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Lunedì, 01 Marzo 2010 00:00

In fuga

Scritto da Irene Larcan
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C’è una immagine molto famosa, dipinta dal Beato Angelico, che rappresenta San Domenico ai piedi della Croce nell’atto di abbracciarla. Sembra volermi dire che non è possibile comprendere il Calvario, senza sentirsi coinvolti e partecipare all’evento della morte di Gesù. Occorre stare sotto la croce per capirla, personalmente e comunitariamente. Occorre contemplarla in silenzio, staccando lo sguardo da noi stessi, per fissarlo solo in lui: “Io, quando sarò elevato da terrà, attirerò tutti a me” (Gv. 12, 32). Si tratta di lasciarci attrarre dal Crocifisso, permettergli di parlare, agire, trasformarci e liberarci, accogliendo il suo dono.
“È risorto!”.
Dopo le parole dell’angelo le donne sono in fuga. E noi con loro.
Lo avevano seguito e servito quando era ancora in Galilea, erano salite con lui a Gerusalemme “sul monte”, per quell’ultima Pasqua drammatica, lo avevano “contemplato da lontano” mentre sulla croce offriva la sua vita per l’umanità, ed ora sono venute a rendere omaggio al suo corpo sepolto.
“È risorto, non è qui”. Il vuoto lasciato rievoca tutto lo spessore umano e storico della personalità di Gesù. D’altra parte, queste donne, come ogni uomo, non potevano far altro che attendersi la morte nella tomba! È proprio lì che avranno una rivelazione ben diversa da ogni attesa umana. Una rivelazione, riservata a loro perché l’hanno seguito e servito dalla Galilea, ed erano salite con lui a Gerusalemme fin sul monte dove l’hanno contemplato sulla croce.
Ora “hanno paura”: è lo sgomento dell’uomo dinanzi all’irrompere di Dio nella sua storia. Messe di fronte ad un annuncio incredibile, non comprensibile dalla intelligenza perché la supera di molto e pretende un abbandono totale all’Altro, le donne, pronte a ricordare il maestro morto, a rendere omaggio con i balsami al corpo di colui che sempre le ha trattate con una considerazione ed una tenerezza inusuali tra i loro contemporanei, fuggono. Del loro Signore non è rimasto che il luogo della sua sepoltura, una tomba vuota ed un annuncio che fanno fatica a credere, e che anche gli altri crederanno con difficoltà.
 Per questo non dicono niente a nessuno, perché hanno paura di essere considerate pazze. Già la testimonianza della donna non aveva nessun valore giuridico, figurarsi il testimoniare una risurrezione!
“Non abbiate paura”: le prime parole pronunciate dal Signore sono espressioni che infondono fiducia e pace. E dal timore e dal silenzio passano all’annuncio.
A queste tre donne, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome, protagoniste delle ultime pagine del racconto di Marco, e a chi fa come loro, è riservata la rivelazione: ciò che esse fanno è la descrizione di ciò che deve fare ogni discepolo. Hanno percorso fino alla fine il cammino di Gesù, che è “venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita”. Quando esse entrano nel sepolcro si accorgono finalmente che l’enorme pietra che opprime l’uomo nella tomba “è rotolata via”.
Dallo stupore di questa scoperta nasce l’annuncio del vangelo: la morte, l’attesa ultima dell’uomo, è stata vinta dalla promessa di Dio e dalla fedeltà di “Gesù il Nazareno, il Crocifisso, il Risorto!”.
Non è che la risurrezione di Cristo ci tolga la fatica di vivere, ci faccia evitare ogni pena e respirare una atmosfera rarefatta. Il Crocifisso Vivente ci invita a seguire l’uomo Gesù nel suo cammino di fedeltà al Padre ed ai fratelli, che l’ha portato sulla croce.
La tentazione della fuga è lì, ci attende ogni volta che il Signore viene a noi con una parola diversa, ogni volta che mostra di non condividere le regole del nostro gioco, che non si sottopone alle nostre consuetudini e al nostro conformismo, alla inesorabilità dei nostri giudizi e delle nostre condanne, ai nostri silenzi allusivi o alla nostre parole mortificanti.
Allora, Signore, fermaci nella nostra fuga, apri i nostri occhi, donaci il coraggio di essere con te perché Tu sei con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo.

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