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Domenica, 01 Marzo 2009 00:00

Buchi e rammendi

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“Un chassid del Veggente di Lublino decise un giorno di digiunare da un sabato all’altro. Ma il pomeriggio del venerdì fu assalito da una sete così atroce che credette di morire. Individuata una fontana, vi si avvicinò per bere. Ma subito si ricredette, pensando che per un’oretta che doveva ancora sopportare avrebbe distrutto l’intera fatica di quella settimana. Non bevve e si allontano dalla fontana. Se ne andò fiero di aver saputo trionfare su quella difficile prova; ma, resosene conto, disse a se stesso: “E meglio che vada e beva, piuttosto che acconsentire a che il mio cuore soccomba all’orgoglio”. Tornò indietro, si riavvicinò alla fontana e stava già per chinarsi ad attingere acqua, quando si accorse che la sete era scomparsa. Alla sera, per l’apertura del sabato, arrivò dal suo maestro. “Un rammendo!”, esclamò lo zaddik appena lo vide sulla soglia.”
 Questo racconto chassidico è tratto da quel delizioso libricino di Martin Buber che è “Il cammino dell’uomo”; l’autore commenta la sentenza dello zaddik precisando che non si tratta del rimprovero di un rabbi integralista… “oggetto del biasimo è il fatto di avanzare e poi indietreggiare; è l’andirivieni, il procedere a zigzag dell’azione che è opinabile. L’opposto del “rammendo” è il lavoro fatto di getto. Come realizzare un lavoro in un sol getto? Non in altro modo che con un’anima unificata” In sostanza il fallo del discepolo sta appunto nell’aver voluto intraprendere una faticosa lotta spirituale senza un’anima unificata... Un po’ come chi presumesse di costruire un ponte con mattoni, sabbia e acqua e poi visti i crolli cercasse di correre ai ripari con la calce. “Ma significherebbe fraintendere completamente il significato di “unificazione dell’anima” il tradurre il termine “anima” diversamente da “l’uomo intero”, corpo e spirito fusi insieme. L’anima è realmente unificata solo a condizione che tutte le forze, tutte le membra del corpo lo siano anch’esse. Il versetto della Scrittura: “Tutto ciò che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze!” il Baal-Shem lo interpretava così: “quello che si fa, va fatto con tutte le membra”, cioè: bisogna coinvolgere anche tutto l’essere corporale dell’uomo, nulla di lui deve restare fuori. Quando l’uomo diventa una simile unità di corpo e di spirito insieme, allora la sua opera è opera d’un sol getto.”
Questo non ricorda magnificamente anche a voi San Domenico e i suoi nove modi di pregare?
Ora non è mia intenzione dilungarmi sulla personale distanza che mi separa da questa unità interiore: son tutto un rammendo io, questo è sicuro, ma se c’è una cosa, credo, che può davvero imbrogliarci, è proprio l’ansia di perfezione! Infatti non ho mai dato molto credito a quelle “tecniche” che si prefiggono questi obbiettivi: si possono chiamare coi nomi più affascinanti, ma infine sempre di tecniche si tratta. Possono essere utili forse, ma mai quanto la grazia!
Sudando sopra un manualetto universitario di filologia, un giorno ho pensato che il lavoro di Dio altro non fosse che il lavoro di un grandissimo filologo sempre intento a ritrovare e a ricomporre la sua opera originale partendo dalle nostre migliaia di frammenti dispersi, nello sforzo di ripulirla da quella stratificazione di errori e sciocchezze che tutti ci portiamo dietro. Giovanni chiama Cristo “il Verbo”, lui potremmo dire che è l’originale a cui ritornare, autografo ed “edizione critica” insieme (ricomposto dallo Spirito Santo)
Invece mi trovo davanti un fatto di cronaca tristissimo: in un terribile incidente sul lavoro (uno dei tanti purtroppo, solo un po’ più disastroso) perdono la vita diversi operai in una grande fabbrica dove non veniva rispettata nessuna norma di sicurezza… C’è un processo: i parenti delle vittime si costituiscono parte civile, probabilmente cercano giustizia più che vendetta. I loro cari lavoravano in quella fabbrica ed essi si sentivano tranquilli e orgogliosi: “Sai mio fratello lavora lì…” Dicevano…Ora le loro vite sono distrutte, frantumate come i loro progetti.  In tribunale si presentano tutti con le foto dei loro cari stampate sulle magliette… Questo mi fa storcere un po’ il naso, mi sembra troppo televisivo: non assomiglia a una delle tante manifestazioni di quel bisogno di esternarsi che riempie i salotti tv e alimenta altri tormentoni mediatici? Ma forse è solo la manifestazione di un tremendo senso di colpa. Quale? Ma quello di chi sente improvvisamente di non aver protetto la persona amata e ora teme di non riuscire nemmeno a ottenere giustizia per salvare almeno la sua memoria. Questa tragedia non ha solo sconvolto i loro affetti e i loro progetti, ma le loro stesse vite: qualcuno confessa che in famiglia non vanno più d’accordo fra di loro, non riescono più a ricostruire le loro vite, a riprendere il lavoro... Si rompono fidanzamenti… Una tragedia nella tragedia!
Non so perché, ma questa vicenda mi ricorda terribilmente la condizione dei discepoli di Gesù dopo la sua morte: anche loro erano fieri di Lui, del loro Maestro, avevano fatto tanti sogni su di Lui e poi viene la tragedia, una tragedia forse troppo annunciata… Al suo arresto inizia la dispersione: “Noi credevamo…” “Noi speravamo…” Forse dietro gli sguardi delusi affiorano anche le reciproche accuse..(del tipo: “neanche tu hai fatto nulla per salvarlo”). Sotto la croce l’evangelista Giovanni metterà la Madre di Gesù e “quel discepolo che Egli amava”, ma non è certo lavoro di cronista il suo.  Vaneggiamenti saranno ritenuti dagli apostoli le testimonianze delle donne al sepolcro e quando il Risorto in persona apparirà loro, essi  spaventati lo crederanno sulle prime un fantasma venuto forse a tormentarli, a mettergli il sale nella piaga… Giovanni ci ricorda che la prima apparizione del Risorto avviene “mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei”. Timore forse è un eufemismo!
Sarà poi Gesù invece a farsi mettere il dito nella piaga dopo aver detto loro ancora una volta “Pace a voi”.
Posando lo sguardo (qualcuno anche le dita) su quello squarcio che rivela il cuore, aperto da mani a loro non troppo estranee, ecco che anche i loro rammendi non hanno più senso: non c’è più niente da rammendare, il buco è troppo grosso e ancora una volta sulla scena rimangono solo in due: la miseria e la misericordia.
Infatti l’Apostolo Paolo ci dice che se Cristo non è risorto, è vana la nostra fede e noi siamo ancora nei nostri peccati (1Cor 15,17).  Infatti è proprio il Verbo che ci dice: “Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde” (Mt 15,30).  Alla fine non c’è tecnica o “religione”* che tenga ed è unificato, salvato solo chi come Maria è disposto ad incontrare proprio il volto di quel crocifisso lì e a lasciarsi stracciare l’anima a brandelli.
* da “religio” (legare assieme, di nuovo; raccogliere insieme)

P.S.  Pare che tempo fa in Nigeria sia accaduto un fatto per noi occidentali assolutamente incomprensibile: una voragine enorme si porta via un pezzo di strada sulla Oguta Road nella desolata periferia di Onitsha e incredibilmente intorno a quella voragine sorge un quartiere vivacissimo che trae vita proprio da quel buco: prima arrivano braccianti e torme di ragazzini disposti a trasportare carichi e camion oltre il buco, poi proprietarie di cucine portatili, venditori di sigarette, di bibite, poi sarti, barbieri, ciabattini... Pure qualche ciarlatano guaritore! Poi risorgono officine meccaniche, sorgono Hotel per offrire pernottamento agli autisti in attesa (forse anche qualche “svago” tanto per ammazzare il tempo). Se andate da quelle parti forse adesso il buco non ci sarà più, ma se ci fosse ancora, non vi venga in mente di dire… “Ma perché non riempite il buco?” Non si sa mai! Potrebbe esserci anche qualche killer lì per caso… tanto per ammazzare il tempo. (se ne volete sapere di più potete leggervi “Ebano” del compianto reporter polacco Ryszard Kapuscinsky, Feltrinelli, 2002, pp.255-261).

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