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Giovedì, 01 Ottobre 2009 00:00

Il volto dell'uomo

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse:  «Dove sei?».  
Rispose:   «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura,
perché sono nudo, e mi sono  nascosto».
(Genesi 3, 9 - 10)

«Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. Così si nasconde ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Per sfuggire alla responsabilità della vita che si è vissuta, l’esistenza viene trasformata in un congegno di nascondimento. Proprio nascondendosi così e persistendo sempre in questo nascondimento “davanti al volto di Dio”, l’uomo scivola sempre, e sempre più profondamente, nella falsità. Si crea in tal modo una nuova situazione che, di giorno in giorno e di nascondimento, diventa sempre più problematica. È una situazione caratterizzabile con estrema precisione: l’uomo non può sfuggire all’occhio di Dio ma, cercando di nascondersi a lui, si nasconde a se stesso».  
Così Martin Buber (Il cammino dell’uomo) commenta il passo della Genesi citato all’inizio. La fuga da Dio e quindi da se stessi, dalla responsabilità e quindi da ogni relazione con l’altro è connessa con la storia dell’uomo, e mi pare  caratterizzi drammaticamente e veementemente anche, e forse ancor più di altre, la nostra epoca.
Un recente saggio dello psicanalista Luigi Zoja è intitolato La morte del prossimo. Nietzsche alla fine dell’Ottocento aveva parlato della “morte di Dio”, della scomparsa di ogni riferimento ultraterreno, oggi assistiamo alla fine di ogni relazione con l’altro uomo: se la globalizzazione,  i nuovi strumenti di comunicazione ci permettono di entrare in contatto con tutto il mondo, in realtà il nostro sguardo non incontra più nessuno, la distanza dagli altri aumenta fino a farli scomparire.
«L’uomo – scrive Zoja - cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale - è morto il suo Genitore Celeste - ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo».
In questo scenario della nostra attuale condizione umana, si colloca, come ammonizione  e nello stesso tempo come appello alla speranza, l’ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate. L’operato del Papa a volte sconcerta (si veda l’articolo di Theo Stoltenberg nel numero 49 dello scorso marzo), a me sembra, tuttavia che il suo insegnamento colga con chiarezza la questione dell’uomo oggi.
L’enciclica, come è noto, riprende la Populorum Progressio di Paolo VI per confrontarsi con le gravi questioni sociali ed economiche del nostro tempo. Nel far ciò getta luce sul volto dell’uomo, quale è voluto da Dio, e sulla nostra autentica destinazione.  Mi pare, a questo proposito, particolarmente pregnante il capitolo 53, che propongo alla vostra attenzione. In un tempo dominato dalla paura, dalla preoccupazione di mantenere le sicurezze acquisite e di difendere la propria identità, rinserrandosi in una fortezza, non solo in senso metaforico, il Papa ci ricorda che ogni chiusura non è al servizio dell’uomo, ci ricorda che l’uomo, nella prospettiva cristiana, non è una monade chiusa in se stessa,  ma è per sua natura in relazione con Dio e con gli altri uomini e soltanto nella vita di comunione può trovare la propria vita.

Dalla Caritas in veritate

«Una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare è la solitudine. A ben vedere anche le altre povertà, comprese quelle materiali, nascono dall’isolamento, dal non essere amati o dalla difficoltà di amare. Le povertà spesso sono generate dal rifiuto dell’amore di Dio, da un’originaria tragica chiusura in se medesimo dell’uomo, che pensa di bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero, uno “straniero” in un universo costituitosi per caso. […]
Paolo VI notava che “il mondo soffre per mancanza di pensiero”. L’affermazione contiene una constatazione, ma soprattutto un auspicio: serve un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l’interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l’integrazione avvenga nel segno della solidarietà piuttosto che della marginalizzazione. Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione. Si tratta di un impegno che non può essere svolto dalle sole scienze sociali, in quanto richiede l’apporto di saperi come la metafisica e la teologia, per cogliere in maniera illuminata la dignità trascendente dell’uomo.
La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio. L’importanza di tali relazioni diventa quindi fondamentale. Ciò vale anche per i popoli. È, quindi, molto utile al loro sviluppo una visione metafisica della relazione tra le persone. A questo riguardo, la ragione trova ispirazione e orientamento nella rivelazione cristiana, secondo la quale la comunità degli uomini non assorbe in sé la persona annientandone l’autonomia, come accade nelle varie forme di totalitarismo, ma la valorizza ulteriormente, perché il rapporto tra persona e comunità è di un tutto verso un altro tutto Come la comunità familiare non annulla in sé le persone che la compongono e come la Chiesa stessa valorizza pienamente la “nuova creatura” che con il battesimo si inserisce nel suo Corpo vivo, così anche l’unità della famiglia umana non annulla in sé le persone, i popoli e le culture, ma li rende più trasparenti l’uno verso l’altro, maggiormente uniti nelle loro legittime diversità».

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