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Lunedì, 01 Febbraio 2010 00:00

Ci scrivono

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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Caro fra Raffaele,
ho letto il suo articolo e mi è venuta qualche perplessità sulla questione dell’abito. Io non credo che si tratti di una questione di potere, ma di testimonianza. Portare l’abito è difficile e impegnativo, ma dà l’idea che ci sia ancora chi voglia spendersi per ideali elevati ed è un richiamo all’eterno, come certi tagli di luce che si creano tra le nubi o uno strappo di sereno in mezzo ai nembi.
Così, se, per assurdo, io fossi nominato “Maestro dell’Ordine per un giorno”, farei vendere ai conventi tutte le automobili (e comperare i migliori computer per studiare), perché i frati “scendano da cavallo”; in questo modo, viaggiando con l’abito in mezzo alla gente, sugli autobus strapieni come sui treni sporchi, i frati avrebbero l’occasione per farsi ancora più vicini e partecipi della vita della gente comune, iniziando chissà quante conversazioni fruttuose. Sarebbe un modo efficace per predicare, richiamare al rispetto dell’ambiente e, nel contempo, illustrare la povertà in un mondo che la rifiuta come una disgrazia.
Maurizio Duce Castellazzo

Ringrazio Maurizio per la sua lettera che apre un dibattito sulle considerazioni svolte da fra Raffele  nel suo saluto al laicato domenicano, in quanto nuovo promotore dello stesso, pubblicato nell’ultimo numero della Lettera agli Amci. In quel testo, tra l’altro, fra Raffaele  metteva in discussione l’importanza attribuita all’abito religioso, quasi fosse un mezzo per far rifiorire la vita dell’Ordine, e sottolineava che ciò che conta è solo “avere occhi diversi […]. Il resto, comunque vestito, è volontà di potenza”.
L’abito  - la talare per i preti diocesani - è entrato in crisi in concomitanza con  i cambiamenti avvenuti nella Chiesa e nella concezione del suo rapporto con il mondo, cambiamenti sanciti dal Concilio Vaticano II.
Oggi se ne torna a parlare, anche in relazione con nuovi cambiamenti, di carattere in parte diverso, che sembrano connotare se non la Chiesa in generale, parte di essa.
Anche se posso apparire legalista (un tratto che qualcuno spesso mi attribuisce), desidero partire da quanto stabilisce il Codice di Diritto Canonico. So che la legge è per l’uomo e non viceversa, essa tuttavia – o proprio per questo -  può aiutare a fare chiarezza. Al canone 669 si legge :“I religiosi portino l’abito dell’istituto, fatto a norma del diritto proprio, quale segno della loro consacrazione e testimonianza di povertà.”. La questione dell’abito mi pare riassunta tutta nella parola “segno”. Il segno invita ad accostarsi a ciò a cui rimanda, a condizione, però, che sia compreso da chi lo legge. Le parole sono segni e risultano significative soltanto per chi parla la lingua di cui fanno parte. Certo, un linguaggio straniero sconosciuto può stimolare la nostra curiosità e spingerci quindi ad aprire i nostri orizzonti, ma può anche semplicemente lasciarci nell’incomunicabilità.
Tutta la nostra vita è connotata di segni, non si dà esperienza umana che non lo sia.
Del resto, anche la scelta di non portare l’abito – così mi sembra che venisse per lo più argomentato – è  espressione di un desiderio di vicinanza con gli uomini.
Mi è difficile dare una risposta univoca alla questione dell’abito, credo che molto dipenda dal contesto, dalla situazione e dai motivi che spingono a portarlo o meno. Se l’abito vuole marcare la differenza di status tra il religioso e l’ “uomo comune”, facendo coincidere questa differenza con una superiorità, sia pur spirituale, e tradendo la comune appartenenza al popolo di Dio, anche a mio avviso, è  volontà di potere.
Ma l’abito può essere occasione per vivere lo sguardo diverso di cui parla fra Raffaele, per testimoniare la misericordia ricevuta e condividere la vita della gente comune, come scrive Maurizio. Durante la breve vacanza  per la festa dell’Immacolata sono andato a Treviso in treno; non distante da me, su un sedile dall’altro lato del corridoio, c’era una suora, davanti a lei si è poi seduta una giovane studentessa universitaria, che ha cominciato a parlarle delle sue crisi di fede e della sua ricerca di Dio. Penso che questa volta l’abito sia stato lo strumento  per un incontro.
Ho esposto solo alcuni miei pensieri; la questione, proprio per ciò che ha sullo sfondo, andrebbe approfondita, magari attraverso altri interventi dei lettori.

San Nazzaro Sesia, 7 gennaio 2010
Rev.mo caro Padre Staid,
              il Suo articolo “Il mio Dio è così povero” e il Suo augurio di Buon Natale sono “sublimi”!
Li ho letti e riletti, anche perché anch’io faccio parte della schiera degli “extra” all’alba delle mie ottantatrè primavere (se ci arriverò).
DirLe “GRAZIE” è veramente poco. Prego il Signore perché sia Lui a ringraziarLa (come vorrei, ma non so e non posso fare io).
Le assicuro il mio ricordo nel Rosario quotidiano.
GRAZIE, GRAZIE ancora caro Padre, e che “il Signor ti dia tant ben”” (come mi augurava la mia carissima nonna)
Con ossequio e tanta gratitudine
Anna Maria

Siamo noi grati alla signora Anna Maria per il suo costante ricordo, per la preghiera, che ci sostiene nel nostro cammino e per il bell’augurio, che inoltriamo a tutti per il nuovo anno

Carissimo Padre Ennio e carissima fraternità, ho tanto gradito i vostri auguri e mi affretto a farvi scrivere, per raccontarvi che avete colto nel segno, come sempre.
Mi trovo nelle condizioni di un”extra”, a cui Dio non ha rinunciato a manifestarsi e stargli vicino.
Egli mi alza e mi corica, mi veste e mi spoglia, mi lava e mi asciuga, ha sempre cura di me in ogni momento e condizione della mia vita e quanto è dolce lasciarsi servire da Lui! Anch’io ho ragioni di salute, solitudine, fatica povertà, emarginazione, che non è la mia parte peggiore perché c’è Lui sempre presente, attivo e operante, affettuoso e accogliente.
Ricambio con molto affetto i graditissimi auguri e spero di avervi compagno tra gli “extra”, cui Dio serve se stesso.
Affettuosamente
Don Giuseppe D’Andrea.

Grazie a Don Giuseppe per questa sua lettera, con la quale ancora una volta in modo stupendo ci dona la sua testimonianza di fede e ci annuncia il Vangelo.
In una condizione come la sua, segnata dalla perdita di ogni autonomia per la paralisi a cui da anni la malattia lo costringe, verrebbe da ribellarsi. Don Giuseppe ci parla del suo incontro con Cristo, vissuto nel prossimo che ha cura di lui.
Ricordo che molti anni fa, agli inizi della mia esperienza in comunità, gli esposi i miei dubbi, le mie incertezze sulla vita comune; mi invitò a non avere paura delle difficoltà; l’importante – mi disse – è comprendere  il posto in cui il Signore ci chiama a vivere e allora non c’è più nulla da temere.
Grazie don “Peppino” per le Tue parole di allora e di oggi, per la fedeltà al ministero a cui sei stato chiamato, per annunciarci l’Amore.

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