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Domenica, 01 Marzo 2009 00:00

Essere apostoli: una vita non un lavoro

Scritto da Irene Larcan
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(Pubblico volentieri questa lettera di Guido, quasi fosse un articolo, perché mi sembra capace di dire con semplicità e attraverso l’esperienza personale, con le diverse tonalità di uno stato d’animo “al lavoro”, il senso e la passione del laico domenicano. Guido scrive a me, ma io la giro a tutti voi perché so che spesso la storia di ogni uomo sa comunicare più di tante teorie e principi)

Ciao Irene,
..finalmente è arrivato Dominicus (la rivista della Provincia San Domenico in Italia, ndr) e questo numero in particolare mi ha colpito per come sottolinea l’importanza di rendere ragione non solo della speranza che è in noi, ma soprattutto della coerenza con il nostro essere cristiani, coerenza sempre più sfaldata, erosa da una società ormai laicizzante.
La Chiesa è sempre più vista come un obsoleto palafreno, facendo ricadere sull’istituzione tutta una serie di problematiche, di conflitti che non le appartengono, pratica decisamente più facile ed economica rispetto ad un reale esame di coscienza.
È vista solo in funzione di quelli che vengono chiamati paletti e che in una società come la nostra non dovrebbero nemmeno sussistere, a detta di coloro che riescono a non farsi indottrinare o imbambolare dalla Chiesa. Io ho due colleghi così.. uno fondamentalmente gnostico.. l’altro disilluso, convinto in passato che la preghiera funzionasse come merce di scambio (io prego tanto e voglio tanto…), le sue richieste non hanno trovato accoglienza (secondo lui) e questo l’ha portato a diventare un mangiapreti. A volte mi ritrovo a discutere anche per nove ore al giorno con questi elementi difendendo la mia posizione di cristiano, credente, praticante... ci sono delle volte che non è affatto facile.
E qui mi ricollego all’importanza di quello che hai (avete) scritto in merito alla formazione, memore anche delle parole dell’Aquinate: “..studiare fa parte della gioia di essere pienamente vivi…”. Personalmente  porto avanti questo modo di pensare da ben prima che facessi i primi passi all’interno dell’Ordine: è il modo in cui siamo cresciuti in parrocchia, ed è il modo in cui ci aveva formati all’epoca fra Giovanni Allocco. Il  formarci è la cosa più normale, quello che dovrebbe essere il programma di studi per l’anno di noviziato per me in realtà è stato tutto materiale che mi ha permesso di fare discernimento, per capire se era veramente ciò verso cui mi sentivo chiamato. La  Regola quindi è la prima cosa con cui mi sono confrontato e i testi di p. Lippini e del Vicaire mi sono serviti non solo a conoscere meglio il nostro padre Domenico, ma a mettermi anche in discussione sul passo che sentivo (e sento) di dover intraprendere (il tutto sempre in confronto continuo con Cinzia, mia moglie).
Vivo la formazione come qualcosa di necessario, di indispensabile per poter offrire in qualche maniera un servizio: quello che imparo mi sforzo di metterlo in pratica con la condivisione e con il servizio. Sono convinto che lo studio ci serva non tanto per far vedere quanto sappiamo, o la capacità che abbiamo di affrontare certi argomenti difficili, ma bensì a spaccare gli argomenti difficili in modo da trasmetterli in maniera più facile e comprensibile a chi ci sta attorno: vivo in continuazione questa situazione a catechismo. Faccio il catechista ormai da molti anni e da alcuni sono diventato responsabile e quindi mi è stato affidato l’incarico di fare catechismo anche ai miei catechisti e mi accorgo dell’importanza che ha non il far vedere quanto so, ma il come lo trasmetto.
Ho appena incominciato una nuova sfida, i nostri scout non hanno la guida spirituale e quindi ho iniziato a collaborare con loro (non come guida, non è mio compito) nella formazione, e ho iniziato a fare liturgia al Reparto (11-16 anni): difficilissimo.. ma bellissimo! Dopotutto il nostro primo compito è seminare.. spetterà ad altri raccogliere.
Riuscire a cogliere la bellezza dello straordinario in quello che in realtà appare solo come ordinario.
Quello di cui mi sto accorgendo, confrontandomi anche con realtà di altre parrocchie è la difficoltà di mettersi in formazione: il tutto viene sempre demandato ai presbiteri, loro sono i depositari della cultura e della fede, noi marionette e questo mi porta spesso a “scontrarmi” con queste mentalità. Come cristiano, prima di tutto e come Domenicano sento il bisogno di non essere una semplice pedina, ma come dice anche in questo caso san Tommaso “Istruire qualcuno per condurlo alla fede è il compito di ogni predicatore e anche di ogni credente”, diventa quindi naturale e normale formarsi per portare la Parola, essere apostoli significa avere una vita non un lavoro. Parlo prettamente della catechesi perché è il mio ambito insieme alla liturgia, ciò non toglie che questo sia il mio comportamento e il mio atteggiamento tutti i giorni anche nella vita comune. Faccio tesoro di quello che s. Domenico diceva ai primi predicatori: “andate con sicurezza, perché il Signore vi darà le parole da dire e sarà con voi e non vi mancherà nulla”, ed è quello che p. Mario, l’attuale parroco, ci ricorda ogni volta: “lasciate che lo Spirito soffi”.
Ti chiederai il perché di questo lungo monologo (o sproloquio?): per iniziare con te un confronto e un dialogo, uno scambio di vedute, un modo anche questo di fare formazione e crescere.
Sperando che queste parole di fra Timothy Radcliffe ci accompagnino sempre nel nostro cammino e soprattutto nelle nostre riflessioni: “l’Ordine è sempre stato fiorente quando abbiamo vissuto con la libertà di cuore e di mente di Domenico”.
Un continuo ricordo nella preghiera che nella distanza ci unisce e ci rende fratelli in Cristo e in Domenico.

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