversa se sapessimo ascoltarci, riconoscerci, prenderci cura gli uni degli altri, grandi ma soprattutto piccoli, che incontriamo nel nostro cammino. Ma non è così, e nel frattempo moriamo di sete mentre restiamo schiacciati dalle ingiustizie, dalle oppressioni che altri operano nei nostri confronti e che noi operiamo con gli altri.
Vi lascio con una domanda, la stessa che ha percorso la faticosa preparazione di questa mia lectio: Chi è per noi il pastore che ci chiama per nome, che ci conduce per mano, chi è colui di cui ascoltiamo la voce e che seguiamo? E' il capo che esercita il suo potere o l'agnello che dà la sua vita per noi e al nostro posto?                                                                                               
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