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Lunedì, 01 Febbraio 2010 00:00

Imparare a nuotare

Scritto da Lucia Iorio
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Riprendo un’osservazione dell’intervento del pastore Paolo Ribet, tenuto a Torino per l’incontro interregionale del SAE, “finiti i totalitarismi, anziché vivere la libertà, ci troviamo ad essere paralizzati dalle paure”.
Ci ho riflettuto e, come chi è avanti negli anni si ritrova più memoria per il passato remoto che per quello prossimo, sono tornata indietro nel tempo.
Mi sono ritrovata sulla spiaggia, adolescente, incapace di nuotare, a passeggiare lungo la riva; tenevo per mano il mio fratellino recalcitrante, perché lui, nell’acqua ci voleva andare!
Sarà stato perché mi stringeva troppo il cuore quella manina che tirava, sarà stato perché ho ceduto alle risatine dei ragazzi più grandi che un po’ mi prendevano in giro, un po’ mi rassicuravano che ci sarebbero stati attenti, ho lasciato la mano.
E’ stato un movimento dell’animo, la ragione ha seguito, subito dopo, con un vuoto allo stomaco: e se succedeva qualcosa? E la fiducia dei miei genitori riposta in me, così giovane, ma così attenta e responsabile?
Troppo tardi, il bimbo era in acqua e tutti rispolveravano rudimentali lezioni di nuoto… e così man mano negli anni, sempre più lontano da quella zolla di terra che, ognuno di noi vorrebbe essere per chi ama, per potergli garantire un porto di pace.
A trenta anni di distanza vedo mio fratello ridere sicuro mentre scaraventa i suoi due figli nell’acqua e li riprende tra le braccia grondanti e felici.
Lo vedo anche, con il mare grosso, misurare la sua fatica sull’altezza delle onde e sdraiarsi sulla sabbia commentando: non ho più il fiato di una volta!
Ha conosciuto il mare, ha imparato a farci i conti, non sempre gli ha restituito la vita.
Ripenso alla mia paralisi di cuore poco più che bambina e, quasi la tocco, anche io più tardi mi sono iscritta a un corso di nuoto, sto a galla, do qualche bracciata ma sempre col mare tranquillo e vicino alla riva. Tutte le cose imparate da grandi non sono mai ben acquisite.
E ripenso al mio tempo, all’incongruenza di voler ancora che qualcuno cammini… sulla riva del mare: è tempo di imparare a nuotare!
Viviamo in una “società liquida” (1) i criteri che abbiamo appreso non servono a chi ci segue. I nostri punti di riferimento valgono per la terra ferma, ma la terra si muove (lo aveva già detto Galileo), si muove in modo sempre più vorticoso e a tenere fermi i piedi si sprofonda come nelle sabbie mobili.
Ovunque si sente la mancanza dei giovani nella chiesa, io ero, e rimango, tra i giovani anche nelle attività ecumeniche, ma gli anni passano.
Avverto il cuore che stringe mentre registro solo lo scollamento fra le generazioni e, per ora, l’impossibilità di “passare la mano”.
Eppure credo fermamente che è ciò che ha da accadere, e dalla terra ferma è necessario passare al mare!
Abbiamo un bel dire, ma i nostri discorsi fanno sempre più fatica ad incontrarsi con chi cerca, chi ci segue è solo e non trova un contatto.
Solo, a misurarsi con un mondo che luccica, che promette tutto ma che non traccia le strade per raggiungere la luce; solo con un corpo a cui tutto è permesso ma in cui niente è custodito; solo con problemi da adulti e strumenti per giochi da bambini, annaspa, ma non ha altro che il mare.
Possiamo giudicare, condannare, arrabbiarci, sperare; a chi viene dopo di noi è richiesta tutta la sua energia solo per stare a galla.
I più fragili rischiano di soccombere, ma voglio alzare lo sguardo e dal passato volgere gli occhi all’orizzonte del futuro e vedere chi questo mare l’ha conosciuto e ha imparato a farci i conti.
Vedere che gioca felice con i propri figli in quell’ambiente che per noi è solo minaccia e paura.
“La vacca e l’orsa pascoleranno insieme;si sdraieranno insieme i loro piccoli.Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide;il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. (Isaia 11,7-8)
E’ la profezia per i tempi messianici, e il Messia è venuto e questo tempo l’ha inaugurato; e per noi credenti non è secondario!
Prepariamoci allora a vivere questo tempo, non preoccupiamoci solo della nostra autoconservazione; non costituiamoci in gruppi che fagocitano il nuovo e non lasciano lo spazio necessario affinché si esprima; rischiamo l’incontro con chi è diverso da noi.
La nuova umanità potrà essere costituita da chi, avvertito il calore, si schiude docilmente al “tu”; la nuova donna  potrà recidere i cordoni ombelicali dal fondo dell’abisso e restituire figli alla luce del giorno; l’uomo nuovo potrà vivrà la carità di lasciare ognuno al suo posto, sapendo che nelle mani della vita ognuno è accolto e sostenuto.
L’orizzonte non sarà più nel chiuso della propria appartenenza, ma si schiuderà  verso “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (Cfr.  2Pietro 3,13).
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 ( 1) Zygmunt Bauman

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