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Lunedì, 01 Febbraio 2010 00:00

Ancora black

Scritto da p.Domenico Cremona
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Nel numero precedente del giornalino di Agognate scrivevo riguardo alla situazione italiana e di alcuni italiani nei confronti degli immigrati. Alcuni lettori non hanno gradito certe espressioni offensive nei riguardi di alcuni politici (li definivo allucinati) che in nome della sicurezza, della giustizia, e dei diritti degli italiani, fomentano, con iniziative popolari e leggi nazionali, odio e razzismo nei confronti degli immigrati (senza distinzioni tra regolari, clandestini, rifugiati, profughi). Verso la fine dell’articolo scrivevo che “quando non si garantiscono i diritti fondamentali alle persone, e si pretendono solo dei doveri, prima o poi l’anomalia trova sfogo. E il segnale d’allarme viene da coloro che non resistono alla pressione subita”. Sebbene mi si accusi di ingenuità e superficialità - l’autore trasmette sempre nei suoi scritti ciò che è – i fatti come quelli accaduti a Rosarno purtroppo confermano questa mia superficialità, offrendo al lettore qualche elemento di completezza per la comprensione della realtà che ho cercato di descrivere in un articolo come “Black Christmas”. Ciò non significa che il mio spirito profetico è in attività, riuscendo così a dar ragione anche alla mia ingenuità. No, non si tratta di spirito profetico ma semplicemente cerco di sottrarmi ai luoghi comuni, alle facili soluzioni e alle pericolose provocazioni che fanno salire la pressione arteriosa e civile. La rivolta di Rosarno dello scorso 8 gennaio non è una novità: un episodio analogo è avvenuto il 12 dicembre 2008, quando due giovani (bianchi!) da un’auto in corsa sparano due colpi di pistola ferendo due lavoratori della Costa d’Avorio, provocando la ribellione di 300 africani. Analogamente, anzi in forma decisamente più grave, possiamo ricordare i 6 africani uccisi a colpi di kalashnikov a Castelvolturno nel settembre 2008 con successiva rivolta...
Rivolte o ribellioni come risposta non solo alle disumane condizioni di vita che queste persone sono costrette a vivere, ma soprattutto allo sfruttamento e alle violenze subite da parte delle organizzazioni mafiose. Rosarno è uno dei tanti paesi agricoli del Meridione dove gli immigrati sono sfruttati, sottopagati, umiliati dal forte potere della criminalità organizzata. Stranieri regolari ed irregolari che hanno ancora il coraggio di ribellarsi ai sistemi mafiosi, quel coraggio che la maggioranza degli italiani ha perso o ha scelto di perdere.
Se poi consideriamo la commistione tra politica e organizzazioni mafiose, queste manifestazioni di ribellione sono rivolte anche alle istituzioni, o meglio, all’assenza delle istituzioni. La soluzione? Ingenua e superficiale come i miei articoli: spostiamo gli immigrati di Rosarno altrove, come abbiamo fatto per la spazzatura a Napoli; poi qualche dibattito televisivo altrettanto superficiale; poi il silenzio e l’oblio. L’informazione dopo 3 giorni non ne parla più, lo Stato ha risolto tutto e può nuovamente assentarsi e i sistemi mafiosi possono continuare indisturbati a sfruttare e a ridurre in schiavitù gli immigrati. E anche noi torniamo alla nostra indifferenza non più molestati da quelle immagini di negri ribelli viste a Rosarno. Fino al prossimo evento drammatico.
Inserisco in questo spazio alcuni stralci della conferenza di Rita Borsellino del 28 novembre 2009 a Bari, in occasione dell’annuale “Giornata dell’impegno e della solidarietà” organizzata dalla Commissione Giustizia Pace Creato della Famiglia Domenicana.
(Coloro che desiderano la trascrizione integrale possono richiedermela)
Legalità e educazione alla cittadinanza: un impegno per soli eroi?
“Laddove ci siano bisogni fondamentali che non vengono soddisfatti da parte degli amministratori, la mafia si sostituisce, e lo fa in modo efficace proprio per la mancanza di attenzione a questi problemi.” (Rita Borsellino)
Borsellino e Falcone non sono stati eroi, erano cittadini e professionisti con un alto spessore etico della vita, che hanno combattuto per la giustizia e la legalità, e quindi per ciò in cui credevano, a favore di ciò che amavano. Questa sottolineatura l’abbiamo sentita più volte pronunciare dall’onorevole Rita Borsellino, che abbiamo incontrato a Bari in occasione del Giornata della Legalità promossa dalla Famiglia domenicana italiana (Novembre 2009). È sorella di Paolo, nonché parlamentare europeo. Ci racconta che la sua vita è cambiata da quella esplosione che ha distrutto la sua casa, le sue cose, il suo amato fratello e il suo mondo di farmacista tranquilla e riservata. Rimane una donna discreta, ma ha saputo trasformare il dolore in energia per lottare e cambiare le cose della sua terra, di cui è orgogliosa. Riportiamo una parte del suo intervento durante la conferenza pubblica nella sede arcivescovile di Bari, con la presenza gradita di Nichi Vendola, suo amico e compagno di lotte.
La trascrizione è a cura di Patrizia Morgante (il testo non è stato rivisto dalla relatrice. Ci scusiamo per eventuali imprecisioni, che sono da attribuirsi alla trascrizione)

“Un giorno, in una scuola elementare, raccontavo delle tante cose fatte dall’antimafia in Sicilia e che essa era nata solo un momento dopo la nascita della mafia, dicevo che non bisogna dimenticare i siciliani che hanno perso la vita per essersi opposti alla mafia... e un bambino con innocenza tipica di quella età mi ha chiesto: ma se è da 150 anni che si combatte, perché la mafia non è stata ancora sconfitta? È una domanda difficile ma che merita una risposta. La mafia in questi anni si è irrobustita perché ha cambiato pelle tante volte. Io credo che la risposta l’abbia data Paolo con una sua frase che non conoscevo, ma che un giorno ho trovato scritta in un paesino piccolissimo in provincia di Bologna, diceva così: “Alla volontà vera di sconfiggere la mafia da parte della politica, io non ho mai creduto”.
Se facciamo un’analisi di ciò che è accaduto in questi anni dobbiamo purtroppo arrivare alla stessa conclusione. Anche in questi ultimi giorni il provvedimento di legge proposto per mettere all’asta i beni confiscati alla mafia ci fa vedere un tira e molla della politica nella lotta alla mafia. Con una mano si dà e con l’altra si toglie. Mettere all’asta questi beni vuol dire che un prestanome dei mafiosi li riacquisterà, perché è normale che nessuno si metterà in concorrenza con loro acquistando un bene di loro proprietà. È chiara la sensazione che la politica non abbia la volontà di sconfiggere la mafia. Dobbiamo domandarci il perché.
Nel Meridione, non in tutto, la mancanza dello Stato ha favorito la mafia. La presenza dello Stato nel Meridione non è stata una presenza costante. Soprattuto nei quartieri più periferici della mia terra, dove i bisogni primari sono più forti e evidenti, lo Stato viene percepito solo in modo negativo, cioè come i carabinieri o la polizia che vengono ad arrestare qualcuno perché infrange la legge. In alcuni quartieri dove veramente manca tutto, spesso l’unico riferimento positivo dello Stato è la scuola. Dove i diritti fondamentali e la dignità della persona vengono continuamente offese dallo Stato che non c’è, la scuola è una presenza importante.
Questa è una responsabilità che riguarda tutti e non solo chi governa. Il cittadino deve sentirsi responsabile nei confronti della città in cui vive. Invece la cultura prevalente è quella del “mi faccio gli affari miei”, del “mi occupo di ciò che mi interessa, dal resto semmai mi difendo”. Io credo che tutto questo sia alla base della cultura mafiosa. Laddove ci siano bisogni fondamentali che non vengono soddisfatti da parte degli amministratori, la mafia si sostituisce, e lo fa in modo efficace proprio per la mancanza di attenzione a questi problemi.
Molti politici collusi oggi rifiutano l’idea di esserlo, ma chi usa la mafia per ottenere più denaro e potere, è colluso con essa. Motivo per cui lo Stato non si è mai molto impegnato a combatterla, perché in qualche modo dovrebbe combattere questa tendenza negativa di collusione. Per la mafia è normale questa collusione, non lo dovrebbe essere per lo Stato e i suoi rappresentanti. Sarebbe assurdo se la mafia non avesse cercato delle alleanze con la politica, il problema è il fatto che sia riuscita a stringerle queste alleanze. Il problema è che questo non viene riconosciuto come atteggiamento mafioso da parte dei politici, perché viene percepito quasi come normale. Come un semplice rapporto di affari. Oggi economia ed etica non hanno più un legame, l’etica è stata espulsa dall’economia, e vediamo i danni di questo divorzio.
Sappiamo che dalla mafia agricola, si passa a quella del cemento per completare con la mafia della droga; è un percorso quasi obbligato, in cui denaro e potere chiamano altro denaro e potere.
Nel 1992 scoppia Tangentopoli: non succede né a Palermo né a Napoli, ma a Milano. Scoppia in una situazione in cui parlare di mafia sembra assurdo. A Milano la mafia! Ma ci si accorge che corruzione e illegalità sono le due facce della stessa medaglia. E chi ne subisce le conseguenze sono sicuramente i cittadini, che pagano 3 o 4 volte di più un servizio che dovrebbe costare meno. I prezzi lievitano proprio perché bisogna pagare l’illegalità. Non si pensi che sia un fenomeno riservato a questo periodo storico. Pensiamo ai rifiuti sotterrati in Campania per anni: quei rifiuti arrivano dal Nord del Paese, le cui aziende scelgono la scorciatoia della mafia per eliminarli, perché farlo in modo legale costa troppo. Parliamo di industriali italiani che non si definirebbero mafiosi, ma che usano la mafia per i loro affari. Un esempio chiaro che oggi l’illegalità è tollerata come parte degli affari. Fare affari non è reato, ma se si fanno sfruttando l’illegalità, non si chiama mafia, ma ci assomiglia molto. Questo rigirare la realtà sempre per il proprio tornaconto, non è mafia ma è illegalità. È un senso di illegalità talmente diffuso da diventare normalità. [...]
Paolo diceva sempre: “Quando le nuove generazioni le toglieranno il consenso, la mafia finirà”. Aveva tanta fiducia nei giovani mio fratello. Perché si accorgeva che gli adulti avevano più difficoltà a segnare un confine netto tra bene e male, tra giusto e sbagliato. Il danno morale che stiamo creando lo pagheremo soprattuto nelle prossime generazioni, e da esso sarà molto difficile liberarsi e prendere le distanze, perché entra nella vita e nelle coscienze delle persone. Oggi i valori vengono sbeffeggiati, come se fossero segno di debolezza, o qualcosa che impedisce la crescita, lo sviluppo, l’emancipazione. I nostri ragazzi sono confusi, perché il bisogno di valori ce l’hanno intrinseco, ma ne vedono la negazione continua nei diversi ambiti della loro vita. Oggi i giovani hanno la possibilità di pensare al futuro? Io credo sia una generazione disgraziata, perché sarà la generazione che vivrà peggio della precedente. Quando finiranno realmente gli effetti di questa crisi? Quanti posti di lavoro saranno sacrificati? Quante famiglie si vedranno disgregare la possibilità di costruire il proprio futuro? Anche questo senso di insicurezza nel futuro crea una caduta etica verticale. È difficile poi criticare scelte che i giovani fanno e che possono essere discutibili.
Io credo che tutto questo può cambiare, se ognuno si fa parte del cambiamento e si assume la propria responsabilità. Non come osservatore critico ma distaccato. Ci dobbiamo sentire parte di tutto questo percorso positivo e negativo; è necessario anche capire le cause degli errori e dove va questo fenomeno. Se si attribuisce la responsabilità solo alla politica, non ne usciamo. Dobbiamo conoscere criticamente ciò che accade e serve uno sforzo di assunzione di responsabilità per creare un percorso alternativo. Non possiamo stare ad aspettare che qualcuno ci fornisca la soluzione.
I conflitti a cui stiamo assistendo tra politica e magistratura sicuramente non aiutano, perché il cittadino non ha fiducia, si sente confuso. Senza fiducia nei pilastri della vita e delle istituzioni non andiamo da nessuna parte. Questo gioco al massacro, dove ognuno aggredisce l’altro e cerca di delegittimarlo, fa male a tutti.
 Io uso spesso la parola coerenza parlando di mio fratello Paolo: quando lo definiscono un eroe provo quasi un senso di stizza. Paolo non era un eroe, se lo definiamo così gli attribuiamo poteri speciali. È come dire che ha fatto ciò che ha fatto solo perché era speciale, ma questo non serve a niente e a nessuno. Paolo si è trovato in situazioni che lo hanno reso un eroe, non per la sua morte ma per la sua vita, per la sua coerenza.  
Ci sono testimoni come Falcone e Borsellino, e tantissimi altri che ci dicono che è possibile combattere la mafia. Hanno continuato a lavorare pur sapendo che da lì a poco sarebbero stati uccisi. Paolo diceva: “quando mi uccideranno, ricordatevi che non è stata solo la mafia...”
Quando sento accusare che con i soldi pubblici alcuni magistrati vogliono riaprire cose chiuse degli anni 90, mi rendo conto che veramente non c’è volontà politica per combattere la mafia. Ci vuole più impegno e più determinazione, nelle parole e nei fatti. Ognuno di noi non è destinatario di qualcosa, ma attore e artefice del proprio destino. Giovanni e Paolo sono morti perché erano soli, non perché hanno fatto troppi passi avanti, ma perché noi abbiamo fatto dei passi indietro, e li abbiamo lasciati soli ed esposti. L’eliminazione è lo strumento più diffuso che la mafia conosce per agire.
Oggi è un momento delicato, soprattuto per chi vuole fare giustizia e cercare la verità, non dobbiamo lasciarli soli. È vero che molti mafiosi sono siciliani, napoletani, pugliesi, ma è anche vero che tanti che combattono la mafia sono anch’essi meridionali”.
È il tempo di una nuova solidarietà che coinvolga tutte e tutti coloro che promuovono formazione, cultura e legalità. Il disimpegno morale, i frequenti comportamenti antisociali, la mancanza di senso civico e la diffusa tentazione di “farsi gli affari propri” sono il pericolo che viviamo quotidianamente.
(dal Messaggio finale della Giornata di solidarietà promossa dalla Commissione Giustizia Pace e Creato della Famiglia Domenicana, HYPERLINK “http://www.giustiziaepace.it/” HYPERLINK “http://www.giustiziaepace.it/”www.giustiziaepace.it)

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