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Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

Chi nasce tunno...

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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Ci sono rapporti che una volta creati continuano, nonostante la lontananza e magari anche la mancanza di comunicazioni. Succede di ritrovarsi dopo anni con alcune persone con cui si è condiviso un tratto di strada e di avere l’impressione che il tempo non abbia cancellato né indebolito la relazione. Così è stato con il pastore della Chiesa Valdese Sergio Manna, che non rivedevo da dodici anni. L’avevo conosciuto grazie al SAE e negli anni della sua attività a Novara avevo avuto la possibilità di apprezzare la sua  cultura e la sua fede. Dopo la sua partenza da Novara, Manna, ha vissuto a Napoli, dove, tra l’altro ha svolto servizio di accompagnamento spirituale presso il carcere di Secondigliano. Ora è tornato in Piemonte, nella Val Pellice; è pastore di una comunità e si occupa di formazione per la pastorale clinica, la pastorale per l’accompagnamento dei malati e dei morenti.
Il 20 maggio scorso è tornato nella nostra città per guidare l’ultimo incontro organizzato dal SAE sul problema della violenza (l’intero programma è pubblicato nel sito di Agognate alla pagina “Ecumenismo”), con una relazione sul tema “Violenza e Redenzione o Resilienza”.
Riporto una sintesi dell’intervento, ben consapevole di non poter restituire l’intensità delle sue parole e tanto meno il pathos che ci ha comunicato.

Manna ha iniziato chiarendo il concetto di resilienza, un concetto nato nella scienza dei materiali ed esteso alla biologia e a alla psicologia. Resilienza – che deriva dal verbo latino resilere, rimbalzare - indica la capacità di un materiale di recuperare la propria forma dopo aver subito una pressione. In ambito biologico esprime la capacità dell’organismo di autoripararsi in seguito ad un danno, come il cicatrizzarsi di una ferita, in psicologia la capacità dell’essere umano di riprendersi dopo un trauma, ad esempio un lutto o una violenza subita. In base agli studi condotti, sono stati individuati alcuni fattori che favoriscono la resilienza nella vita psichica. È importante innanzitutto avere un figura di riferimento, un amico, un esperto o anche una fede. Spesso chi riemerge da un trauma, proprio perché ha vissuto il trauma, é in grado di essere d’aiuto agli altri: è il principio su cui si basano i gruppi di auto-aiuto, come quello degli alcolisti anonimi; in tal senso anche la comunità dei credenti è un luogo di guarigione.
Fondamentale, tra i “tutori della resilienza” è l’ascolto. La società in cui viviamo sembra non lasciare spazio all’ascolto: molti parlano, impongono la loro voce, ma pochi sono disposti ad ascoltare l’altro. Eppure la Bibbia è centrata sull’invito all’ascolto: “Shemà Israel”, “Ascolta, Israele”. Ascoltare l’altro è impegnativo, comporta la disponibilità a immedesimarsi in lui, a sentire la sua sofferenza.
Un altro “tutore” di resilienza, questo per chi ha commesso del male, è l’assunzione della responsabilità. Manna ha raccontato alcune esperienze vissute presso il carcere di Secondigliano. Ha incontrato persone che non sono uscite da una comprensione di sé come vittima dell’educazione o dell’ambiente e che non sono state capaci di riconoscere la propria responsabilità per ciò che avevano compiuto, persone chiuse in una lettura fatalistica della vita, una lettura di un pessimismo senza speranza, efficacemente resa da un proverbio napoletano: “Chi nasce tunno, nun po’ murì quadro” (chi nasce tondo non può morire quadrato).
Il Vangelo ci annuncia che tutti possono cambiare, che per tutti c’è una speranza.
Ha incontrato, però, anche persone, che, grazie alla scoperta che c’era qualcuno disposto ad ascoltarle senza alcun tornaconto, hanno modificato la propria immagine negativa dell’uomo e di Dio: hanno compreso il volto del Dio di misericordia, hanno avuto il coraggio di guardare a se stesse con realismo e, nel riconoscere la propria colpa, hanno scoperto di essere amate.
Nella Bibbia sono molte le figure che ci parlano della resilienza, del cambiamento. Si pensi a Paolo, che sulla strada di Damasco constata il crollo delle proprie certezze, si scopre cieco e giunge poi a riconoscere che “quando sono debole allora sono forte”. Alla figura di Noemi, nel libro di Ruth; a Giuseppe, che avrebbe avuto tutti i motivi per odiare i fratelli, ma quando li incontra si commuove e piange e giunge a leggere la storia della propria sofferenza come un processo salvifico per gli altri; alla vicenda del figlio prodigo…
Tre sono i bisogni fondamentali dell’uomo, che stanno alla base della resilienza: il bisogno di autostima, intesa non come compiacimento di sé, ma come percezione di essere stimato nonostante tutto; il bisogno di amare e di essere amato e il bisogno di senso. Bisogni su cui fa leva la prassi di Gesù, che incontra le persone per quelle che sono, le ascolta e ridona loro la dignità perduta.
Emblematico è l’episodio di Zaccheo, il capo dei pubblicani, il “peccatore”: Gesù va in casa sua, ricorda che “anch’egli è un figlio di Abramo” e Zaccheo cambia vita. Gesù si prende cura degli uomini, si mette al loro servizio: è questo il significato originario del verbo greco “terapeuo”.
Il bisogno di senso è al centro della teoria psicologica di Viktor Frankl, lo psichiatra viennese sopravvissuto alla deportazione ad Auschwitz; come scrisse nel libro Uno psicologo nei lager, riuscivano a far fronte all’orrore dei campi coloro che nella sofferenza non avevano perso la speranza, non avevano rinunciato ad un senso della vita.
A conclusione della sua relazione, Manna ha riportato una citazione di Lutero, che può valere come sintesi dell’incontro: “I peccatori non sono amati perché sono belli, sono belli perché sono amati”.

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