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Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

Vita e preghiera, pensieri a margine...

Scritto da Irene Larcan
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“Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato” (Lc. 18,9-14).

L’evangelista Luca  racconta questa parabola per insegnare come stare al cospetto di Dio, che cosa chiedere al Signore. Dei due protagonisti, il primo si fa forte delle sue innumerevoli osservanze della Legge, presentando a Dio la lista dei propri meriti. Si sente a posto davanti a Lui.
Il secondo, consapevole del suo peccato, non osa neanche avvicinarsi all’altare e riesce solo ripetere “Abbi pietà di me peccatore”.
Ciò che trova misericordia agli occhi del Signore è la nostra povertà umana e spirituale: pregare è presentarci a Lui così come siamo, con la nostra fragilità e con il nostro bisogno di relazione con Lui, con la coscienza che è Lui a venire incontro a noi. A noi spetta solo rispondere alla sua azione verso di noi.
Non è però dare le dimissioni dal difficile mestiere di essere uomini e creature davanti al creatore, è mettersi nella situazione di ascolto e nella disponibilità di rispondere al suo progetto di amore, al quale rispondiamo sia come individui, per mezzo della preghiera personale o segreta, come veniva un tempo definita, sia come comunità attraverso la nostra partecipazione alle celebrazioni liturgiche, come la Liturgia delle Ore, la S. Messa, i Sacramenti.
La Liturgia, soprattutto la celebrazione dell’Eucaristia, è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (Sacrosanctum Concilium, 10).
 Eppure tra gli stessi fedeli più assidui è difficile riscontrare la piena consapevolezza di questa realtà. Spesso si ha l’impressione che la partecipazione alle celebrazioni sia un’abitudine di cui però ben poco si capisce. A volte la liturgia viene vissuta come qualcosa di folkloristico o come modo per soddisfare il bisogno di appartenenza ad un gruppo. Per alcuni significa assistere ad un insieme di riti magici, per altri partecipare ad un musical. Nel migliore dei casi si “assiste” alla Messa sperando di ricavare dall’omelia qualche riflessione utile per le proprie situazioni contingenti.  Molto più raro  è  riscontrare la consapevolezza di  ciò  che la liturgia è realmente.
Essa è in primo luogo “azione di Dio in favore del suo popolo”. Dunque una convocazione di Dio rivolta a ciascuno, per incontrarlo, accogliere la sua grazia ed il dono di se stesso a noi e così divenire il suo popolo. Sta a dirci che il Signore ci ama, è a nostro favore, opera in noi con la potenza dello Spirito Santo.
È anche “azione simbolica della Chiesa” perché in essa la Chiesa proclama a Dio il proprio amore mediante simboli, gesti, parole, canti, vesti liturgiche, segni diversi. Diciamo a Gesù risorto che gli siamo grati per la sua presenza, per il dono della vita attraverso la sua morte in croce, che vogliamo stare con lui.
Inoltre è “azione di popolo”, che supera la nostra coscienza soggettiva, è il Corpo stesso di Gesù che parla, ascolta, risponde, ama, si dona. E tutto avviene nel fluire del tempo, nel rispetto dei tempi del divenire umano. Solo lentamente cresciamo come Corpo del Signore e soltanto in retrospettiva, ripensando agli anni trascorsi ci accorgiamo che siamo cresciuti nel conformarci a Lui, scopo ultimo della liturgia.
La liturgia è una azione comunitaria e deve coinvolgere il cuore e il corpo, i sentimenti e le azioni.
Ringrazio fra Raffaele Quilotti o.p. che in questi mesi ha accompagnato le fraternite domenicane con una riflessione sulla preghiera liturgica, sulle strette relazioni tra vita e preghiera, sulla necessità che la nostra vita sia intessuta di preghiera e che la nostra preghiera irrighi tutti gli ambiti della nostra vita. Altrimenti corriamo il rischio di fare quel che i profeti rimproveravano ad Israele: vivere riti esteriori. Essi sono spesso insorti contro l’ipocrisia religiosa: ci si crede in regola con Dio perché si sono adempiuti certi riti cultuali, sacrifici, digiuni, disprezzando i precetti più elementari di giustizia sociale e di amore del prossimo.
La tentazione è di moltiplicare le parole ed i rituali e tenere lontana l’azione dalle nostre preghiere.
La preghiera, segreta e personale o liturgica e comunitaria, comincia dai piedi. È un fare, un muoversi, che esige piedi e gambe. È l’espressione di una comunità in cammino, itinerante, desiderosa dell’incontro con Dio e con i fratelli, pronta a rispondere alla convocazione. Per questo motivo è uno dei “pilastri” della vita domenicana, a qualunque ramo dell’Ordine si appartenga: frati, monache, laici.  
Non di rado può sembrarci ripetitiva: il pane quotidiano non è più vissuto come la novità e prende il sapore del pane raffermo; come la manna nel deserto: “ora la nostra vita inaridisce, non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna” (Nm. 11,6). La manna, accolta al principio con grande gioia come pane dal cielo, ad un tratto appare arida, “Siamo nauseati da questo cibo così leggero”. Ecco il rischio che può annidarsi nelle celebrazioni che diventano solo abitudini ed in cui il nostro cuore non partecipa.
Come fare se la ripetizione dei gesti e delle parole e la stanchezza prendono il sopravvento?  
Sperimentiamo la difficoltà della preghiera: spesso siamo stanchi, non abbiamo tempo, non ci sono le condizioni esterne adatte alla preghiera.  Il Signore ci chiede di fidarci di Lui anche se non sentiamo il desiderio di pregare.
Il cammino della preghiera è fatto di piccoli passi, di fervore e di aridità che si alternano e che ci permettono di crescere. San Paolo dava questo consiglio ai Romani: “Lo spirito viene in soccorso alla nostra debolezza; perché noi non sappiamo neppure che cosa chiedere, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili” (8,26).
In ultima analisi, la preghiera è ciò che ci rende più umani, perché significa che riconosciamo che il senso ultimo della vita non sta in noi stessi, ma sta oltre. Il suo scopo non consiste nell’ottenere ciò che domandiamo, ma nel diventare diversi, consapevoli del nostro essere creature e riconoscenti al nostro Creatore.

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